Sta davvero cambiando il clima? E in caso affermativo, è “colpa” dell’uomo oppure si tratta di un’evoluzione naturale di lungo periodo? E quali conseguenze ci saranno? A queste domande è molto difficile dare una risposta sicura.

 Si è effettivamente registrato negli ultimi decenni sulla superficie terrestre  un rialzo termico, pari di qualche decimo di grado e quindi relativamente modesto, assai meno di quanto indicavano le previsioni negli anni Ottanta. Qualcosa di analogo si verificò negli anni dieci, venti e trenta del secolo scorso e fu poi seguito da un ventennio di stabilità (Figura 1). L’aumento della temperatura delle terre emerse è stato accompagnato da un riscaldamento dei mari ma non dell’atmosfera, oltre poche centinaia di metri dal suolo ed è forse in parte spiegabile con il riscaldamento specifico delle aree urbane dovuto a fenomeni locali (case maggiormente riscaldate) e non mondiali.

Più certo appare l’aumento dell’instabilità climatica. I primi anni novanta hanno fatto registrare una forma assai accentuata del fenomeno del “Nino”, un riscaldamento delle acque del Pacifico meridionale presso le coste americane che causò assenza di piogge monsoniche nell’Asia Sud-orientale e uragani rovinosi nell’America Meridionale. Successivamente si ebbero grandi alluvioni, come quelle che nel 2002 colpirono l’Europa Centrale, allagando città come Praga e Dresda. In Europa, l’estate del 2003 fu forse la più torrida da da 100-150 anni; e l’estate-autunno del 2004 e del 2005 vide un’impressionante serie di tredici uragani abbattersi sui Caraibi e sul Golfo del Messico e sulle coste meridionali e occidentali degli Stati Uniti, con gravi danni economici. La maggiore frequenza degli uragani nelle zone tropicali e subtropicali (Figura 2) è un chiaro segno di questa instabilità.

Il segno più evidente di cambiamento deriva da un ritiro abbastanza marcato dei ghiacciai con l’innalzamento delle temperature invernali in gran parte dell’emisfero settentrionale. La Figura 3 mostra in maniera eloquente, attraverso due fotografie scattate nel medesimo luogo a distanza di 89 anni, questo innalzamento. La Figura 4 mostra invece la diminuzione dell’area artica coperta da ghiacci perenni nel 1979 e nel 2003 e l’area antartica coperta dal “buco dell’ozono” nel 2000 e nel 2004.

Va notata l’irregolarità della diminuzione dei ghiacci che ha colpito prevalentemente l’area occidentale. E in ogni caso per ora il temuto innalzamento del livello dei mari non si è verificato, almeno nell’entità prevista negli anni ottanta (altrimenti Venezia e le Maldive sarebbero già sott’acqua). Per quanto riguarda il buco dell’ozono, che lascia filtrare sulla superficie terrestre dannose radiazioni solari e che per primo è stato oggetto di un coordinato sforzo di riduzione a livello internazionale, mediante la messa al bando di gas dannosi, forse l’aumento è stato contenuto.

Contro questi mutamenti climatici la risposta umana è stata lenta e parziale. Il trattato di Kyoto, fermamente voluto da gran parte dei paesi europei, prevede limiti severi alle emissioni di fumi nell’atmosfera – di certo una delle cause delle anomalie climatiche – ma la sua ratifica è andata a rilento anche per l’opposizione degli Stati Uniti. Solo nell’autunno del 2004, con la ratifica della Duma, il parlamento russo, si è raggiunto un numero di stati sufficiente per far scattare la sua attuazione che nell’Unione Europea si sta traducendo in normative che cominciano a incidere sui comportamenti (e investimenti ambientali) delle imprese.

                                                Mario Deaglio 

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