Prezzi in rapida ascesa per grano, mais, soia e riso (Figura 1); disordini e proteste di piazza in numerosi paesi emergenti, non tutti poverissimi, dall' Egitto alle Filippine, dal Pakistan al Messico, dalla Thailandia, al Kenya e ad Haiti; un vertice mondiale, quello della FAO, tenutosi a Roma (dal 3 al 5 giugno) e conclusosi con molte buone parole e pochissimi fatti; il riso di fatto razionato nei supermercati americani e inglesi. Da due generazioni, almeno nei paesi ricchi, nessuna fascia sociale ha più sofferto la fame; ora almeno un piccolo fantasma ha fatto la sua ricomparsa (Figura 2).

La stessa FAO  sostiene che ben 36 paesi rischiano la guerra civile a causa delle scarsità alimentari. Le persone malnutrite al mondo sarebbero circa un miliardo (Figura 3): il numero è calato di 278 milioni di individui dal 1990,  ma resta comunque una cifra su cui meditare (la FAO lo qualifica come "numero inaccettabile").

Al vertice di Roma, come spesso accade quando la Comunità internazionale si ritrova a discutere di questioni non meramente economiche, che richiedono ideali condivisi, una visione planetaria e progetti a lungo termine, non si andati oltre a inutili documenti di compromesso e di principio. La dichiarazione finale non soddisfa nessuno, in particolare nell'ambito della sempre più vasta liberalizzazione  del commercio di beni alimentari, a cui i paesi meno sviluppati (soprattutto dell'America latina) avrebbero voluto porre limiti a difesa dei propri mercati interni. Gli scottanti temi dei biocarburanti e degli OGM sono stati appena sfiorati, e non c'è traccia di una qualsivoglia strategia comune ,di fronte all'atteggiamento distratto, se non addirittura ostruzionista, degli USA e al protezionismo agricolo mascherato da liberismo dell'Europa.

Nel documento si ribadisce l'impegno a dimezzare entro il 2015 il numero di persone malnutrite, in linea con i Millennium Development Goals; si ripete che il cibo non dev'essere usato come strumento di pressione politica ed economica; si riconosce  che i prezzi elevati nuocciono soprattutto ai paesi poveri (Figura 4), ma allo stesso tempo si avverte che rimarranno alti; si invitano i paesi a considerare questi aspetti nelle loro politiche, attraverso una serie di misure a breve termine, le solite di sempre (investimenti, debiti rivisti, aiuti vari).

Non manca l'elencazione di misure a medio e lungo termine, peraltro di dubbia efficacia. "L'attuale crisi - si legge - ha messo in luce la fragilità del sistema alimentare mondiale e la sua vulnerabilità agli shock..". Un atto d'accusa, o meglio, un'ammissione di colpevolezza da parte di chi è stato l'ispiratore dello stesso sistema. Nel frattempo, agli abitanti di molte parti del mondo non resta che guardare il cielo e sperare nella pioggia.
Neppure le piogge abbondanti, però, risolveranno il problema. Entro il 2030 sarebbe necessario aumentare la produzione agricola del 50%, con investimenti di 20 miliardi di dollari all'anno, due cifre che, almeno per il momento, appaiono nettamente fuori misura.  

Ugualmente fuori misura pare l'aumento dei prezzi, che non sembra dovuto a un calo nei raccolti; il clima ha avuto influenze negative soprattutto in Australia, con una forte siccità, e in misura minore, in Indonesia e Bangladesh, con danni ai raccolti  di riso provocati da inondazioni e in Cina e Vietnam a causa del gelo, ma complessivamente, la produzione mondiale di cereali nel 2007 è stata la più alta di sempre, ed è destinata a crescere del 2,6% nel 2008, per attestarsi intorno alla quantità record di 2.164 milioni di tonnellate. Pur con questi buoni risultati, le scorte mondiali di cereali dovrebbero raggiungere nel 2007/2008 i 405 milioni di tonnellate, il valore minimo negli ultimi 25 anni, 21 milioni di tonnellate in meno rispetto al livello già assai ridotto dell'anno precedente.

Le cause dell'attuale situazione vanno ricercate soprattutto nella crescita dei consumi (Figura 5), sia nei paesi emergenti come Cina e India, sia in quelli già sviluppati. A ciò si devono aggiungere la riduzione della terra coltivabile e dell'acqua per l'irrigazione in seguito all'industrializzazione e all'urbanizzazione, la domanda in crescita di carne e formaggio da parte delle classi medie urbane dell'Asia (che porta alla riduzione delle coltivazioni di riso), l'impennata nell'uso di biocarburanti prodotti da colture agricole, destinata a crescere a ritmi vertiginosi nei prossimi anni (gli Usa hanno deciso di aumentare la produzione di etanolo dagli attuali 9 miliardi di galloni a 36 miliardi entro il 2022), l'aumento continuo del prezzo del petrolio, che influisce su trasporti e uso di fertilizzanti.

Altri osservatori hanno evidenziato come la piena liberalizzazione del settore agricolo abbia spinto riso e cereali nell'orbita dei mercati finanziari, con le conseguenti inevitabili speculazioni: gli investitori colpiti dall'attuale crisi finanziaria si sarebbero indirizzati su beni considerati "più stabili" e meno vulnerabili alla recessione. I produttori agricoli vendono contratti "futures" sui raccolti mesi prima della mietitura, garantendo in tal modo certi prezzi. I distributori e i trasformatori di cereali acquistano questi contratti, con la garanzia che non pagheranno di più al momento della mietitura.

E' da notare anche che molti dei paesi più colpiti dall'aumento dei prezzi sono quelli che hanno seguito le politiche di FMI e Banca Mondiale, tese a favorire le esportazioni nelle mani delle multinazionali, a scapito delle produzioni tradizionali che per lungo tempo hanno garantito quanto meno l'autosufficienza. L'emergenza alimentare mondiale (Figura 6) potrebbe, d'altra parte, essere una buona carta da giocare per i sostenitori dell'introduzione su vasta scala degli OGM, che tendono già ora a considerare le colture geneticamente modificate come la soluzione decisiva per i problemi dell'umanità.

                                                   Luca Deaglio

 

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