il faticoso cammino verso il consolidamento democratico

Il continente africano ha visto svolgersi nel 2006 elezioni di livello nazionale, di tipo presidenziale o parlamentare, in 13 paesi: Benin, Capo Verde, Chad, Comoros, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Gambia, Madagascar, Mauritania, Sao Tomé e Principe, Seychelles, Uganda e Zambia. Altri 7 paesi sono poi stati interessati da processi elettorali a livello regionale o locale (vedi scheda sull'analisi dei dati elettorali in Africa). In tre stati - Angola, Costa d'Avorio ed Egitto - elezioni programmate per il 2006 sono state posticipate al 2007 (Figura1).

Il primo dato che emerge è che, nonostante le perduranti e profonde difficoltà, i processi elettorali incontrano in Africa una vasta diffusione. Tutti gli stati del continente - con le sole parziali eccezioni del territorio contestato del Sahara Occidentale (formalmente senza un governo), del Regno dello Swaziland (che prevede tuttavia l'elezione di una camera con poteri consultivi), di Somalia ed Eritrea (considerati stati falliti o di recente formazione) e della Libia - fondano infatti la legittimità del proprio governo, almeno formalmente, su meccanismi elettorali.

All'adozione di procedure elettorali per la selezione dei leader, prevista dai testi costituzionali, non sembra tuttavia corrispondere nella maggior parte dei casi un effettivo processo di transizione verso la democrazia. Più precisamente, dopo una fase iniziale di apertura, spesso caratterizzata proprio dallo svolgimento delle prime elezioni libere e competitive, questi regimi si sono trovati in una situazione di stallo. 'Regimi ibridi', 'democrazie di facciata', 'democrazie illiberali' sono i termini più spesso utilizzati per descrivere tale fenomeno. Quella che inizialmente era ritenuta una fase temporanea, pare invece essere divenuta in Africa un carattere permanente e distintivo.

Tale situazione è ben illustrata dalla classificazione proposta da Freedom House che, incrociando indici relativi alle libertà politiche e civili, fornisce un'utile indicazione sullo stato della democrazia nei diversi paesi (Figura2). Stando a tale ripartizione, si contano in Africa, nel 2006, 11 stati classificati come 'liberi' (21%), 23 stati considerati 'parzialmente liberi' (43%) e ben 19 stati giudicati 'non-liberi' (36%).

La somma di queste ultime due categorie, vale a dire degli stati ancora lontani da un completo consolidamento democratico, fornisce il dato poco incoraggiante di un 79% dei paesi. 

In questo contesto, l'adozione formale di procedure democratiche od il semplice svolgersi di elezioni apparentemente corrette non sono garanzia di un concreto progresso democratico, ma devono essere analizzate in rapporto alla loro effettiva implementazione, e nel quadro di specifici vincoli strutturali che spesso ne limitano il potenziale. Il quadro complessivo che emerge dall'analisi delle elezioni africane del 2006 non si può certo dire confortante. Mentre per alcuni paesi (RDC, Mauritania, Zambia) questo turno elettorale è stato l'occasione per far notare alcuni timidi miglioramenti in termini democratici, per molti altri la situazione è rimasta invariata, se non addirittura peggiorata (Madagascar, Seychelles, Gambia). Sebbene sia difficile generalizzare, possiamo affermare che lo stallo dei processi di democratizzazione, che pare essere il vero dato comune, sia sostanzialmente dovuto a tre fattori: la profonda personalizzazione del potere; l'utilizzo dello stato come strumento di pressione nei confronti dell'opposizione e dei media; la totale mancanza di trasparenza e apertura nella condotta di governo, in un generale contesto di debole rule of law e di endemica corruzione. Per chiudere con un dato positivo, possiamo però ricordare che i livelli di sostegno per la democrazia, rilevati attraverso le indagini condotte da Afrobarometer, continuano a far registrare in Africa livelli non dissimili da quelli registrati altrove in paesi di recente democratizzazione.

                                                    Enrico Fassi 

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