L’altra faccia della global war on terror

Dopo l’incidente di Nisour Square – 16 settembre 2007 – molto si è discusso di privatizzazione bellica in Iraq. La recrudescenza degli attacchi in Afghanistan in questi ultimi mesi, ci induce a studiare l’aspetto privato della guerra afghana, che è invece meno noto.

In parte ciò è dovuto a caratteristiche intrinseche al conflitto: mentre in Iraq è stato dispiegato un grosso contingente, in Afghanistan la mobilitazione è stata quantitativamente più modesta.
Qualche cifra aiuterà a chiarire il punto. Durante la cosiddetta “surge”, nel 2007, i soli Stati Uniti hanno messo in campo in Iraq 160.000 uomini. Il picco della mobilitazione in Afghanistan si è invece raggiunto quest’anno con 20.000 uomini coinvolti nell’operazione Enduring Freedom (di cui 18.000 USA) e 50.000 in ISAF (di cui 27.000 USA), l’operazione NATO volta alla stabilizzazione e ricostruzione a cui contribuisce anche il nostro paese (Figura 1).
Due anni fa, nel 2006, le truppe ISAF ammontavano a 30.000 in totale. Stabile invece il numero di forze in Enduring Freedom.

La differenza fra i due teatri non è solo quantitativa: mentre in Iraq il grosso delle forze è costituito da regolari e riservisti – il cosiddetto “big army” – l’Afghanistan è testimone di un impiego più massiccio di truppe di élite (Berretti Verdi, SEALs, Marines), logicamente più indipendenti dal punto di vista operativo e logistico.

Se comparato al suo omologo iracheno, il peso del settore militare privato in Afghanistan è – di conseguenza – minore. Tuttavia, anche in questo secondo teatro, esso ha assunto peso e dimensioni notevoli. Secondo un portavoce del Dipartimento della Difesa USA nel 2007 il numero di individui privati impiegati dalle forze armate americane con compiti di sicurezza – dal combattimento al supporto logistico – è stata pari a 30.000.
Questo numero non considera i contractors al servizio di altre emanazioni del governo USA (ad esempio il Dipartimento di Stato, il cui programma di protezione diplomatica, WPPS, include anche l’Afghanistan), i governi di altri paesi, e altri soggetti privati quali le compagnie multinazionali o le ONG.
Si stima che 10.000 siano le guardie operanti nella sola capitale, Kabul.

Le private security firms (PSF) per operare nel paese sono formalmente tenute a registrarsi presso il Ministry of Interior (MoI) afghano, il quale ha dichiarato circa 60 aziende attive a fine 2007.
Secondo fondi occidentali tale numero andrebbe tuttavia incrementato di altre 25 unità – evidentemente prive della succitata licenza – portando il totale attorno a 85.
È inoltre interessante notare come a fianco di PSF dal nome noto – come Blackwater o DynCorp – ne agiscano altre di formazione puramente locale e varie joint ventures costituite ad-hoc per l’Afghanistan.

Dopo Nisour Square il governo afghano ha deciso di seguire l’esempio dell’Iraq, assumendo anch’egli una posizione restrittiva nei confronti delle PSF (anche se nessuno dei due paesi si è dimostrato in seguito fermo nella propria presa di posizione). Su questa falsa riga, negli ultimi mesi del 2007, le autorità afghane hanno proceduto alla chiusura di circa 10 aziende.
Non è noto se esse abbiano ripreso in seguito l’attività con il medesimo o altro nome. Secondo alcune fonti questo genere di operazione sarebbe soltanto il tentativo governativo di aumentare i costi di esercizio per le compagnie estere attive in Afghanistan, a vantaggio delle aziende locali.

Al di là di questo è interessante notare che il primo di questi raid contro una PSF – in specie la United States Protection and Investigations (USPI) – sia stato condotto di concerto fra il governo afghano, il Dipartimento di Stato americano, l’FBI e… Blackwater. Proprio la stessa Blackwater coinvolta nella sparatoria in Nisour Square poco tempo prima e al servizio del Dipartimento di Stato americano anche in Afghanistan.

La USPI è una piccola azienda texana, fondata nel 1987. Già attiva internazionalmente ha operato nel teatro afghano con compiti di sorveglianza.
Nel 2002 le è stato affidato il contratto – del valore di 36 milioni di dollari – per la protezione delle infrastrutture che il Louis Berger Group stava costruendo per conto di USAID (United States Agency for International Development).
In questo e altri casi, USPI è stata capace di battere in economicità colossi come Blackwater e DynCorp con un sistema molto semplice: accordandosi con le milizie locali, anche in contrasto con gli scopi manifesti della Coalizione.
I risultati sul campo di USPI sono stati tuttavia assai scarsi, e non sono mancati casi controversi coinvolgenti personale dell’azienda.
Ad esempio, nel 2005 un supervisore della USPI sparò al proprio interprete, uccidendolo. Come sempre le versioni della storia divergono. E come sempre il dipendente della PSF fu rimpatriato, senza conseguenze penali di sorta.

La USPI si è via via alienata le simpatie del governo locale e della madrepatria, dei cittadini afghani e delle aziende sue omologhe e concorrenti.
È senz’altro un pesce piccolo, in quello che oggi è divenuto il colossale
settore militare privato.
Non è difficile dunque comprendere il perché della sua sfortunata vicenda.

Ma per una PSF in fase calante, molte altre prosperano. È il caso – ad esempio – di DynCorp International, attiva a fianco di Blackwater nel programma WPPS II, e coinvolta in numerose altre attività in Afghanistan, fra le quali ricordiamo: il programma di distruzione delle piantagioni di papaveri; la protezione personale di Karzai (dal 2002 al 2005); l’addestramento della polizia afghana; la costruzione di infrastrutture.
Il teatro afghano ha per DynCorp un’incidenza superiore perfino all’Iraq:
gli introiti per l’anno fiscale 2008 sono per il 22% inerenti il primo contro solo il 16% del secondo (Figura 2).
L’andamento globale dell’azienda non ha conosciuto tentennamenti, crescendo stabilmente negli ultimi anni dai 1.987 milioni di dollari del 2006 ai 2.140 attuali (Figura 3).
DynCorp deve molto al governo americano, in quanto il 95% dei suoi introiti deriva da contratti federali (Figura 4).
Nemmeno la recente crisi finanziaria sembra scuotere l’azienda: DynCorp ha annunciato per il primo quarto dell’anno fiscale 2009 una crescita del 31%, dai circa 550 milioni di dollari del primo quarto 2008 ai 720 attuali.

                                                 Stefano Ruzza

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