Verso un nuovo colonialismo?

Negli ultimi due anni diversi Paesi asiatici, tra i quali Cina, India, Corea del Sud ed Emirati arabi hanno compiuto imponenti acquisti (o affitti di lungo periodo)  di terreni coltivabili  in Africa, prevalentemente nella zona centro-orientale.

Spesso i terreni acquisiti sono destinati alla coltivazione di cereali per l'alimentazione umana: in Sudan la Corea del Sud ha acquistato un territorio grande quanto due volte la Val d'Aosta e lo sta dedicando alla produzione di grano; nello stesso paese gli Emirati del Golfo che già possiedono 30mila ettari ne stanno acquistando quasi 400 mila per destinarli a vari tipi di culture alimentari. 500 mila sono gli ettari che l'Arabia Saudita sta cercando di acquistare in Tanzania.

Territori spesso ancora più vasti sono destinati dai nuovi proprietari/affittuari a culture dalle quali è possibile ricavare bio-carburanti: la Cina ha acquisito 2,8 milioni di ettari nella Repubblica Democratica del Congo per creare la più grande piantagione al mondo di olio di palma, al posto delle foreste pluviali e di terreni incolti e sta negoziando l'acquisto di due milioni di ettari in  Zambia per coltivare jatropha da utilizzare per la produzione di bio-diesel.
Una distribuzione per destinazioni  produttive in cinque paesi africani è fornita dalla Figura 1.  

La Figura 2 mostra poi come questi investimenti esteri, negli stessi paesi, superano largamente, in valore e in superficie, gli analoghi investimenti locali. E non fa meraviglia che la produzione sia destinata in maniera preponderante all'esportazione (Figura 3)

Questi acquisti, talora effettuati da imprese private, ma più spesso da enti o istituzioni pubbliche, vengono spesso sanciti da appositi trattati o accordi internazionali.
La Figura 4 mostra che il numero di questi trattati è in forte aumento a partire dagli anni novanta e che Ghana, Sudan, Mozambico ed Etiopia ne hanno conclusi più di venti ciascuno.
Il quadro non sarebbe completo senza ricordare i cospicui possessi di terreni agricoli di imprese inglesi, in paesi ex-colonie britanniche (Nigeria, Tanzania), ma ora estesi anche altrove (Angola, Etiopia, Mozambico). 

Tale aumento risulta chiaramente dalla variazione della consistenza degli investimenti in terreni agricoli (Figura 5).

I paesi acquirenti sono mossi da considerazioni d lungo periodo: sono rimasti particolarmente colpiti dall'impennata dei prezzi agricoli, e in particolare dei cereali, del 2008, che ne ha messo in risalto la dipendenza alimentare dall'estero, di importanza politica oltre che economica in una realtà in cui la spesa per l'alimentazione di base occupa una parte ancora molto cospicua del bilancio famigliare. Temono che condizioni del genere siano destinate a ripetersi in un clima di scarsità strutturale  e cercano così di correre ai ripari. A queste considerazioni generali si aggiungono più banali motivi speculativi, spesso legati ai bio-combustibili.

Al vantaggio degli acquirenti corrispondono anche vantaggi per i paesi venditori? E' difficile dirlo. Acquisti di questo genere si prestano ugualmente bene a culture "di rapina" e a culture che invece valorizzano i territori, operano sistemazioni idrogeologiche, creano posti di lavoro, diffondono conoscenze in materia di coltivazioni agrarie.
Le indicazioni disponibili da un recente studio condotto dall'IIED (International Institute for Environment and Development) per conto della FAO sembrano indicare una prevalenza di tipologie del primo tipo, quanto meno dal punto di vista formale (scarso controllo dei governi ospitanti che vengono di fatto privati di parte della loro sovranità, indifferenza per i diritti tradizionali degli abitanti di questi territori).

Non si può però escludere un'evoluzione verso situazioni del secondo tipo, specie dopo che l'attenzione dei mezzi di informazione mondiali si è rivolta verso questo fenomeno e dopo che sono iniziate le ricadute politiche. Il recente cambio di presidenza in Madagascar, dove il giovane Andry Rajoelina ha preso il posto di Marc Ravalomanana (proprietario della maggiore industria alimentare del paese), è stato in parte dovuto, come causa scatenante, alla firma di un contratto di 99 anni per l'affitto di 1,3 milioni di ettari (praticamente l'intera superficie facilmente coltivabile del paese) alla sudcoreana Daewoo contro il parere delle popolazioni locali; il nuovo presidente Rajoelina si è affrettato a cancellare il contratto, come pure uno precedente con una società indiana.

La sovranità dei paesi ospitanti può comportare altre conseguenze imprevedibili:  se i paesi africani che stanno affittando terreni avranno difficoltà nello sfamare le loro popolazioni, come potrà accadere se i prezzi del grano avranno nuove impennate, la prima risorsa su cui faranno affidamento saranno le piantagioni straniere sul loro territorio, rescindendo i contratti senza esitazioni .

L’aumento della coltivazione delle piante bioenergetiche, riducendo  drasticamente le colture tradizionali, ha già fatto registrare, in alcuni paesi del continente nero, sensibili rialzi nei prezzi  e conseguenti difficoltà delle popolazioni indigene.

Gli sviluppi di questa situazione devono essere guardati con attenzione.
Ci diranno se i rapporti del resto del mondo con i paesi africani riescono davvero a evolvere verso un'effettiva parità economica e politica (come hanno promesso di fare i cinesi con la loro recente "offensiva" di iniziative in vari paesi africani) oppure se di fatto si configurano nuovamente condizioni di disparità, simili al colonialismo.
Questa volta non più europeo.

                                                   Luca Deaglio

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