Aggiornamenti e sviluppi

Le precedenti analisi relative ai risultati delle elezioni del 2006 nel continente europeo  avevano segnalato il profilarsi di diverse situazioni di probabile instabilità(vedi anche Le elezioni più recenti in Europa).
Le cause di tale instabilità sono diverse (Figura 1): vanno dall'esiguità ed eterogeneità delle maggioranze parlamentari (Italia), alla prolungata difficoltà di formare un governo a causa di contrasti interni alle potenziali coalizioni (Repubblica Ceca), all'emergere di scandali (Ungheria), al persistere di forti tensioni legate a specifiche issue (come l'immigrazione in Olanda o gli equilibri tra le comunità etniche in Bosnia-Erzegovina), al crearsi di difficili coabitazioni istituzionali (Ucraina). Risulta quindi opportuno, ad alcuni mesi di distanza, tornare ad analizzare la situazione politica in questi paesi al fine di evidenziarne i più recenti sviluppi.  

Venendo all'Europa centrale, vi è da registrare la sostanziale tenuta delle coalizioni emerse dalle urne nel 2006, ma con nette distinzioni. In Ungheria, dove il premier Gyurcsany godeva di una sostanziosa maggioranza parlamentare, le vaste proteste di piazza seguite alla pubblica ammissione del premier di aver mentito sul reale stato dell'economia nel corso della campagna elettorale hanno dato, per alcuni giorni, l'impressione di poter affossare il governo.  Tuttavia Gyurcsany è riuscito ad ottenere nuovamente un voto di fiducia ed è ora impegnato in un ambizioso programma di riforme imperniato sulla crescita economica, la creazione di nuovi posti di lavoro, la riforma del sistema sanitario e il taglio delle tasse. Situazione differente in Repubblica Ceca, dove le elezioni del giugno 2006 non hanno dato luogo ad una netta maggioranza in parlamento. Dopo un primo tentativo fallito, il premier Topolanek sta ora cercando di mantenere in piedi il suo secondo governo, anche se egli stesso ha affermato di preferire la prospettiva di elezioni anticipate piuttosto che rinunciare al suo ambizioso programma di riforma basato sul taglio delle tasse e la riduzione della spesa sociale. Non sembra invece a rischio il governo guidato dal socialdemocratico Robert Fico in  Slovacchia, ne quello di Alfred Gusenbaur, sostenuto dal una 'grande coalizione' con i verdi ed i conservatori in Austria

Per quanto riguarda la Polonia, le recenti elezioni (ottobre 2007) potrebbero rappresentare un momento di svolta per il paese. I risultati ufficiali vedono infatti i liberali di Donald Tusk, con il partito Piattaforma Civica, ottenere una cospicua maggioranza relativa con il 41.5% dei voti, mentre il partito dei fratelli Kaczynski, ‘Legge e Giustizia’, si arresta al 32.1%. Tale esito sancisce quindi la fine del discusso “condominio” dei due gemelli – Lech alla Presidenza e Jaroslaw come Primo Ministro – che negli ultimi due anni ha condotto il paese in una crociata conservatrice, isolandolo anche sul piano internazionale. Il prossimo governo – quasi certamente guidato da Tusk – si troverà davanti al compito di riportare la Polonia sul cammino della modernizzazione, consolidando e possibilmente incrementando le buone performances economiche degli ultimi anni e ricucendo i rapporti con gli alleati.   

Diverse turbolenze hanno invece caratterizzato l'area balcanica, dove l'adozione di procedure democratiche si scontra con un quadro ancora attraversato da profonde tensioni etniche ed assetti statuali tuttora in via di definizione (Figura 2). In Bosnia Erzegovina, Nicola Spiric, serbo, dell'Alleanza dei Social Democratici Indipendenti, è riuscito a formare un governo solo nel febbraio 2007, dopo quasi quattro mesi di contrattazioni con gli altri maggiori partiti.

Terminato l'incarico dell'Alto Rappresentante nei primi mesi del 2007, la sua amministrazione è la prima, a partire la guerra del 1992-95, a governare il paese in modo indipendente.
Tuttavia, la riforma costituzionale che dovrebbe dare un assetto definitivo al paese e regolare i rapporti tra le due entità politiche che lo costituiscono (federazione di Bosnia-Herzegovina e Republika Srpska) si annuncia difficoltosa, a causa del costante clima di tensione tra le diverse comunità e delle pretese avanzate da Milorad Dodik, primo ministro della Republika Srpska. Un quadro simile si ritrova in Montenegro, separatosi dalla Serbia in seguito al referendum svoltosi nel 2006. Qui, il premier Zeljko Sturanovic - che succede a Milo Djukanobic - gode di un'ampia maggioranza. Tuttavia il paese deve ancora mettere a punto i meccanismi giuridici ed istituzionali necessari al funzionamento di uno Stato indipendente e, soprattutto, deve dotarsi di una costituzione, la cui stesura minaccia di alimentare i contrasti con la minoranza serba.  

La situazione più preoccupante sembra però essere quella della Macedonia, dove la tensione politica è recentemente sfociata in veri e propri episodi di violenza. Da tempo l'antagonismo tra i due maggiori blocchi politici albanesi, quello di opposizione rappresentato dall'Unione Democratica per l'Integrazione (UDI) e quello al governo formato dal Partito Democratico degli Albanesi e dal Partito per la Prosperità Democratica, aveva dato luogo a dure contrapposizioni, ma senza sfociare nella violenza. Il 25 settembre 2007, durante un dibattito relativo ad un disegno di legge che prevede la creazione di posti riservati per le minoranze etniche all'interno del parlamento, il confronto parlamentare è invece degenerato in scontro fisico tra i parlamentari, mentre le guardie del corpo dei deputati del UDI si sono radunate armate davanti al parlamento, ingaggiando uno scontro con la polizia. Nei giorni successivi, un episodio di violenza da parte della polizia nei confronti di un giornalista ha poi portato ad una dura contrapposizione tra la stampa ed il governo. Nonostante la Macedonia sia avviata sulla strada delle riforme necessarie a stringere i rapporti con la NATO e la UE, ed era considerata finora più stabile rispetto ai paesi vicini, questi episodi rischiano di compromettere seriamente il suo 'status democratico' e l'appoggio della comunità internazionale.

Infine, in Bulgaria, l'esito delle elezioni presidenziali dell'ottobre 2006 può essere letto come una duplice conferma: la conferma delle tensioni che continuano ad attraversare il paese, ma allo stesso tempo la conferma della sua tenuta democratica. Il secondo turno ha infatti visto giungere al ballottaggio due candidati, e due indirizzi, specularmente opposti. Volen Siderov, leader della formazione politica Ataka, ha fatto appello alle paure della classe media, esasperando i toni e cercando di sollevare un rigurgito anti-europeista. Georgi Parvanov, presidente uscente, espressione del Partito Socialista Bulgaro e sostenuto dal Movimento per i Diritti e le Libertà - espressione politica della minoranza turca - ha puntato al mantenimento della strada intrapresa, fondata sull'integrazione delle minoranze, sulle riforme volte alla crescita economica e sull'obiettivo europeo. Il suo straordinario successo (76% dei voti), favorito anche dallo sbandamento dell'opposizione di fronte ad un candidato ritenuto 'impresentabile', rappresenta un ottimo biglietto da visita per il recente ingresso nell'UE (gennaio 2007), anche se non cancella i problemi, comuni a tutta l'area balcanica, che sembrano persistere nel paese: alti livelli di corruzione, crimine organizzato ed un carente sistema giudiziario. 

                                                    Enrico Fassi

 

 

 

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