Le molte facce del divario uomo - donna

In un mondo in cui gran parte del lavoro richiedeva soprattutto forza fisica, l’uomo aveva un vantaggio competitivo sulla donna, rappresentato precisamente dai muscoli, che si tradusse in un maggior peso nella vita sociale e in un esercizio quasi esclusivo del potere, mentre alle donne veniva affidato il lavoro casalingo e la cura dei bambini. In Germania si diceva che alle donne si addicevano le tre K, ossia Kinder, Kueche, Kirche, bambini, cucina e chiesa.

Gli ultimi cento anni – e in particolare gli ultimi cinquanta – hanno modificato radicalmente, in alcuni casi capovolto, questo stato di cose. Nel lavoro moderno la forza fisica serve pochissimo mentre importanti diventano altre caratteristiche (precisione, flessibilità nelle mansioni, minore suscettibilità ecc.) in cui forse le donne hanno qualche vantaggio sugli uomini. In più, il progresso tecnologico, a cominciare dall’invenzione della lavatrice - ha drasticamente ridotto il tempo necessario per i lavori domestici rendendo le donne maggiormente disponibili sia allo studio sia ad attività lavorative extradomestiche. E superato lo scoglio della mortalità legata la parto, la vita media delle donne sopravanza quella degli uomini. E’ possibile che per le donne le tre K siano divenute tre S, ossia salute, soldi e successo?

Forse ci stiamo avviando in quella direzione ma la preminenza femminile è ancora lontana. Per ora si può in ogni caso constatare un lento ma costante aumento delle donne che studiano e che lavorano fuori casa. Ne mostrano  esempi eloquenti le nostre due prime figure: la Figura 1 mostra come negli Stati Uniti le donne sono giunte a sfiorare la metà dell’occupazione complessiva; si noti però che la tendenza, assai marcata nel mezzo secolo che va dal 1930 al 1980, si è fortemente attutita in seguito. Forse perché gli uomini, per meccanismi consolidati della società, oltre che per la maternità (che rimane un forte ostacolo alla carriera femminile se il sistema delle assicurazioni sociali non è buono), guadagnano ancora sensibilmente di più delle loro compagne. La Figura 2 mette in luce, al contrario, la “lunga marcia” femminile nel sistema norvegese dell’istruzione: ormai quasi due laureati su tre sono donne mentre erano poco più di uno su due una diecina di anni fa.

Forse questo deriva dal fatto che le “opportunità” delle donne in Norvegia sono migliori di quelle delle donne negli Stati Uniti, con un miglior sistema di sicurezza sociale e minori discriminazioni di fatto. Il World Economic Forum ha pubblicato di recente una ricerca  (World Economic Forum - Gender Gap ) svolta da Ricardo Hausmann dell’Università di Harvard, Laura Tyson della London Business School e Saadia Zahidi (dello stesso World Economic Forum) in cui si è cercato di misurare il distacco delle opportunità tra uomini e donne. A questo scopo, gli autori hanno costruito un apposito indice, il cui meccanismo di base è presentato nella Figura 3.

Come si può vedere da questa figura, le pari (o impari) opportunità considerate dagli autori hanno quattro facce che possiamo sommariamente chiamare istruzione, salute, politica ed economia (cioè carriera e retribuzioni) in cui è possibile indicare alcuni indicatori; pesati con un sistema di indici, essi danno luogo a un punteggio globale. Si può così costruire una classifica che ha riguardato 115 paesi, alcuni dei quali, ritenuti particolarmente significativi, sono presentati nella Figura 4.  Ai primi posti non ci meraviglia certo di trovare la “pattuglia nordica” (la Norvegia, precedentemente citata ma per brevità non presente nel grafico, è al secondo posto, seguita da Finlandia e Islanda); ma forse qualche stupore deriverà dal quinto posto della Germania che batte largamente Regno Unito (nono) e Stati Uniti (23esimo).

La cosa più curiosa è che la classifica delle pari opportunità non segue affatto la classifica del reddito o della ricchezza: dopo la Germania troviamo infatti le Filippine, mentre poi lo Sri Lanka (13esimo) supera Canada e Australia (14esimo e 15esimo), il Sudafrica (18esimo) batte gli Stati Uniti. Nei paesi ex-socialisti le opportunità femminili sembrano essere migliori di quelle di molto paesi da sempre legati al libero mercato. Così la Polonia (44esima) e la Cina (63esima) superano largamente la Francia (70esima).

E l’Italia? Ahimè, è solo 77esima, ben oltre la metà della classifica, superata da tutti i paesi dell’Europa Occidentale. In un contesto mondiale, l’Italia figura particolarmente male per quanto riguarda la partecipazione femminile all’occupazione (che la porta all’87esimo posto nel sub-indice sulla partecipazione economica) mentre è assai meglio posizionata nell’istruzione (27esimo posto, ma essendo i punteggi mediamente alti e vicini tra loro, per il trattamento statistico utilizzato non ne trae molto vantaggio) ed è 77esima nel sub-indice della salute, dove peraltro tutti i paesi avanzati mostrano indici vicinissimi a 1; è verso il fondo anche per la partecipazione politica in quanto figura al 72esimo posto. Se le donne in genere devono ancora fare molto strada per raggiungere le pari opportunità, quelle italiane devono farne più della media.

                                                 Mario Deaglio

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