Durante una crisi economica come l’attuale non c’è molta voglia di brindare.
Se il 2009 è stato un anno di calo dei consumi dei superalcoolici e di cambiamento nelle abitudini d'acquisto, soprattutto in alcuni paesi europei, la crisi ha però lambito solo di striscio il whisky, il prezioso (e costoso) distillato scozzese che è stato per decenni uno dei simboli della modernità, prediletto dai giovani del “baby boom”.

Le esportazioni mondiali di whisky nel 2009 hanno infatti raggiunto il tetto storico di un miliardo di bottiglie, con una crescita del 4% rispetto al 2008. Gli Stati Uniti rimangono il più grande mercato in valore, con spedizioni in aumento del 13%, per un ammontare di 419 milioni di sterline, mentre la Francia è il paese in cui si esportano più bottiglie (Figura 1).

India e Cina sono la nuova frontiera in Asia (dove però si è registrato un calo complessivo del 9%, dovuto alla performance fortemente negativa della Corea del sud, -24%), mentre il valore delle esportazioni di Scotch (Figura 2) è aumentato del 6% in Africa e del 18% in America centrale e meridionale (+ 73% in Venezuela), paesi dove la bevanda ha un forte richiamo come status symbol, largamente perduto in Europa e in America (Figura 3). Le esportazioni verso l’Unione europea sono infatti scese dell’1% (Figura 4), con un picco negativo in Spagna.
La situazione è ulteriormente migliorata nel 2010, con i dati relativi alla prima metà dell’anno che indicano un aumento dell’export del 17%, con picchi nei mercati del sud-est asiatico e  in Sudafrica e un ritorno ai livelli pre-crisi negli Stati Uniti e in Francia.

Anche se questi dati sono stati accolti con entusiasmo in Scozia, dove si spera che la ripresa del settore possa trainare l’intera economia nella non facile impresa di superare la sfavorevole congiuntura economica, se si analizza l’andamento delle vendite in tempi lunghi, si direbbe però che il whisky, e gli alcoolici in generale, sono percentualmente in lento declino. Lo dimostra un andamento delle bottiglie messe a invecchiare nei depositi sostanzialmente statico (Figura 5).
Forse questa grande bevanda, il cui nome ha  le sue radici nell'antica definizione gaelica, uisge beatha, che significa acqua di vita, trasformazione locale del latino medioevale acquae vitae, (in riferimento alle  proprietà, tipiche dell'alcol, di preservare dal disfacimento i tessuti organici che vi venivano conservati) vede il suo primato eroso da una parte dalla birra e (forse) dall’altra dalla cocaina.

Sarebbe l’ennesima trasformazione del whisky, da quando nacque come distillato d'orzo ad opera dei monaci irlandesi intorno al 600 d.C, mantenutosi per molto tempo con una produzione scarsa e irregolare, senza marchi fino al primo Ottocento, con vendita diretta dei produttori a mercanti come Johnnie Walker, George Ballantine o i fratelli Chivas, che rivendevano il prodotto con la loro etichetta e che sono in tal modo diventati famosi.

Anche per il whisky, i cui  ingredienti fondamentali sono aria, acqua, torba e orzo, ossia quanto di più naturale si possa immaginare, nell’Ottocento fa capolino la tecnologia. Fino ad allora il whisky veniva distillato solo dall'orzo, nella varietà detta single malt ma dalla metà dell'Ottocento, grazie all'invenzione di alambicchi a colonna, si cominciò a produrre il cosiddetto grain whisky,  utilizzando cereali diversi (granoturco, avena e orzo naturale) mischiati ad una porzione di orzo maltato; o il blended whisky, ottenuto miscelando grain e single malt che rappresenta oggi più del 92 per cento delle vendite di whisky scozzese.

Questo tipo di whisky può essere prodotto in quantità maggiore e a costi inferiori del malt, soluzione ideale per le grandi società, spesso multinazionali del settore alimentare. La più importante è probabilmente l’inglese Diageo – nata nel 1997 dalla fusione della Guinness con la Grand Met che vanta un fatturato di oltre 40 miliardi di dollari, oltre 40 mila dipendenti e detiene marchi assai conosciuti come Johnnie Walker, J&B e Bell’s. Segue la francese Pernod Ricard (fatturato 7,7 miliardi di euro e circa diecimila dipendenti) che commercializza marchi come Chivas e Glenlivet.

 

La standardizzazione e la commercializzazione professionale hanno contribuito a fare del whisky la bevanda ad alta gradazione alcolica più popolare al mondo.  E anche qui è comparso l’effetto globalizzazione: accanto al whisky si è fatto strada il Whiskey, termine che indica i distillati prodotti in Irlanda e il Bourbon che proviene dall’omonima contea degli Stati Uniti (Kentucky) . Un altro produttore storico è il Canada, mentre negli ultimi anni è cresciuta moltissimo la produzione in Giappone: nell’isola di Hokkaido, ricca di giacimenti di torba e sorgenti di acqua estremamente pura e dalle caratteristiche climatiche simili alla Scozia, si producono infatti ottimi whisky di malto.

Il whisky per antonomasia rimane comunque quello prodotto in Scozia, con numeri di assoluto rilievo: il settore contribuisce per 2,7 miliardi di sterline di valore aggiunto lordo all’economia scozzese e fornisce lavoro a circa 10.000 persone, oltre 35.000 se si considera anche l’indotto (in questo caso il valore aggiunto sale a 3,8 miliardi di sterline, quasi al livello del settore turismo, con entrate lorde pari a oltre 1130 milioni di sterline). Soprattutto nell’ultimo decennio, infatti, l’industria del whisky si è decisamente indirizzata verso fornitori al’interno dei suoi confini, con forti ricadute economiche per il paese.
La legge impone inoltre che il whisky, per avere diritto a fregiarsi di questa denominazione, debba invecchiare almeno tre anni in barili di legno di quercia

L’industria è fra le più produttive della Scozia, seconda solo a quella di petrolio e gas, con una continua crescita delle esportazioni (oltre 3 miliardi di sterline nel 2008), degli investimenti nel settore e del valore del prodotto e conseguentemente con salari al di sopra della media. Il risultato è considerevole se si pensa che nell’ultimo decennio molte delle principali attività manifatturiere in Scozia sono scomparse o in crisi a causa delle nuove tecnologie e della competizione internazionale. L’industria del whisky è di grande aiuto alle piccole comunità rurali scozzesi, anche dal punto di vista turistico, grazie alle visite alle più famose e antiche distillerie.

In Italia è diminuita la fedeltà alla marca ed aumentata l'attenzione verso le promozioni e i prodotti più convenienti; un caso esemplificativo è proprio quello del whisky, un mercato in cui la marca, alla pari di altri brown spirits come brandy e cognac, è tutto. Anni fa l'innovazione era stata in grado di generare fenomeni di crescita, con il raddoppio del peso della fascia superpremium grazie a prodotti come i Classic Malts della Diageo, mentre le marche standard si stavano banalizzando. Si era in sostanza sviluppato un segmento di consumatori attratti da prodotti di alta qualità. Il trend delle vendite nel 2009, viceversa, ha fatto registrare un calo consistente sia per il whisky standard sia per quello con invecchiamento di 10 o più anni. Sostanzialmente, tutte le tipologie di prodotto hanno sofferto, con un'attenuazione del trend negativo solo per il whisky standard pure malt (Figura 6).
Nel nostro paese si consumano circa 24 milioni di bottiglie di whisky all’anno, con un calo nell’ultimo decennio del 27% nella quota di mercato dei liquori.


Il whisky potrebbe  avere un futuro anche in un altro campo: i ricercatori dell'Università Napier di Edimburgo hanno recentemente prodotto e brevettato un nuovo tipo di biocarburante, ricavando butanolo dalle sostanze che si depositano in fondo alle vasche usate per l'invecchiamento del whisky e dagli scarti del grano che viene fatto fermentare per produrre la bevanda alcolica.
A differenza di altri biocarburanti, la benzina a whisky viene prodotta solo da materiali di scarto e il butanolo avrebbe il 30% in più di resa in termini di potenza del comune etanolo usato oggi.

                                                   Luca Deaglio

 

                                         

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