L’industria farmaceutica è tra quelle che hanno maggiormente partecipato  al processo di globalizzazione e ciò è naturale dal momento che la domanda  di salute ha carattere universale. È altrettanto naturale che, per conseguenza, nel settore si sia registrato un gran numero di fusioni.

Oggi, secondo le stime della Association of British Pharmaceutical Industries, oltre il 40 per cento del fatturato mondiale proviene dai primi dieci produttori e dal primo di questi, l’americana Pfizer – cresciuta, tra l’altro, con l’acquisizione della svedese Pharmacia, che aveva in precedenza acquistato l’italiana Farmitalia e si era fusa con l’americana Upjohn in un tipico processo di concentrazione multinazionale – ne deriva attorno al 10 per cento.

 Grazie a queste fusioni, la graduatoria dei leader dell’industria (Figura 1) appare completamente rinnovata tra il 1994 e il 2004. Ci si aspettava che da questa concentrazione derivassero una razionalizzazione dell’attività di ricerca e un gran numero di nuovi farmaci (Figura 2). Al contrario: il costo e la difficoltà dell’innovazione aumentarono fortemente e tradirono le speranze di rapidi successi, come dimostra in maniera eloquente la figura 1, tratta da The Economist, che mette in luce una forte riduzione della capitalizzazione di mercato tra il 2000 e il 2004.

Va aggiunto che la pressione dei mercati finanziari perché le imprese mostrino profitti immediati non favorisce la messa in cantiere di ricerche troppo lunghe e troppo incerte bensì piuttosto l’acquisto di imprese promettenti (specie nel campo delle biotecnologie, ma con risultati commerciali sinora deludenti).
Di conseguenza, l’industria farmaceutica si trova sottoposta a tre tipi di pressioni.
La prima è di natura industriale, legata allo scadere dei brevetti su farmaci di
gran nome e alla crescente possibilità di disporre dei principi attivi di tali farmaci senza pagare alcunché ai produttori originari.

Nasce così l’ondata dei «farmaci generici» a basso costo che replicano le prestazioni dei loro antesignani blasonati e sottraggono loro profitti e quote di mercato. La seconda pressione è di tipo giuridico- finanziario: stanno crescendo la severità e l’intolleranza con cui mercati e pubblico guardano ai farmaci e a chi li produce.

Si richiede la massima trasparenza sulle ricerche scientifiche e l’annuncio di effetti collaterali indesiderati può trascinare un’impresa in tribunale e farne parallelamente crollare il titolo in Borsa. La terza, infine, è di tipo politico-culturale: crescono il risentimento contro l’appropriazione gratuita da parte delle imprese di erbe, essenze e piante selvagge (provenienti soprattutto dall’Amazzonia) e una certa antipatia verso l’uso eccessivo dei farmaci.

Fanno sentire la propria voce i fautori di medicine alternative, legate alle culture locali, in contrasto a un modello di globalizzazione uniforme e accentrata. Del resto il consumo dei farmaci risulta fortemente collegato a componenti culturali e non solo mediche, oltre che al prezzo dei farmaci stessi, dipendente, tra l’altro, dal tipo di sistema sanitario. La spesa per farmaci (Figura 3) è pari al 2,6 per cento del prodotto lordo negli Stati Uniti, ma a meno di un terzo di questa percentuale in Danimarca, il cui prodotto per abitante non è lontano dal livello americano.

L’Italia, con un prodotto lordo pari a quello del Regno Unito, spende per farmaci il 50 per cento in più di quest’ultimo. È un’altra riprova del fatto che non esiste una via universale alle medicine e che il loro collegamento con la guarigione non è sempre lineare.

                                                Mario Deaglio

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