Il recente acquisto da parte del Real Madrid dei due fuoriclasse Kakà e Cristiano Ronaldo per circa 150 milioni di euro, generosamente messi a disposizione da due banche spagnole, ha riportato il mondo del calcio nell'occhio del ciclone, attirando, in patria, le critiche del governo e della Chiesa  e suscitando incredulità e invidia nel resto del mondo.

E' naturale che cifre di questa portata suscitino scandalo in un paese come la Spagna, alle prese con una difficile crisi economica e alti livelli di disoccupazione, dove le piccole e medie imprese faticano ad accedere al credito, mentre una squadra di calcio che ha chiuso il suo ultimo bilancio con un passivo di 562 milioni di euro sembra non avere alcun problema in merito.

Se, da un lato, l'industria del calcio sembra muoversi con regole peculiari e con logiche che sono estranee ad ogni altro settore economico, dall'altro, il ricorso all'indebitamento sfrenato che ha già messo in ginocchio la finanza mondiale, sembra una costante imprescindibile anche nel mondo del football (Figura 1).

Il Barcellona, la squadra vincitrice della Champions League, ha un debito consolidato di 439 milioni di euro; il Manchester United, malgrado la cessione di Ronaldo al Real Madrid, non ripianerà certo il suo passivo, che ammonta a circa 960 milioni di euro., mentre il Chelsea  raggiunge 821 milioni, cifre che hanno spinto il Parlamento inglese ad istituire una commissione d'inchiesta: il debito complessivo dell'intera Premier League  ammonterebbe a 2,79 miliardi di euro, mentre quello della Liga spagnola è arrivato a 3,5 miliardi, già prima degli affari conclusi in questi giorni.

Nel Regno Unito, peraltro, gran parte dei debiti sono nei confronti dei proprietari stranieri dei club, che hanno investito forti somme nel passato più recente e tentano ora di ridimensionare il loro impegno, non sempre confortato da risultati sportivi all'altezza e messo a dura prova da stipendi esagerati.

La commissione parlamentare inglese ha chiesto comunque di istituire una licenza per partecipare ai campionati, da concedere solo ai club che chiudono il bilancio in pareggio.
Il presidente dell'UEFA Platini intende prendere provvedimenti simili in futuro anche per la partecipazione alle coppe europee.

La situazione sembra peggiore in Spagna, dove dominano Barcellona e Real Madrid, club ricchissimi e dal notevole "peso politico", mentre molti altri sono in grande difficoltà economica.

In Italia, dopo le vicende di  "Calciopoli" e un buon numero di fallimenti, stiamo assistendo a un ridimensionamento generale delle spese: l'Inter di Moratti ha 148 milioni di perdite, circa la metà dell'intera serie A, prontamente ripianate dal presidente in persona; Berlusconi ha, allo stesso modo, ripianato le perdite del Milan (66,8 milioni). Entrambi i club sembrano comunque alla ricerca di soci esteri, così come la Roma, che dovrebbe restituire ad Unicredit almeno 365 milioni.

La Juventus si limita a un passivo  di 20,8 milioni, ma non può più contare come in passato sull'appoggio di un padrone generoso e deve ancora riprendersi dalle conseguenze dello scandalo in cui è stata coinvolta, che l'hanno esclusa per due stagioni dai ricchi premi della Champions League.

Il calcio italiano sembra comunque attraversare un periodo di forte crisi (Figura 2), con un campionato deludente nel gioco,  spettatori in calo costante e scarsi risultati internazionali, oltre ai suddetti debiti e a una struttura organizzativa che non ha saputo modernizzarsi e adeguarsi ai tempi.
Lo scandalo di "Calciopoli"ha senz'altro allontanato molta gente da un football  la cui credibilità sembra compromessa, anche perché, passata la bufera, il sistema si è riproposto uguale a prima, al punto che il commissario straordinario Rossi, abbandonando il suo incarico, ha affermato che è impossibile riformarlo.

Un problema irrisolto rimane quello delle infrastrutture: gli stadi, malgrado i recenti adeguamenti, sono  spesso troppo vecchi (Figura 3), e non consentono di realizzare i guadagni che i club inglesi e spagnoli ottengono da ristoranti, negozi e alberghi all'interno di modernissimi impianti di loro proprietà.

I biglietti, anche all'estero, sono più cari che in passato ma, a differenza dell'Italia, si registra quasi sempre il tutto esaurito.
Il numero di spettatori medio della serie A nell'ultimo decennio in Inghilterra è aumentato del 18% e in Germania del 20%, mentre da noi è calato del 25%.

Un ulteriore motivo di crisi è quello della negoziazione dei diritti televisivi, che in Italia è finora avvenuta singolarmente per ogni club anziché come Lega calcio. Proprio in quest'ottica, a maggio, le squadre di serie A e serie B si sono divise e ognuna dovrebbe in futuro avviare la sua contrattazione collettiva in questo campo di importanza economicamente vitale, soprattutto in Italia ( dove riveste circa il 63% delle entrate, contro il 39% dell'Inghilterra).
Gli ultimi anni hanno visto una crescita continua della pay-tv (Figura 4), ora affiancata dal digitale terrestre, senza che ciò abbia comportato un'analoga crescita dei ricavi dei club (solo il 3% annuo), che anzi sembrano avere perso il pubblico negli stadi a vantaggio di quello televisivo. Le fonti di reddito si sono in generale ridimensionate, al punto che i conti del 2006/7 risultano ai livelli di quattro anni prima, con una delle peggiori performance fra i paesi europei più importanti, aggravata dalle uscite per gli ingaggi dei calciatori, in continua crescita.
Di conseguenza il calcio italiano, che era al secondo posto in Europa per incassi all'inizio del 2000, alle spalle dell'Inghilterra, è ora retrocesso al quarto posto, superato da Germania e Spagna e quasi raggiunto dalla Francia.

Un recente studio inglese, che ha analizzato il mercato di 40 club albionici tra il 1978 e il 1997 , ha scoperto che gli acquisti hanno influito solo per il 16 per cento sulla loro posizione in classifica, mentre l'influenza degli stipendi è stata del 92 per cento.

Se le somme che una squadra spende in cartellini non sembrano dunque determinare più di tanto i suoi successi sul campo, è indubbio comunque che il potere finanziario è diventato una discriminante imprescindibile nel calcio moderno, al punto che l'annuale report realizzato dalla Deloitte sui più ricchi club europei si chiama appunto Money League.

Tutte le precedenti edizioni del report hanno mostrato un continuo aumento dei guadagni dei top 20 club europei, dato confermato anche nell'edizione di quest'anno, malgrado la crisi economica mondiale (Figura 5). Pur non essendo il football immune dagli effetti della recessione, le sue peculiarità (tifoserie fedeli, contratti di sponsorizzazione e televisivi a lungo termine ) gli hanno permesso di limitare gli effetti negativi che hanno colpito quasi tutti i settori industriali e non.

I guadagni dei club considerati, inoltre, hanno di gran lunga superato la crescita del PIL nelle economie dei paesi di appartenenza negli ultimi dieci anni, ponendo di fatto il football come uno dei settori più performanti del mondo moderno (Figura 6).
Resta da vedere se la crescita smisurata dei debiti e gli effetti della crisi, che devono forse ancora manifestarsi completamente, non costituiranno nei prossimi anni un ostacolo insormontabile per la sopravvivenza dell'attuale sistema, soprattutto per quanto riguarda i club più piccoli, che già ora non navigano sempre con il vento in poppa.

                                                   Luca Deaglio

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