I consumi e la produzione di carne continuano a essere elevati in tutto il mondo. Malgrado gli anatemi dei nutrizionisti, la sempre maggior diffusione di diete vegetariane, i problemi ambientali e, soprattutto, la crisi economica che impone tagli anche sulla spesa per il cibo, l'uomo sembra non riuscire a dimenticare il suo lato carnivoro.

I dati relativi al 2011 segnalerebbero un lievissimo calo nel consumo annuo a livello mondiale (42,3 kg pro capite contro i 42,5 del 2010, con i Paesi sviluppati a circa 80 kg contro i circa 33 dei Paesi in via di sviluppo), ma bisogna ricordare che la produzione (Figura 1) ha fatto registrare un aumento di un significativo 20% dal 2001 ad oggi. I consumi stessi, anche a causa dell'aumento della popolazione e della ricchezza globale, sono più che raddoppiati dagli anni '60, quando raggiungevano i 22 chilogrammi pro capite, circa 70 milioni di tonnellate complessive contro le attuali 270.

Sappiamo che i consumi alimentari, e quindi anche delle carni, sono fortemente legati alla cultura e alle tradizioni dei diversi paesi nel mondo, e non deve quindi sorprendere il significativo gap che separa i paesi "carnivori" da quelli "non carnivori": mediamente chi vive in questi ultimi consuma dieci volte meno carne di chi vive nel primi.
Come mostra il grafico dell'Economist (Figura 2), nella classifica dei principali consumatori di carne c'è il Lussemburgo al primo posto, con un consumo stimato intorno ai 132 chilogrammi per persona (i dati sono riferiti al 2007). Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti con quasi 125 chilogrammi e, al terzo, l'Australia con poco più di 120 chilogrammi per persona. L'Italia è al quattordicesimo posto con un consumo per persona pari a 90 chilogrammi circa. Nel nostro paese mangiamo molta carne di maiale e di bovini, mentre è inferiore il consumo di pollame. Nel 2007 abbiamo complessivamente consumato 5,44 milioni di tonnellate di carne, ma gli ultimi anni di congiuntura economica negativa hanno giocato a sfavore della carne bovina (Figura 3), segnalata in deciso calo a vantaggio delle altre due tipologie.

A livello globale, le Americhe, l'Australia e l'Europa hanno un consumo pro capite superiore al resto del mondo (Figura 4), pur con significative differenze al loro interno. Per esempio, argentini, cileni e brasiliani mangiano più carne dei peruviani, così come gli europei occidentali sopravanzano quelli orientali. Africa, Medio Oriente e sud e sud-est Asiatico sono le aree con minor consumo, con poche eccezioni.

Mangiare carne dipende anche dal livello di benessere economico, dato che la povertà è spesso un ostacolo in questo senso, ma non mancano le eccezioni alla regola.. Brasiliani e venezuelani mangiano molta più carne di quello che ci si aspetterebbe dal loro reddito pro capite, e lo stesso si può dire per paesi come  Mongolia, Gabon, Turchia, Romania e Bielorussia. All'opposto, paesi relativamente benestanti come Sudafrica, Oman e Libia hanno consumi molto bassi, forse perché la ricchezza è di solito nelle mani di ristrette élite. Diverso è il discorso per l'Asia, dove pure paesi ricchi come Giappone, Corea del sud, Malesia e Singapore si astengono dalla carne in quanto estranea alla loro cultura e all'influenza del buddismo che considera impuro cibarsi di animali con quattro zampe (un giapponese mangia un terzo della carne di un americano, pur non disdegnando gli uccelli, le balene o i pescecani).

Le influenze culturali pesano infatti anche sui tipi di carne consumate (Figura 5): il maiale è al primo posto nel mondo, la carne bovina resiste al secondo posto malgrado la forte diminuzione negli ultimi cinquant'anni, mentre cresce in termini relativi e assoluti il pollo; restano marginali l'agnello, il montone e altri animali minori. I gusti sono però cambiati nel tempo: nei primi anni Sessanta il 40 per cento della carne consumata era ottenuta dai bovini, mentre nel 2007 la percentuale si è ridotta al 23 per cento.
La carne di maiale raggiunge un totale di circa 100 milioni di tonnellate consumate ogni anno. Il pollame è passato in una cinquantina di anni dal 12 al 31 per cento su scala globale.

 

La distribuzione è fortemente influenzata anche dalle religioni: come sappiamo l'Islam e il Giudaismo proibiscono il consumo di maiale, l'induismo quello dei bovini. In generale, i paesi islamici (anche ricchi) hanno bassi consumi di carne, con l'eccezione di Emirati Arabi, Qatar, Arabia Saudita e Kazakhstan.  Viceversa, il consumo di carne bovina domina in  Usa, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay, Australia e Nuova Zelanda, mentre gli  europei mangiano relativamente più maiale e meno bovino dei nordamericani.

Recenti studi pubblicati dal Worldwatch Institute e dall'Earth Policy Institute dipingono però un preoccupante quadro della crescita del consumo di carne a livello mondiale, con ripercussioni, ad esempio, sullo stato di salute degli ecosistemi della Terra e sulla crescita delle emissioni di gas nocivi per il clima che derivano dalle attività agricole.

Il Worldwatch Institute, nel suo ultimo rapporto "State of the World 2012" fornisce i numeri della crescita degli animali da allevamento nel mondo.
Il numero di polli destinati al consumo umano è cresciuto del 169% dal 1980 al 2010, da 7.2 miliardi di individui a 19.4 miliardi di individui. Durante lo stesso periodo la popolazione di capre e pecore ha raggiunto i 2 miliardi e la popolazione dei bovini è cresciuta del 17% raggiungendo 1.4 miliardi. La popolazione attuale di esemplari sottoposti ad allevamento umano, tra bovini, capre, pecore, polli, maiali, dromedari, anatre, lepri, conigli, tacchini, oche ecc. è passata da i 9 miliardi del 1970 ai 26.7 miliardi attuali, come indicano i dati di FAOSTAT. 
I maiali, per esempio, sono passati dai 547 milioni del 1970 ai 965 milioni del 2010.
La domanda di carne, uova e prodotti caseari è andata significativamente incrementando nei paesi in via di sviluppo, particolarmente in Asia e Cina (Figura 6). In questi paesi infatti il consumo pro capite di latte si è quasi raddoppiato tra il 1980 ed il 2005, quello di carne si è triplicato e quello di uova è aumentato di cinque volte.

Più di un quarto di tutta la carne prodotta a livello mondiale è oggi consumata in Cina. Nel 1978 il consumo di carne in Cina era di 8 milioni di tonnellate, un terzo di quello statunitense che raggiungeva i 24 milioni di tonnellate. Nel 1992 la Cina ha sorpassato gli Stati Uniti come paese leader nel consumo complessivo di carne a livello mondiale (per quanto il consumo pro capite resti ancora di gran lunga inferiore). Oggi il consumo annuale di 71 milioni di tonnellate in Cina è più del doppio di quello degli Stati Uniti. Del consumo di carne cinese i tre quarti sono costituiti da carne di maiale e metà della popolazione mondiale di maiali da allevamento, circa 476 milioni di individui, si trova oggi in Cina.

Circa il 75% delle nuove malattie che hanno colpito il genere umano dal 1999 al 2009 hanno origine dagli animali e dai prodotti derivanti da animali, sempre secondo le analisi e le stime della FAO; il caso mucca pazza, l'influenza aviaria o il recente scandalo della carne di cavallo mischiata a quella bovina sono solo i casi più clamorosi.

La zootecnia intensiva produce un alto livello di rifiuti, un eccessivo utilizzo di acqua e di terra, danneggia la  biodiversità e contribuisce al cambiamento climatico provocando il 18% delle emissioni globali di gas serra (in particolare a causa del protossido di azoto). Inoltre l'allevamento del bestiame costituisce una delle maggiori cause di deforestazione. Una componente fondamentale dell'alimentazione degli allevamenti animali è costituita dalla soia. L'incredibile incremento del consumo di carne in Cina ha alterato molti paesaggi nel mondo dove la terra coltivata a soia sta ormai oltrepassando quella destinata a grano e mais. La Cina nel 2011 ha prodotto 14 milioni di tonnellate di soia ma ne ha consumate ben 70 milioni di tonnellate. Molte aree di foresta e savana sono state distrutte per fare posto alle monocolture di soia.
L'attuale panorama appare dunque più influenzato, così come in altri settori, dagli interessi economici delle grandi multinazionali dell'alimentazione e degli allevamenti più che dall'atavica  fame di carne dell'essere umano.

                                                   Luca Deaglio

 

                                       

 

                                         

                                                   

 

                                           

 

                                           

 

                                                 

                                                                          

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