Non è un caso che le partenze per la conquista dello spazio prediligano le basse latitudini per l'immissione in orbita. A parte i vettori che vengono lanciati in orbite polari, gli altri, che trasportano la maggior parte delle sonde scientifiche e commerciali, utilizzano orbite geostazionarie.
L'immissione in orbita avviene in tre differenti fasi. La prima pone il missile in un'orbita bassa che ha lo scopo di farlo transitare in una seconda orbita molto ellittica, detta di trasferimento. Una volta raggiunto l'apogeo si accendono nuovamente i motori per trasferire il missile nella prestabilita orbita geostazionaria.
Tutta l'operazione è molto dispendiosa dal punto di vista energetico, richiedendo una grande quantità di carburante a bordo. Quantità che limita il carico trasportabile del lanciatore.

Per queste orbite a bassa inclinazione è molto conveniente sfruttare l'effetto fionda (Figura 1), cioè quella spinta che la Terra, ruotando verso est, naturalmente fornisce. Infatti, la componente terrestre si somma alla spinta dei motori del missile facendo risparmiare carburante e quindi costi di lancio e massa trasportata.
Questa spinta non è costante su tutta la superficie terreste, diminuisce con l'aumentare della latitudine. Man mano che ci si allontana dall'equatore, (massima circonferenza della Terra dove la spinta terrestre è di circa 1650 Km/h) la velocità di rotazione terrestre diminuisce proprio perché la circonferenza tracciata da un punto rispetto all'asse terrestre si riduce con l'aumentare della latitudine. Inoltre anche il vettore del campo dell'accelerazione gravitazionale varia, oltre che con l'altitudine, anche con la distanza dell'equatore, un corpo in pratica pesa di meno all'equatore che ai poli.


La geografia ritorna, dunque, protagonista. La posizione più o meno ottimale di una base di lancio influenza costi, payload (carico utile) e, in definitiva, la facilità di accesso al ristretto club delle nazioni leader nel campo aerospaziale.
La disponibilità e il controllo di queste aree equatoriali porta ad avere un grande vantaggio geostrategico.
Spazioporti e centri di monitoraggio e controllo a queste latitudini permettono facilitazioni non solo economiche, ma anche di volumi trasportabili, fondamentali per tutta l'attività di ricerca civile, militare e di esplorazione spaziale. Attività prodromiche per raggiungere la superiorità in settori strategici dual-use come telecomunicazioni, telerilevamento, previsioni del tempo e ricerche avanzate sull'agricoltura.
Esattamente come avviene per il controllo e la gestione dell'immateriale mondo del cyberspace, che necessita di determinati luoghi fisici dove posizionare server, centri di gestione del traffico dati, luoghi dove garantire connessioni fisiche (antenne, cavi ecc), diritti di passaggio per i cavi, lavori di posa e manutenzione, anche l'attività spaziale ha bisogno di strutture fisiche terrestri in specifiche posizioni geografiche.
Inoltre, necessitano di una buona struttura logistica, di luoghi con buone condizioni meteo durante tutto l'anno, di essere lontani dai centri abitati ed avere a disposizione grandi spazi per le attività tecniche e logistiche, oltre ad avere un luogo di caduta degli stadi di propulsione utilizzati per il lancio in zone disabitate o in mare.
Considerazioni che riprendono le tesi dell'ammiraglio A.T. Mahan, che spiegavano come la Gran Bretagna avesse ottenuto il potere marittimo nel XIX secolo controllando alcuni strategici punti nodali.

L'importanza strategica dell'accessibilità alle basi di lancio può essere similmente equiparata anche alla disponibilità e al controllo degli aeroporti formulata nella Teoria del dominio dell'aria dal generale Giulio Douhet.
Tutti assiomi riconducibili al pensiero della geopolitica classica; lo stesso Everett C. Dolman nel 1999 in Geostrategy in the Space Age: An Astropolitical Analysis scriveva che per la conquista dello spazio sarebbe stato fondamentale il controllo di alcuni punti critici.
Sono ventitré le basi di lancio per attività spaziali operative al mondo (Figura 2), la maggior parte, quelle più adoperate, sono localizzate a latitudini basse.
Cape Canaveral con la struttura per il lancio del John Fitzgerald Kennedy Space Center è forse la più famosa, con una latitudine di 28° 29′ 20″ Nord, gode di una delle posizioni migliori negli Stati Uniti sia in termini di vicinanza all'equatore che di zona di ammaraggio per gli stadi dei lanciatori e può sfruttare una spinta della rotazione terrestre verso est di circa 405 m/s. Lo spazioporto californiano di Edwards con una latitudine di 34°54′20″ N è la base di atterraggio degli Space Shuttle. Gli Stati Uniti (Figura 3 e Figura 4) dispongono inoltre dello spazioporto di Mojave a una quota di 851 metri e 35°03′34″ di latitudine nord e, sempre in California, della Vandenberg Air Force Base, mentre in Alaska si trova la Kodiak Launch Complex per i lanci polari.
Ma la base di lancio più antica e utilizzata del mondo è il cosmodromo di Bajkonur in Kazakistan a 45°57′54″ di latitudine nord.
Dopo la disgregazione dell'URSS, Mosca è stata costretta a negoziare pesanti accordi bilaterali con i nuovi stati indipendenti per ottenere la gestione di aree di vitale importanza strategica. Il contratto per Bajkonur scadrà nel 2050 e ogni anno la Russia versa 115 milioni di dollari nelle casse di Astana.
Per rimuovere la costosa dipendenza, Mosca ha iniziato la ristrutturazione del cosmodromo di Plesetsk a 62°55′32″ a nord della Russia, destinato all'immissione in orbita di satelliti con alte inclinazioni ed orbite polari, e la creazione di un nuovo cosmodromo a Vostochny nell'est siberiano (51° e 49' di latitudine nord) con un iniziale stanziamento di 25 miliardi di rubli confermato direttamente da Putin. Una volta completato, si stima nel 2018, ridurrà di oltre il 50% la dipendenza kazaka. La Russia dispone anche del cosmodromo Kapustin Yar e del cosmodromo Svobodny (in via di smantellamento).

La Cina ha un centro di lancio a Jiuquan (40°57′38″ latitudine nord) nel deserto del Gobi, il Taiyuan Satellite Launch Center e il Centro di lancio satellitare Xichang.
Il Giappone dispone dell'Uchinoura Space Center e del centro spaziale a Tanegashima.
L'emergente potenza spaziale indiana invece si basa sul Satish Dhawan, mentre l'Iran è autonomo, potendo contare sulla base di Semnan (35° 35' latitudine nord) a 1138 metri di quota.
L'Agenzia spaziale europea, si basa sul centro spaziale di Kourou nella Guyana francese che grazie all'eccellente posizione geografica, appena 5° 11' 04'' di latitudine nord, fornisce naturalmente ai vettori dell'ESA Ariane (Figura 5) e Vega una spinta di 465 m/s rendendola tra le basi di lancio spaziali più competitive.
Anche l'Italia (che fu la terza nazione al mondo a lanciare in orbita un satellite) dispone dell'accessibilità a una base di lancio equatoriale.
Il centro spaziale Luigi Broglio, situato al largo delle coste keniote, è in concessione all'Italia grazie a un accordo bilaterale tra Roma e Nairobi. Il sito è estremamente favorevole per sfruttare l'effetto fionda essendo posizionato ad appena 2° 59' e 44'' a nord dell'equatore. L'ultimo lancio risale al 1988, attualmente è operativo solo il centro a terra che si occupa del tracciamento dei satelliti.
Questa lettura della realtà potrebbe riportare al classico determinismo geografico, tipica matrice della geopolitica degli spazi territoriali, affermando che le azioni dell'uomo sono rigidamente vincolate dall'ambiente fisico, sconfessando, solo apparentemente, il possibilismo geografico.
L'esempio di cooperazione tra i diversi stati (Figura 6 e Figura 7) nella gestione del centro di Kourou o il progetto congiunto tra ESA e Roscosmos (l'agenzia spaziale russa) per la missione marziana Exomars (Figura 8), che ha visto il lancio della prima sonda dalla base kazaka di Bajkonur lo scorso 14 marzo, e il continuo progresso tecnologico e della chimica dei propellenti sono fattori che in futuro potrebbero contenere le oggettive difficoltà intrinseche alla posizione geografica dei cosmodromi, dissipando anche la più rigida visione determinista.

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