Il mondo del petrolio attraversa un periodo tempestoso, dalla guerra in Iraq all'annuncio di pochi giorni fa dell'Arabia Saudita di abbassare i prezzi (ma non la produzione).
Sicuramente l'Iraq è una delle chiavi di volta della situazione; vediamo cosa sta succedendo e soprattutto qual è l'entità dei danni che in Iraq sono stati causati all'industria del petrolio in seguito alla conquista, da parte del gruppo ISIS, del nord del Paese e quanta parte delle risorse è ancora sotto il controllo di Baghdad.
Una breve panoramica può far comprendere l'attuale situazione del comparto economico che compone il 90% delle entrate del Paese.

Il settore petrolifero, in Iraq, iniziava il 2014 con dati molto incoraggianti.
Con un totale di 144,211 milioni di barili di petrolio, il Paese si imponeva a fine 2013 come quarta riserva al mondo di petrolio, dopo Venezuela, Arabia Saudita e Iran. (Figura 1)
Dal lato della produzione, già nel 2012 il Ministero dell'Energia iracheno annunciava il proprio intento di spingere il totale prodotto giornalmente fino a 12 milioni di barili per il 2017: una quantità così ingente da competere con la capacità produttiva dell'Arabia Saudita.
Alla fine dello stesso anno, i dati della Energy Information Administration (EIA) statunitense mostravano come la produzione dell'Iraq avesse superato quella iraniana.
Nel 2013, l'Iran recuperava il vantaggio, spingendo l'Iraq a un comunque notevole terzo posto (2,980 milioni di barili al giorno), dopo Arabia Saudita (9,637 milioni b/g) e, appunto, Repubblica iraniana (3,575 milioni b/g). (Figura 2)
I dati disponibili aggiornati al 2014 (Iraq Energy Agency) riguardano il primo quadrimestre, durante il quale la produzione irachena tocca una cifra media di 3,287 milioni di barili al giorno. (Figura 3)
Poi venne l'estate, e l'esplosione del fenomeno ISIS al nord, con la sottrazione al controllo di Baghdad, da parte dei Jihadisti, di diversi territori nel Paese, e dei loro giacimenti.


A fine agosto, l'ex Ministro del Petrolio iracheno Issam al Chalabi dichiarava che l'organizzazione di Al Baghdadi deteneva il controllo di sette o otto piccoli giacimenti: tra questi, i pozzi di Ain Zalah e Batna, nella regione di Kirkuk, sottratti al controllo dei Peshmerga curdi, il giacimento di al-Qayara, dotato di una risera di greggio di 800 milioni di barili, e quello di Najmah, entrambi nella regione di Niniveh ed entrambi abbandonati fin da febbraio del 2014 dalla compagnia angolana Sonagol, che si occupava del loro sfruttamento, a causa dei primi attacchi dell'ISIS. Inoltre, i militanti controllerebbero i giacimenti di Himreen e al-Ajeel nella regione di Salah ad-Din, oltre alla raffineria di Baiji, la maggiore del Paese e sede di un importante impianto di energia elettrica. (Figura 4)
Diversi analisti concordano che la potenzialità di produzione di questi giacimenti e impianti non superi i 70.000 barili al giorno.
Secondo le più aggiornate notizie, la produzione reale dell'ISIS oscillerebbe tra i 25.000 e i 40.000 barili al giorno; inoltre, circa la metà di questo quantitativo sarebbe requisita dalle forze di sicurezza prima di poter essere contrabbandate in Turchia (a quanto sembra, uno dei principali acquirenti).

Tuttavia, perdite maggiori derivano dalle politiche commerciali sempre più "emancipate" da parte del Kurdistan iracheno. I combattenti della Regione semiautonoma, infatti, hanno occupato a luglio l'importante terminal petrolifero di Kirkuk (da cui parte l'oleodotto Kirkuk-Ceyhan, che collega l'Iraq alla Turchia), già inattivo da aprile a causa di attacchi con esplosivi che lo avevano danneggiato; inoltre, l'Autorità curda starebbe approfittando della débacle del governo iracheno a nord per esportare autonomamente il petrolio prodotto nel proprio territorio: secondo i dati della Iraq Energy Agency, le esportazioni del Kurdistan supererebbero i 250.000 barili al giorno.
In fin dei conti, non si tratta di perdite così ingenti: se nel primo quadrimestre del 2014 la produzione del Paese raggiungeva i 3,287 milioni di barili al giorno, la perdita del petrolio curdo e di quello dei pozzi del nord in mano all'ISIS lascia comunque ai pozzi del sud, ancora sotto il controllo di Baghdad, una capacità produttiva media di circa 3 milioni di barili al giorno. (Figura 5)
Il Ministero del Petrolio iracheno offre i dati sulle esportazioni del 2014, aggiornati a fine luglio: nel mese dell'offensiva dell'ISIS, l'Iraq ha esportato un totale di 75,7 milioni di barili, per una media giornaliera di 2,44 milioni. Il consumo interno di luglio, invece, ammonta a 540.000 barili al giorno. Confrontando questi dati, si desume una produzione giornaliera, per luglio 2014, di 2,98 milioni di barili: appunto, circa 3 milioni.
Il nuovo governo iracheno ha recentemente dichiarato di voler aumentare la produzione dei grandi pozzi meridionali, in modo tale da ammortizzare le perdite dell'estate, anche se sicuramente pesa la perdita del terminal di Kirkuk, per cui transitavano, a febbraio 2014, poco meno di 300.000 barili al giorno destinati all'esportazione. (Figura 6)
Sebbene la percentuale di petrolio perduto dall'Iraq non sembri così alta rispetto al totale della produzione del Paese, l'erosione del settore petrolifero non può che preoccupare Baghdad. Infatti, il sistema economico iracheno è di tipo export led, con un ruolo nettamente preponderante delle risorse energetiche nella composizione delle entrate statali, e in cui, a livello lavorativo, più del 50% della forza lavoro dipende dal pubblico impiego (amministrazione e forze dell'ordine).

Pertanto, risulta evidente come un attacco alla fonte stessa del sostentamento dello Stato, il sistema di sfruttamento e commercializzazione dei giacimenti petroliferi, rappresenti una minaccia diretta non soltanto alla compagine statale, ma anche alla maggior parte delle famiglie del Paese, che basano appunto sul pubblico impiego il proprio sostentamento. È probabilmente questa, a livello economico, la minaccia più pericolosa dell'ISIS.

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