Nel primo semestre del 2008 il prezzo in Dollari di un barile di Petrolio è aumentato vertiginosamente, fino al picco di luglio a 147,50 USD/barile, un rialzo del 50% dall' inizio dell'anno (Figura 1). Nonostante lo "scudo" costituito dalla forza valutaria dell'Euro nei confronti del Dollaro, il costo del greggio in divisa europea è alla fine aumentato del 40% sui dati di inizio gennaio (Figura 2).

Dopo il picco estivo, le quotazioni petrolifere sono scese dai massimi di luglio fino a quota 92 circa (-35%). Dopo alcuni alti e bassi, anche vistosi (con un momentaneo rimbalzo fino a 120), le quotazioni sembrano in fase di consolidamento poco sopra quota 105-106, comportando una riduzione (rispetto ai massimi di luglio) del 28,5% circa.

La riduzione delle quotazioni del greggio è stata in realtà compensata dal recupero del Dollaro che,  pur con gli alti e bassi settembrini collegati alle tempeste borsistiche, ha guadagnato l'8% dai suoi valori di metà luglio (Figura 3).
Questa volta il meccanismo valutario ci ha sfavorito: la quotazione del barile in Euro è scesa "soltanto" del 22,5% dai massimi di luglio. Le variazioni dei costi petroliferi rispetto all'inizio dell'anno si attestano alla fine sul +10%, sia in Dollari che in Euro (Figura 2).

Nei momenti di massima pressione delle quotazioni petrolifere, i mezzi di informazione hanno esasperato l'umore dell'opinione pubblica, specie in tema di rincari dei carburanti, consolidando l'impressione che il trend delle quotazioni petrolifere garantisse profitti "insperati" (e, in qualche misura, "non moralmente giusti") a vantaggio delle categorie economiche complessivamente coinvolte nel trattamento di petrolio e dei suoi derivati, materie plastiche in prima linea.

Ora questo è probabilmente vero per alcuni di soggetti: per esempio i "petrolieri" hanno potuto facilmente scaricare sui consumatori finali i rincari del greggio, a tal punto che il Governo ha introdotto a loro carico la "Robin tax" così chiamata per l'assonanza con Robin Hood (che toglieva ai ricchi per dare ai poveri).
Ma il meccanismo non  ha agito nella stessa direzione per tutte le categorie operanti nel generale settore dei derivati del petrolio. Anzi il rincaro del greggio ha agito in senso negativo sui margini delle filiere chimiche ed in particolare nel settore della materie plastiche.

Il settore, che in Italia coinvolge circa 2.000 aziende, si articola in tre comparti principali: il polietilene (film ed imballaggi), il polietilene lineare (sacchetti, tipo buste per la spesa), polipropilene (vaschette per alimenti).
Il processo di raffinazione del petrolio, dal quale si ottengono benzine, gasolio e GPL, dà origine a nafte pesanti. Attraverso un procedimento chiamato cracking, queste nafte vengono trasformate in etilene, che, dopo una serie di processi e lavorazioni, dà vita al polietilene. Produrre il polietilene è anche un modo economicamente efficace ed ecologico di ottimizzare un componente del petrolio.

Il polipropilene, invece, è uno dei polimeri versatili. Può essere utilizzato come plastica e come fibra. Come plastica viene utilizzato per realizzare i contenitori per alimenti, specie se lavabili in lavapiatti, in quanto non si fonde al di sotto dei 160°C (il polietilene, invece, si fonde intorno ai 140°C, il che significa che i piatti in polietilene si fonderebbero in lavapiatti). Come fibra, il polipropilene viene utilizzato per realizzare moquettes per interni ed esterni, è facile da colorare e non assorbe l'acqua come invece il nylon.  

Il polipropilene è usato anche come isolante per cavi elettrici soprattutto in ambienti a bassa ventilazione, come le gallerie. Ciò grazie alla caratteristica del polipropilene di emettere meno fumi ed alogeni tossici, che ad alte temperature possono produrre sostanze acide.

Il rally del petrolio ha spinto le multinazionali della chimica a ritoccare ripetutamente i prezzi (Euro per tonnellata) di tali materiali (Figura 4), balzati a record mai visti prima. Si noti tuttavia che vi è una strutturale inerzia nel trend di tali quotazioni, che in agosto, nonostante il sensibile calo del barile di greggio, sono ulteriormente salite.

La Figura 5 illustra la variazione percentuale di tali quotazioni su base gennaio ’08: il ritardo temporale (di risposta ai movimenti del greggio) aveva addirittura permesso un moderato calo primaverile dei prezzi di polietilene e polipropilene. In modo analogo, nonostante lo storno agostano del greggio, le quotazioni di queste materie sono tutte salite di un 2-3% in un mese.

I rincari sono vistosi: il polietilene lineare (sacchetti e buste per la spesa) è così aumentato del 22,5% circa da inizio anno, il polietilene (pellicole) del 17% circa ed il polipropilene (vaschette) del 6-7%. Quest’ultimo tuttavia è rimbalzato del 15% circa dai minimi di maggio. Approssimativamente, i listini delle multinazionali (ovvero i costi di acquisto per le aziende trasformatrici italiana) sono aumentati di una cifra “riassuntiva” del 20%.

A questi vanno aggiunti i rincari dell’energia, utilizzata nell’attività produttiva come da qualsiasi altra impresa, direttamente dipendenti dall’aumento del greggio (Figura 6). Su questo fronte occorre mettere in conto un ulteriore aumento del 15% -20%
Ma il settore soffre in particolare perché si trova inserito fra l’incudine e il martello: da un lato, come abbiamo visto, deve fare i conti con i listini delle multinazionali chimiche (a loro volta sensibili al trend del greggio); dall’altro spesso si scontra con la forza contrattuale della Grande Distribuzione (GI), che non accetta facilmente rincari dei “suoi” costi.

Di conseguenza, visto che nessuno vuole assumersi il 40% di aumento dei costi (20% circa delle materie prime ed un altro 20% dei costi energetici), è possibile che alla fine tale 40% sia scaricato sul consumatore finale, l’unico che non è presente alle negoziazioni contrattuali. In altri termini, la massaia tornata in città dopo le vacanze, rischia di trovare, sugli scaffali del supermarket, i prezzi più cari del 30%-40%, ma in realtà il vero “colpevole” di tale rincaro è solo l’imballaggio plastico delle confezione.

Solo in autunno le quotazioni delle materie plastiche trarranno beneficio dal ribasso già registrato dal petrolio, visto che i prezzi con l’industria petrolifera vengono contrattati su base trimestrale. Tuttavia, oltre al ritardo temporale, dovrebbe registrarsi anche una diluizione lungo la filiera, visto che le aziende, reduci da setto-otto mesi con il fiatone, cercheranno di recuperare, magari solo momentaneamente, aumentando un po’ i rispettivi margini.

Oltre a guardare i trend petroliferi, le aziende del settore possono e devono puntare ad obiettivi di risparmio interno. La creazione di materiali innovativi può consentire la riduzione dei costi per unità di prodotto, alleggerendo in parte la dipendenza dall’altalena dei prezzi petroliferi.

                                                 Carlo Crovella

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