All'inizio del XXI secolo, 30 anni dopo la prima crisi petrolifera, il petrolio è ancora in primo piano (Figura1), per il forte aumento della domanda mondiale, la rischiosa dipendenza futura dal greggio del Medio Oriente, e i timori che il petrolio stesso sia ormai vicino al tramonto. La complessa storia di questi 30 anni ha  tre capitoli principali: gli shock degli anni Settanta, il lungo periodo di contro-shock dalla metà degli anni Ottanta alla fine degli anni Novanta, e la nuova crisi strisciante iniziata verso il 2000.

 Il primo shock (1973-74), fu vissuto come un evento «spartiacque» che poteva mettere in ginocchio i paesi occidentali e sconvolgere gli equilibri mondiali. Il greggio salì, in breve tempo, da 2 a 10 dollari al barile (Figura2). I paesi esportatori aderenti all'opec misero fine al regime delle concessioni e nazionalizzarono le compagnie locali controllate dalle multinazionali. Così, la gestione del mercato del petrolio passò dalle «sette sorelle» ai governi dei paesi esportatori. Una vera rivoluzione. Il tutto, in un contesto culturale dominato dal pessimismo e dalla previsione dell'incombente fine delle risorse naturali, a cominciare dal petrolio, le cui riserve mondiali sembravano destinate ad esaurirsi nel giro di trent'anni.

 Il secondo shock, nel 1979-80, provocato dalla rivoluzione islamica in Iran e poi dalla guerra Iraq-Iran, fu grave (il greggio salì a 40 dollari e minacciò di andare oltre i 50, equivalenti a circa 100 dollari di oggi) ma breve, e avviò un lungo periodo di contro‑shock, caratterizzato da una lenta crescita della domanda mondiale, un costante aumento dell'offerta, l'ingresso sul mercato di nuovi produttori non-opec, e prezzi in declino - salvo i brevi rincari del 1990, quando l'Iraq invase il Kuwait. Tra i fattori chiave del contro-shock, oltre al rallentamento della domanda (dovuto ai rincari, alla recessione, al risparmio energetico, alla sostituzione del petrolio con gas naturale e altre fonti energetiche in molti usi finali), vi è la rivoluzione tecnologica di quegli anni, che tra l'altro aumentò l'efficienza energetica (e, in particolare, quella petrolifera) delle economie occidentali, ridusse i costi di estrazione del greggio e consentì di sfruttare giacimenti un tempo non economici o neanche raggiungibili.

 Così, negli anni Novanta, dalla paura di un futuro dominato dalla scarsità di petrolio si passò all'euforia per un futuro di petrolio abbondante e poco costoso, grazie all'economia liberista e all'high-tech. Il petrolio sarebbe presto diventato una commodity come tante altre.

Alla fine del 1998, quasi a conferma che si era ormai in una nuova era, il greggio crollò a 10 dollari. Un disastro per l'industria del petrolio. Le grandi compagnie cercarono la salvezza in spettacolari fusioni. L'opec sembrava ormai finita. Ma il greggio a 10 dollari fu anche la fine del lungo contro-shock. L'opec seppe riportare il prezzo a livelli «accettabili». Nell'estate 2000 era a 30 dollari e da allora, salvo occasionali flessioni, non è più sceso, semmai è salito, per le tensioni in Medio Oriente, la guerra in Iraq, i problemi politici in alcuni paesi produttori, la crescita della domanda e vari altri fattori. Nel settembre 2005, dopo l'uragano Katrina, nel Golfo del Messico, il greggio superò i 70 dollari. Molti temettero che avrebbe presto infranto la «soglia» dei 100 dollari e più, ma poi è sceso intorno ai 60 dollari, livello ormai considerato «normale» (Figura3).

In quegli anni, i media occidentali indicarono come principale causa dei rincari il forte aumento (percentuale) dell'import della Cina e dell'India.
Ma le quantità in questione erano relativamente modeste. Un fattore cruciale dei rincari era, invece, la «rigidità» del sistema petrolifero globale, dovuta al ridotto margine di capacità in tutte le sue fasi principali (estrazione, trasporto, raffinazione, distribuzione).

Dal 2000, dunque, c'è uno stato di shock, anche se non «conclamato». Una singolare caratteristica di questo shock è che, diversamente dagli altri, non ha avuto effetti economici dirompenti per i paesi industrialmente avanzati. Così, si è parlato di «shock indolore». Ciò può essere in parte dovuto al fatto che, rispetto agli anni Settanta, è notevolmente diminuita, nell'area ocse, l'intensità energetica, e in particolare petrolifera, dell'economia, ovvero il rapporto tra i consumi totali (Figura4) e il valore del Prodotto interno lordo. Inoltre, per via della globalizzazione, e dell'accresciuta competizione, una quota dei rincari del petrolio viene scaricata sui paesi emergenti che forniscono manufatti ai paesi occidentali.

 Lo shock, comunque, ha confermato che il petrolio non è una commodity qualsiasi, ma una materia prima ad alto contenuto politico e strategico. Questa crescente politicizzazione del petrolio si manifesta, in varie parti del mondo, con la tendenza a nazionalizzare, o rinazionalizzare in qualche modo il petrolio. Ad esempio, il Venezuela ha effettivamente nazionalizzato le compagnie petrolifere; in Russia, le compagnie, dopo essere state privatizzate, sono tornate di fatto sotto il controllo del Cremlino, e il petrolio (insieme al gas) è ora uno strumento della politica estera di Mosca. Anche per i paesi importatori (soprattutto Stati Uniti, Unione Europea, Giappone, Cina, India) l'accesso al petrolio è di nuovo un elemento chiave della politica estera e di sicurezza.  

 Intanto, torna il quesito degli anni Settanta: quando finirà il petrolio? Le riserve petrolifere «accertate» possono coprire i bisogni dei prossimi 40 anni, ma c'è altro petrolio da scoprire, e la tecnologia può fare ancora molto, da una parte per aumentare il tasso di sfruttamento dei giacimenti, dall'altra per aumentare l'efficienza dei consumi. Tuttavia, se la teoria del «picco di Hubbert» è esatta, la produzione mondiale potrebbe cominciare a smettere di crescere, e poi a calare sensibilmente, già tra non molti anni. L'altro, drammatico, quesito per il futuro è se l'era del petrolio è destinata a concludersi prima ancora che si esauriscano gli ultimi giacimenti, e ciò a causa dei problemi ambientali provocati dall'uso del petrolio e degli altri combustibili fossili.

                                         Giorgio S. Frankel 

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