La recente assegnazione dei Campionati europei di calcio 2012 a Polonia e Ucraina ai danni dell’Italia ha gettato nello sconforto gran parte delle nostre istituzioni coinvolte nella fallita candidatura.

Considerando che il nostro paese ha ospitato ultimamente Olimpiadi e Universiadi invernali e che ha ottenuto anche l’organizzazione dei prossimi campionati mondiali di nuoto e di pallavolo, la perdita non pare grave. Secondo molti osservatori, l’UEFA ha voluto punire il vacillante calcio italiano, con il suo corollario di violenza negli stadi, dirigenti inamovibili e sprechi di denaro pubblico.

Volendoci limitare all’aspetto finanziario, non si può non prendere come punto di partenza l’arrivo alla presidenza del Milan nel 1986 di Silvio Berlusconi, che con investimenti miliardari e l’aiuto delle televisioni e della pubblicità, ha trasformato il sistema calcio nell’attuale  discutibile spettacolo, con conseguenze anche nel resto d’Europa.

Gran parte della variegata imprenditoria italiana coinvolta nel calcio si è adeguata al modello Milan, con risultati sportivi notevoli per tutti gli anni novanta, ma seguiti presto da un inevitabile tracollo finanziario. Principale causa di questa situazione è stata la folle gara al rialzo per acquistare i migliori giocatori, con valutazioni e ingaggi dissennati. Situazione resa insostenibile, tra l’altro, dai mancati ricavi dei diritti televisivi che in Italia, pur elevatissimi,  sono stati inferiori alle previsioni, imponendo il recente ricorso alla nuova “piattaforma” digitale terrestre. Il livello di tassazione più alto che negli altri paesi europei, invocato spesso come scusante per la situazione creatasi, sembra un problema di minore impatto, così come il calo di spettatori. Di fronte a debiti diventati ingestibili sono scese in campo in forza le banche, in particolare il gruppo Capitalia, che può vantare fra le sue file lo stesso Franco Carraro, presidente della Federcalcio fino allo scorso anno e di Mediocredito, banca controllata dal suddetto gruppo.

La rincorsa al modello berlusconiano con riscontri economici disastrosi ha portato al fallimento o ad un indebitamento che non ha eguali in altri settori industriali squadre importanti come Roma, Lazio, Fiorentina, Napoli, Torino, Parma, Catania, Pisa, Taranto e molte altre. Si è salvata solo l’Inter, protetta dalle spalle larghe di Moratti ma penalizzata dai risultati. La Juventus è passata rapidamente dalle cronache sportive a quelle giudiziarie. Il buco ha raggiunto nel 2003, solo per la serie A, i 1300 milioni di euro, costringendo un solerte governo ad adottare  nella Finanziaria 2003 il discusso decreto “salvacalcio” o “spalma-ammortamenti”, che ha permesso alle società di spalmare in un decennio gli ammortamenti dei giocatori, prorogando anche i tempi per saldare i debiti con l’erario e L’Enpals. Il provvedimento, evidentemente lesivo della concorrenza e configurabile come aiuto  di Stato, è stato criticato e bocciato dalla Commissione Europea, d’intesa con la quale i tempi sono stati poi ridotti a cinque anni, nel 2005. Tralasciamo volentieri questa parte che sfocia nell’assurdo scenario fatto di tribunali, affari torbidi, doping, corruzione e campionati decisi a tavolino, le cui cronache hanno riempito per mesi i giornali e colpito i tifosi.

 

La media degli spettatori paganti è in calo vertiginoso (Figura 1) e ormai molte società puntano soprattutto sugli abbonati.
Le presenze totali continuano a calare e sono precipitate ai livelli dei primi anni sessanta (Figura 2).
Attualmente il calcio italiano è un business stimato fra i quattro e i sei miliardi di euro, cioè quasi mezzo punto di Pil, un giro d’affari che lo colloca, secondo una classifica di Mediobanca del 2004, al tredicesimo posto fra i gruppi industriali italiani. I fatturati di Milan e Juventus sono rispettivamente di 234 e 229 milioni di euro, che  valgono il terzo e quarto posto in Europa, dopo Real Madrid e Manchester United (l’Inter è nona e la Roma undicesima).

Secondo i dati ufficiali della Lega Calcio aggiornati al 2005 il fatturato dela serie A è di 1,1 miliardi di euro, determinato dagli incassi delle partite (abbonamenti e biglietti) per circa 185 milioni di euro, dai diritti televisivi per oltre 600 milioni di euro, dalle sponsorizzazioni  per 167 milioni e dal merchandising (magliette e gadget) per più di 23 milioni di euro all’anno. A queste cifre già importanti vanno aggiunte quelle più difficili da quantificare derivanti dalla galassia delle serie inferiori, da giochi e scommesse e dal vasto indotto (giornali, attrezzature, strutture varie), quantificabili nell’insieme in oltre tre miliardi di euro. Si sono invece quasi annullate le entrate dovute al Totocalcio, sotto forma di contributi della FIGC, per anni importante risorsa per l’intero sport italiano, ora ridimensionato dall’apparizione del Super Enalotto e di altri giochi simili.

Bisogna ancora accennare al discusso regime di “fine di lucro” concesso alle società calcistiche. Come noto, sono tre le società italiane quotate in Borsa: Lazio, Roma e Juventus. I loro titoli hanno perso dalla quotazione iniziale rispettivamente il 98%, l’82% e il 54%, al punto che la stessa Consob che aveva avallato la decisione della Borsa italiana di quotare le società di calcio, ha recentemente presentato in Parlamento una dura relazione su questo fenomeno. Società non proprietarie dei propri stadi, né in grado di avere un merchandising esclusivo e ufficiale, né di attuare validi programmi di diversificazione, quando non addirittura coinvolte in scandali economici e sportivi, possono proporre titoli  sensibili agli umori di un tifoso, ma non di un investitore serio.

La serie A è tuttora in perdita a causa della struttura finanziaria molto più pesante di quella dei team esteri e degli stipendi di calciatori e allenatori sempre altissimi, problemi aggirati con iniziative fantasiose, come le plusvalenze fantasma o la vendita a se stessi del marchio della squadra, invece che con gestioni professionali e attente.

A dispetto di ciò, all’Italia spetta il primato per i ricavi derivanti da sponsorizzazioni, fra le quali è storicamente in prima fila il settore alimentare. Insomma, siamo ancora in attesa di sapere se la vittoria negli ultimi campionati del mondo ha davvero fatto salire di mezzo punto il PIL, come sosteneva uno studio della banca ABN-Amro prontamente recepito dal nostro Ministero del Tesoro, ma il calcio italiano sembra ancora suscitare molti appetiti.

                                                  Luca Deaglio

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