Se c'è un probabile perdente, almeno nel breve-medio periodo, nei nuovi equilibri petroliferi che si vanno delineando con la rivoluzione dello shale oil iniziata un decennio fa negli Usa, questo è l'OPEC, l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio.

Il controllo del Cartello sul mercato globale del greggio è infatti crollato da oltre il 50% dei primi anni '70 del secolo scorso (Figura 1) a meno del 33% attuale: nell'ottobre scorso la produzione OPEC (Figura 2) è stata inferiore ai 30 mb/g (milioni di barili/giorno), il livello più basso dell'ultimo biennio, contro un totale mondiale di circa 91mb/g.

Situazione peraltro non nuova, dato che già nel 1985-86 le misure adottate dai governi occidentali per combattere lo strapotere dell'OPEC (basate soprattutto su forti prelievi fiscali sui carburanti tesi a scoraggiare l'uso delle auto private e su incentivi all'uso di fonti alternative), unite alle divisioni interne del Cartello stesso (con conseguente non rispetto delle quote produttive concordate, all'origine di una pericolosa fase di "oil glut"), avevano portato la sua quota produttiva al 30%. Allora, però, il controllo di oltre tre quarti delle riserve mondiali accertate consentiva di guardare con ottimismo al futuro: lo sviluppo delle risorse extra-OPEC, altra contro-mossa strategica dell'Occidente, si prospettava arduo e, prima o poi, i Paesi consumatori sarebbero tornati a bussare in massa alla cassaforte dell'oro nero.

Ora, a causa dello shale oil - l'estrazione del petrolio contenuto negli scisti argillosi (ottenuta con il sistema dell'Hydraulic Fracking, la frantumazione mediante acqua iniettata ad altissima pressione) che abbondano un po' in tutto il mondo, con 850/1.000 miliardi di barili di riserve stimate economicamente estraibili - le prospettive appaiono assai diverse: per il Cartello si delinea una perdita di controllo del mercato che si proietta per almeno 15/20 anni. Per il tempo, cioè, in cui lo shale oil costituirà un'alternativa economicamente conveniente a molti greggi convenzionali.
Inoltre, le prospettive cambieranno anche per l'effetto congiunto di shale oil e shale gas, in quanto in molti casi il gas può essere  usato al posto del greggio, sostituendolo in tempi brevi-medi a secondo degli impianti.

L'OPEC nasce nel settembre 1960  con la Conferenza di Baghdad dalla volontà di 4 tra i maggiori esportatori mediorientali (Iran, Iraq, Kuwait e Arabia Saudita) e del Venezuela di rompere il monopolio delle grandi aziende energetiche private occidentali (allora comunemente note come "le sette sorelle" - Figura 3), leader incontrastate nella produzione e raffinazione di greggio e detentrici dell'80% delle riserve petrolifere conosciute in quegli anni.

Attualmente ne fanno parte 12 paesi, tutti i maggiori esportatori mondiali dell'oro nero, esclusa però un "convitato di pietra" come la Russia (Figura 4), capace di condizionare i mercati con i suoi 7,2 mb/g oggi esportati. La Russia, fin dai tempi dell'Urss, ha di fatto coordinato le proprie mosse di mercato con il Cartello (di cui è tuttora "membro osservatore", senza però aderirvi formalmente), considerando l'OPEC una struttura utile ai propri fini (massimizzare gli introiti forniti dall'export energetico), ma giudicando più utile mantenere un ampio margine d'autonomia nel decidere i propri livelli produttivi.

Il Cartello è dunque alle prese con un lento ma costante declino. E questo proprio a quarant'anni esatti dal suo momento di massima potenza. Il blocco delle esportazioni di petrolio, decretato il 16 ottobre 1973, verso i paesi europei e gli Usa sostenitori con diversa intensità di Israele durante la guerra del Kippur, in quel momento ancora in corso, causò infatti un drastico aumento dei corsi mondiali del greggio (Figura 5), con il prezzo del barile quadruplicato in un trimestre da 3 a 12 dollari.

Ciò moltiplicò gli introiti dei membri del Cartello, determinando di riflesso il fenomeno dei "petrodollari", cioè l'investimento sui mercati finanziari euro-americani di buona parte degli enormi surplus delle bilance dei pagamenti dei grandi esportatori di greggio, che portò vari Paesi OPEC (Iran e Arabia Saudita su tutti) a controllare, in tutto o in parte, diverse delle più importanti imprese industriali occidentali.

Pcf Energy, uno dei maggiori think-tank energetici Usa, calcola che le somme ritornate in Occidente a vario titolo (sotto forma d'investimenti diretti o immobiliari, quote azionarie di società, sottoscrizione di obbligazioni pubbliche e private) superino tuttora i 1.100 miliardi di dollari.
Ma ora anche qui è iniziato un certo declino.

 

Tornerà l'OPEC, almeno in parte, all'antico potere? Nel lungo periodo è certo possibile. Anche perché dalla sua resta quello scrigno contenente 1.212 miliardi di barili di risorse convenzionali a tutt'oggi accertate, pari al 72,6% del totale mondiale. Quelle, per intenderci, che sono anche le più pregiate, essendo in genere di estrazione più agevole e consentendo perciò utili più elevati.

All’orizzonte si profilano però anni difficili.
Il recente studio di Leonardo Maugeri “Oil: the Next Revolution“. The Unprecedented Upsurge of Oil Production Capacity and What it Means for the World”), prevede infatti un lungo e costante eccesso di capacità produttiva di petrolio a livello mondiale. Entro il 2020 - afferma Maugeri - dovremo attenderci un incremento dell'attività estrattiva di ben 49 mb/g, frutto in buona misura dei “miracoli” del fracking e della messa in produzione di una parte delle risorse artiche e di quelle marine ad altissima profondità.

Al netto del calo produttivo di vari giacimenti convenzionali giunti in fase di esaurimento, ciò consentirà un aumento effettivo dell’estrazione di greggio di ben 29 mb/g. Si determinerà perciò una capacità produttiva di 110 mb/g, cui farà riscontro una domanda che resterà inferiore alla soglia fatidica delle tre cifre (98/99 mb/g). Un tale differenziale non è mai stato raggiunto neppure nell’immediato secondo dopoguerra, durante il prolungato boom economico, e appare destinato - anche se mantenuto in gran parte come “riserva strategica” attivabile solo nei momenti di necessità - a ingolfare stabilmente i mercati.

La conseguenza sarà di contenere i prezzi entro una fascia intorno agli 80-100 dollari al barile, appena sufficienti a mantenere in precario equilibrio il sistema estrattivo basato sul fracking. Senza peraltro escludere la minaccia di crolli momentanei sotto questa soglia, il che produrrebbe effetti nefasti tanto sugli investimenti per l’attivazione delle nuove risorse (molto elevati in questo periodo per lo sviluppo delle risorse dello shale oil, in genere più costose di quelle convenzionali), quanto sugli introiti di società e Paesi produttori.Il che, tornando all’OPEC, produrrebbe due effetti nefasti.

Da un lato un calo delle entrate, nonostante i tentativi dei Paesi membri con posizioni di bilancio più solide (gli emirati del Golfo Persico e, in parte, l’Arabia Saudita) di sostenerli mediante periodiche e momentanee riduzioni di quote produttive per mandare fuori mercato lo shale oil, rese però inefficaci dalla possibilità di riequilibrare l’estrazione mancante mediante lo shale oil. Ogni dollaro di variazione della quotazione del greggio equivale per il Cartello a circa 10 miliardi di maggiori o minori introiti.Tanto che già nel 2013, grazie ai corsi tendenzialmente cedenti, l’OPEC  dovrebbe incassare 940 miliardi di dollari (pari a 788 miliardi in potere d’acquisto del 2005), contro 982 miliardi (835 reali) incamerati nel 2012, cifre che non tengono conto dei non facilmente stimabili dati dell'Iran (Figura 6). Con un’accentuazione del fenomeno sotto l’aspetto pro capite (Figura 7), dato l’elevato incremento demografico.

Dall’altro la tendenza a prezzi cedenti (o comunque la loro stabilità nominale coniugata con una possibile ripresa, benchè contenuta, dell’inflazione mondiale) porrà in forte tensione gli equilibri interni all’OPEC: i “soci” più deboli - specie quelli più popolosi, come Iran, Nigeria, Venezuela, Algeria, maggiormente sensibili alle tensioni sociali interne - potrebbero non reggere a ribassi anche di breve durata degli introiti dovuti a tagli produttivi “difensivi”, causando contrasti tra i Paesi membri, fino a possibili spaccature deleterie. Senza dimenticare il profondo, storico contrasto extra-energetico che divide l’Iran sciita dal resto dei membri arabo-sunniti, nel quale l’arma dei rialzi produttivi per abbattere i corsi del greggio e quindi gli introiti del “nemico” - già in passato usata dagli emirati del Golfo - potrebbe tornare a giocare un ruolo cruciale.

Un’avvisaglia di queste prospettive conflittuali si è avuta alla vigilia dell’ultima riunione estiva dell’OPEC (la 163a, tenutasi a Vienna nel giugno scorso), quando un inedito fronte africano (Nigeria, Angola, Algeria) ha chiesto (invano) una riduzione delle quote produttive per difendere la propria produzione minacciata dalla presenza sempre più massiccia sul mercato Usa dello shale oil locale. Esso costituisce un’insidia al ruolo assunto in quello stesso mercato, all’inizio dello scorso decennio, dai greggi africani, di buona qualità e un’ottima alternativa alla dipendenza da quelli mediorientali, la cui estrazione e i cui prezzi appaiono a Washington troppo legati a condizionamenti di ordine politico.

                                         Paolo Migliavacca

                                                   

 

                                           

 

                                           

 

                                                 

                                                                          

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