Prima, la catastrofe della centrale di Fukushima provocata dello tsunami dell'11 marzo. Poi, sempre in Giappone, i danni ad un'altra centrale nucleare, quella di Okagawa, in seguito al sisma del 7 aprile. È forse possibile che dopo questi due incidenti, soprattutto il primo, l'energia nucleare non abbia più un futuro? Difficile dirlo.

In un primo momento sembrò davvero che per il nucleare fosse ormai la fine. Poi, i paesi interessati hanno preso posizioni molto variegate. La "moratoria" decisa dalla Germania è stata, forse, la reazione più drastica, e potrebbe preludere ad una prossima uscita definitiva dal nucleare. Altri paesi sono stati più cauti e possibilisti, e hanno confermato, in linea di massima, la loro opzione nucleare, sia pure con le riserve del caso. L'Italia ha deciso una "moratoria" che però non implica necessariamente una rinuncia al nucleare.

Per tutti, un fattore chiave sarà la valutazione finale di cosa è successo a Fukushima, e perché. Se si dirà che Fukushima non è un'altra Chernobyl, al nucleare sarà data, quasi certamente, un'altra chance. Non è incoraggiante, tuttavia, il fatto che il disastro sia stato recentemente classificato al livello 7 della scala INES, cioè il massimo proprio come a Chernobyl.

I tempi per una decisione potrebbero non essere brevi. E in realtà non ci sarà un'unica decisione a livello mondiale, a favore o contro, ma molte decisioni, in un senso o nell'altro, prese a livello nazionale. E questo anche nell'Unione Europea, ove la scelta nucleare resta una prerogativa dei singoli paesi membri. Viste le distanze in gioco, un paese europeo può "uscire" dal nucleare ma trovarsi attorniato da numerose centrali in altri paesi e situate a non molti chilometri dai propri confini. In Europa sono in funzione circa 150 reattori nucleari, di cui 58 in Francia.

Il problema più urgente del dopo-Fukushima è quello dei reattori più vecchi (Figura 1), in funzione da 30-40 anni e assai meno sicuri di quelli di nuova generazione. In molti casi, negli anni passati, la loro vita operativa è stata prolungata grazie ad interventi di upgrading e modernizzazione. Recentemente, ad esempio, la Germania, che nel 2002 aveva scelto di uscire dal nucleare, decise invece di rinnovare i suoi 17 reattori per prolungare la loro vita di altri 8-15 anni, a seconda dei casi. Negli Stati Uniti, negli ultimi vent'anni e più non sono entrate in servizio nuove centrali, e le società nucleari, per superare le difficoltà, hanno modernizzato e potenziato gli impianti esistenti.

Subito dopo Fukushima, il governo tedesco ha preso due importanti decisioni. La prima è l'immediata chiusura di sette reattori in servizio da almeno 30 anni, e di un altro reattore più recente ma da tempo fuori servizio per problemi tecnici. La seconda decisione è una "moratoria" di tre mesi durante la quale si valuterà la sicurezza di quei reattori e si riesamineranno altri aspetti della politica nucleare del paese.
Vista la forte crescita della forza elettorale dei Verdi, è possibile la Germania si troverà presto a decidere se abbandonare o no il nucleare. Poiché la Germania è esportatrice netta di elettricità, l'arresto, per ora temporaneo, dei sette impianti più vecchi non ridurrà l'energia elettrica disponibile sul mercato interno.

 

Resta da vedere come se la caveranno invece i paesi che in vario grado dipendono dall'import di elettricità dalla Germania. A livello mondiale, l'eventuale messa fuori servizio, in tempi brevi, di numerosi reattori di vecchia generazione potrebbe comportare, in molti casi, problemi di disponibilità di energia elettrica, se non si potrà rapidamente aumentare la generazione di elettricità da parte di centrali alimentate con combustibili fossili. Il problema si ripropone su scala ancor più grande nell'eventualità di un'uscita più o meno generale dal nucleare che comporti la chiusura anche delle centrali più recenti, o comunque il blocco della futura costruzione di nuove centrali.

Ciò comporterebbe la necessità di costruire numerose nuove centrali a gas e a carbone, con conseguente aumento dei prezzi dei combustibili fossili e, in prospettiva, maggiori emissioni inquinanti.

Secondo i suoi sostenitori, il nucleare è irrinunciabile a fronte della crescente domanda globale di energia (e, in particolare, di elettricità) mentre si devono ridurre le emissioni di CO2 dovute all'uso di combustibili fossili. Inoltre vi sono forti dubbi sulla possibilità di garantire un costante aumento della produzione di petrolio, gas naturale e carbone.
In breve, il nucleare, sempre secondo i suoi sostenitori, ha un importante ruolo come "ponte" tra l'odierno sistema energetico basato sui combustibili fossili e il futuro sistema basato sulle fonti rinnovabili.

Attualmente il nucleare fornisce circa il 16% dell'elettricità generata a livello globale. L'apporto del nucleare varia da paese a paese (Figura 2).
In Francia il nucleare fornisce circa il 75% dell'energia elettrica. Negli Stati Uniti, il 20%, ma circa un quarto dei 104 reattori in servizio sono di vecchia generazione.

Secondo i dati dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (AIEA) sono oggi in funzione in 30 paesi di tutto il mondo 443 reattori nucleari (Figura 3), di cui poco più di 170, cioè più di un terzo del totale, hanno almeno 30 anni di vita.
Più del 50%  dei reattori sono in paesi occidentali e il 25% in Asia.

Prima di Fukushima, sembrava che il nucleare fosse nelle prime fasi di un importante boom dopo circa vent'anni di stasi. Recentemente, ad esempio, 17 paesi hanno formalmente notificato all'AIEA la decisione di dotarsi dei loro primi reattori. Inoltre, altri 20-25 paesi sembravano intenzionati a fare altrettanto nel prossimo futuro. Attualmente, secondo i dati AIEA, sono in costruzione 64 reattori in 15 paesi, con importanti cambiamenti nella geografia del nucleare, visto che, complessivamente, e salvo rinunce post-Fukushima, assai più della metà di questi nuovi reattori (Figura 4) entreranno in funzione in cinque paesi asiatici: Cina (27) Corea del Sud (5), India (5), Giappone (2), Taiwan (2).

Dunque, il baricentro del nucleare si sta spostando in Asia. Dopo Fukushima, saranno i paesi asiatici, e in particolare la Cina, a prendere le decisioni chiave per il futuro del settore.

                                        Giorgio S. Frankel  

                                        

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