Agli inizi del secondo millennio, l’acciaio sembrava un prodotto del passato, messo in un angolo dalla concorrenza della plastica (che competeva migliorando i materiali) e dall’elettronica (che, riducendo le dimensioni di macchinari e stabilimenti, ne faceva diminuire la domanda). Negli Stati Uniti, alcune grandi società, come la mitica Bethlehem Steel, erano costrette a chiudere o a unirsi ai concorrenti e tutte chiedevano aiuti dallo stato. Tali aiuti arrivarono puntualmente, sotto forma di dazi protettivi, il che scatenò l’ennesima guerra commerciale tra Stati Uniti e  Unione Europea.

Neppure in Europa, del resto, le cose andavano bene: l’industria siderurgica, assai più moderna in quanto si era rinnovata negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso (la sua “seconda giovinezza” dopo quella delle ferriere ottocentesche) era sottoposta alla concorrenza dei paesi dell’Est. Gli impianti di questi paesi erano antiquati rispetto a quelli dei vicini occidentali ma in molti casi l’acciaio era l’unica merce che erano in grado di vendere, i bassi salari garantivano prezzi competitivi e le esportazioni siderurgiche verso l’Occidente furono il primo elemento della rinascita economica dell’Europa Orientale.

Per questo, nei quindici paesi della “vecchia” Unione Europea si assiste a tre grandi fusioni: una tedesca (tra Krupp e Thyssen), una anglo-olandese (tra British Steel e Hoogovens) e una franco-belga-lussemburghese-spagnola che in due stadi dà vita ad Arcelor nel febbraio 2001. Nel frattempo, alcuni dinamici produttori italiani (Techint, Marcegaglia, Danieli e altri) si espandono con impianti a piccole dimensioni in Europa e altrove. Nel complesso, l’industria siderurgica mondiale si presenta come assai poco concentrata: dai quindici maggiori produttori deriva complessivamente appena un terzo della produzione del pianeta (Figura 1). Con le fusioni degli anni novanta, l’industria siderurgica europea supera del tutto la dimensione nazionale e punta sull’innovazione

tecnologica: acciai più avanzati e meno cari, per contrastare al tempo stesso i nuovi materiali e i produttori dell’Europa Orientale.In questo panorama da “guerra di trincea”, da battaglia di retroguardia, ecco esplodere, in maniera imprevista e improvvisa, prima la domanda e poi la produzione della Cina, degli altri paesi asiatici (in particolare dell’India) e della Russia. Al loro lungo boom economico è legata la “terza giovinezza” della siderurgia che fornisce i materiali per le strutture delle nuove industrie che trasformano l’economia asiatica. Questi paesi non si accontentano di produrre (la loro quota è ormai prossima ai due terzi del totale della produzione mondiale) ma vogliono anche contare. E firmano così, nel 2004-06 alcune acquisizioni di grande portata che cambiano la faccia del settore. La più importante è quella con cui l’imprenditore indiano Mittel acquista il controllo del maggior produttore mondiale, l’europeo Arcelor (Figura 2).

A questo capovolgimento a livello d’impresa si deve aggiungere l’importante cambiamento nel ruolo della Cina: da tempo primo produttore mondiale, la sua gran fame d’acciaio, derivante dal fatto che la produzione non riesce a tener dietro a una richiesta impressionante, fa sì che in tutto l’Occidente quasi non si trovi più un grammo di prodotti siderurgici da comprare e che i prezzi vadano alle stelle (Figura 3). Nel 2006 si verifica un’autentica rivoluzione nel commercio internazionale dell’acciaio (Figura 4): le esportazioni cinesi aumentano del 60 per cento, il che porta il paese al primo posto, mentre le importazioni crollano (-32 per cento). E’ il coronamento di una politica che ha fatto aumentare di ben 8 volte dal 2000 le esportazioni siderurgiche cinesi. Nel frattempo, le importazioni americane, stimolate dalla ripresa (soprattutto edilizia) e dalla riduzione della produzione interna, aumentano del 46 per cento. In termini puramente quantitativi, le esportazioni cinesi corrispondono quasi esattamente alle importazioni americane.

                                                Mario Deaglio 

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