Tre dei paesi europei oggi in maggiore difficoltà sono, curiosamente, i tre più grandi produttori mondiali di olio di oliva: Spagna, Italia e Grecia. Non è forse il caso di azzardare similitudini con la "maledizione del petrolio" che affligge molte nazioni ricche di greggio, ma è l'occasione per dare un'occhiata allo stato di salute di questo settore.

Nell'ultimo ventennio il mercato dell'olio di oliva si è caratterizzato come uno dei più stabili all'interno dell'industria alimentare globale, facendo registrare lievi ma costanti aumenti di produzione e soprattutto di consumi (Figura 1). Secondo i dati dell' IOC (International Olive Council) si è passati da un consumo mondiale di olio di oliva pari a 2,6 milioni di tonnellate nel 2000 a circa tre milioni di tonnellate nel 2012.

Le campagne promozionali e le proprietà dell'olio, con i relativi benefici per la salute, lo hanno affermato come principale componente di quella dieta mediterranea che si è imposta in quasi tutto il mondo, al punto da indurre paesi come India e Brasile a lanciare progetti per la coltivazione, peraltro ancora allo stadio embrionale.

La coltivazione delle olive, diffusa in tutti i paesi del Mediterraneo, è importante per l'economia rurale, il patrimonio locale e l'ambiente. Nel 2000 la superficie coltivata ad oliveti nell'UE era all'incirca di 5.163.000 ettari, approssimativamente il 4% della superficie agricola utilizzabile, situati per il 48 % in Spagna e per il 22,5 % in Italia. Nel settore lavorano quasi 2,5 milioni di produttori  (circa un terzo di tutti gli agricoltori dell'UE), di cui 1.160.000 in Italia, 840.000 in Grecia e 380.000 in Spagna.

La Spagna è di gran lunga il primo produttore, esportatore e consumatore, seguito dall'Italia (Figura 2). Ma se la produzione resta ancora un fenomeno prettamente legato all'area mediterranea (Figura 3), gli Stati Uniti si sono portati al terzo posto nei consumi, salendo da 170 a 275 mila tonnellate annue, e sono in forte ascesa anche l'Australia e i paesi BRIC, al punto che si prevede che presto India e Cina conquisteranno le prime posizioni in classifica (Figura 4).

I margini di crescita, del resto, possono essere molto ampi, dato che l'olio di oliva copre oggi, a livello mondiale, appena il 4% circa del totale dei consumi di olio e grassi.

L'anno appena trascorso ha però gettato ombre anche su questo settore forte delle economie mediterranee, non tanto per la crisi economica che ha messo in ginocchio i paesi dell'area, quanto per ragioni climatiche. La siccità che ha afflitto la penisola iberica, seguita dal gelo nella stagione della fioritura, ha infatti causato una drastica riduzione del 30-40% del raccolto, un problema solo in parte controbilanciato dagli stock accumulati nella precedente stagione da record.
Dato che la Spagna produce quasi la metà dell'olio d'oliva nel mondo e dato che la produzione è concentrata in una specifica area geografica, cioè nei paesi mediterranei, ciò ha implicato immediate ripercussioni sul livello dei prezzi nella scorsa estate, benché Italia e Grecia abbiano limitato i danni ai loro standard di produzione, pur a loro volta colpite dalla siccità.

Un'ulteriore conseguenza prevista dagli esperti è un calo dei consumi nella stagione in corso e una minore qualità del prodotto in commercio, poiché l'olio, per le sue qualità organolettiche, non si presta a una conservazione a lungo termine.

 

Le previsioni per il 2013 arrivano a ipotizzare addirittura un calo del 60% nel raccolto di olive spagnole, notizia che ha seminato il panico negli esperti del settore, che temono un significativo aumento delle frodi tramite oli arricchiti con essenze o mischiati con altri oli non d'oliva.

I primi mesi del 2013 sembrano confermare i timori per il paese iberico, dove le vendite sono scese del 17 per cento rispetto alla scorsa stagione, con un calo netto anche nelle esportazioni, mentre le importazioni (soprattutto dalla Tunisia) sono più che raddoppiate.
Da ottobre a gennaio la Spagna ha importato 42.900 tonnellate di olio d'oliva, rispetto alle 18.800 dello stesso periodo di un anno fa e alle 13.500 del 2010/11. Le riserve a fine gennaio erano pari a 881.500 tonnellate, del 13 per cento al di sotto della media delle ultime quattro stagioni e ben al di sotto dei 1,4 milioni di riserve detenute dalla Spagna l'anno scorso nello stesso periodo.

In Italia, per il secondo anno consecutivo, il saldo della bilancia commerciale degli oli di oliva e sansa ha registrato un segno positivo. Gli scambi con l'estero del 2012  si sono chiusi infatti con un surplus di 114 milioni di euro, dovuto a un minor esborso per le importazioni (-4,5%) accompagnato da un incremento del 2,5% del fatturato legato all'export. 
L'Italia ha acquistato olio dall'estero per circa 1,1 miliardi di euro, a fronte di introiti che hanno superato 1,2 miliardi (Figura 5).

Nei quantitativi scambiati, viceversa, le importazioni superano in volume l'export per 183 mila tonnellate, un dato in riduzione del 18% rispetto al 2011
(Figura 6).  
Nel complesso i volumi importati hanno sfiorato le 600 mila tonnellate, con una flessione del 4,2% maturata per lo più nel segmento dell'olio di oliva - che rappresenta il 93% del totale - , mentre per gli oli di sansa la flessione è stata del 3,4% (in particolare sono diminuiti del 12% gli approvvigionamenti dalla Spagna, il nostro primo fornitore). 
Quanto alle esportazioni, le 416 mila tonnellate spedite oltre frontiera segnano il nuovo record nazionale, facendo registrare una progressione del 3,5% sul base annua. Decisivo anche in questo caso il contributo dell'olio di oliva, in primis vergine ed extravergine, prodotti che insieme rappresentano il 70% delle vendite all'estero (con Stati Uniti, Germania e Giappone primi clienti). 

La  produzione italiana di olio di oliva, estratto con il metodo classico mediante pressione, nella campagna 2012/13 è peraltro scesa sotto i 5 milioni di quintali (Figura 7), in calo del 12% sui 5,4 milioni dell'annata precedente, a causa del succitato andamento climatico avverso, caratterizzato da una prolungata assenza di precipitazioni e da temperature elevate che hanno condizionato soprattutto la fruttificazione. Il settore resta comunque un crocevia fondamentale negli scambi internazionali e un fiore all'occhiello nella nostra disastrata economia, in particolare per l'alta qualità di gran parte della produzione.

Una recente indagine SWG indica nella regionalità la caratteristica maggiormente ricercata dagli italiani in un olio, seguita dalle certificazioni di qualità e dalla garanzia di produzione biologica. Le provenienze più ambite sono l'olio pugliese (22%), seguito dal toscano (16%) e dal ligure e siculo (entrambi 8%).

                                                   Luca Deaglio

 

                                           

 

                                           

 

                                                 

                                                                          

Commenti