Nei settori industriali ad alta tecnologia (high tech, che comprende aerospazio, farmaceutica, informatica, mezzi di comunicazione, strumenti scientifici) si gioca una partita che va ben al di là dell’aumento delle quote di mercato: è in gioco la futura competitività dei singoli paesi industrializzati. Le dinamiche del mercato globale dell’high tech sono quindi un ottimo indicatore delle potenzialità attuali e future delle economie avanzate.

 Il quadro delle quote di mercato dei principali produttori di high tech è profondamente mutato dal 1990 ad oggi: nel 1990 più dei due terzi del mercato mondiale erano equamente spartiti tra Unione Europea, Stati Uniti e Giappone. Nell’arco di 14 anni, gli Stati Uniti hanno aumentato la loro quota fino a sfiorare il 40%, rafforzando così la loro posizione di leader mondiali (subendo una piccola erosione solo nell’ultimo anno esaminato); l’Unione Europea (a 15 membri nelle statistiche qui riportate) ha gradualmente perso circa un terzo dalla sua quota iniziale; il Giappone ne ha perso oltre la metà ed è stato addirittura sopravanzato dal gruppo dei paesi asiatici emergenti e dalla Cina (Figura 1). La Cina e il gruppo degli altri paesi asiatici (comprendente Corea del Sud, India, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Taiwan e Tailandia) hanno sensibilmente aumentato la loro presenza, passando rispettivamente al 2,4 al 12,3 per cento e dall’8,1 al 13,2 per cento.

 L’high tech cresce a tassi nettamente superiori rispetto al resto del settore manifatturiero. Non sorprende, quindi, che dal 1990 ad oggi la sua quota sul totale del settore sia aumentata ovunque
(Figura 2);  in questo aumento c’è però una notevole disparità dei tassi di crescita. La quota degli Stati Uniti è aumentata di una volta e mezzo per cui ora l’high tech rappresenta quasi un terzo del settore manifatturiero. L’Unione Europea, a dispetto del programma dell’"agenda di Lisbona", ha convertito molto lentamente le proprie industrie, registrando un aumento pari ad appena il 3%.

Il Giappone ha raggiunto una quota di poco superiore a quella del 1990, (più alta di quella dell’Unione Europea di quasi 3 punti percentuali) ma poi ha subito una lieve flessione negli ultimi anni. Per la Cina e gli altri paesi asiatici la percentuale dell’alta tecnologia è fortemente aumentata ed è ormai nettamente superiore a quella dell’Unione Europea (rispettivamente 17,7 e 22,8 per cento contro 12,3 per cento).

L’analisi delle esportazioni mondiali di prodotti high tech (Figura 3) fornisce indicazioni utili circa la competitività internazionale di queste industrie. Nonostante una flessione della quota dal 37% al 32%, l’Unione Europea si  confermata ancora di gran lunga il maggiore esportatore mondiale del settore. La Cina e gli altri paesi asiatici hanno conquistato elevate quote di mercato soprattutto a spese di Stati Uniti e Giappone, che hanno perso rispettivamente 7 e 8 punti percentuali. E’ significativo (e quasi incredibile per i non addetti ai lavori) che il saldo della bilancia commerciale tecnologica degli Stati Uniti sia diventato negativo a partire dal 1998: pur aumentando enormemente la propria produzione del settore, gli Stati Uniti hanno una “fame” di high tech che li costringe a esserne importatori netti.

L’andamento delle quote dei vari paesi sul valore aggiunto mondiale dell’ high tech (Figura 4) rispecchia quello delle quote di mercato per paese importato nella precedente figura 1: in particolare, la Cina e paesi asiatici come la Corea del Sud hanno aumentato la loro quota. Va però osservato che la qualità dei prodotti ad alta tecnologia giapponesi, americani ed europei è ancora nettamente superiore.

Non basta naturalmente questo a tranquillizzare in particolare gli europei. E’ chiaramente necessario un maggiore impegno da parte dell’Europa, che messa a confronto con economie dinamiche e innovative come quelle asiatiche, non sembra aver preso sul serio la sfida apertasi con la globalizzazione.

                                                 Anna Lo Prete

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