Dal boom della domanda alla sovracapacità produttiva

Sono ormai lontani i tempi dei prezzi delle commodities alle stelle, trainati dalla domanda cinese che nel periodo 2002-2008 fece registrare una crescita annuale a doppie cifre. Questo spinse il prezzo delle commodities fino ai massimi del 2008 quando l'indice S&P Commodity, che raggruppa i prezzi delle principali commodities scambiate sui mercati, sfiorò gli 8000 punti (Figura 1).
Metalli quali rame e nickel fecero registrare in 6 anni rialzi rispettivamente del 346% e del 211%. (Figura 2)

Durante la crisi finanziaria del 2008-09 i prezzi crollarono e l'indice S&P Commodity tornò a 4000 punti.
Il biennio seguente, 2010-11, fu caratterizzato da una ripresa globale che fece da supporto ad un recupero dell'indice su livelli sopra i 5000 punti. Ripresa che terminò a fine 2011. Infatti a partire dal 2012 il prezzo di gran parte delle commodities ha iniziato una discesa, che si è accentuata ulteriormente nel 2013, facendo registrare nel primo semestre di quest'anno dei ribassi fino al -15% per il nickel rispetto al primo semestre del 2012.

Ma tale crollo e’ dovuto ad un equivalente crollo della domanda? Non esattamente.
Vediamo perchè. Da un lato appare evidente che l’economia cinese ha iniziato a rallentare e i ritmi di crescita del passato paiono un ricordo non più raggiungibile (le previsioni sono per una crescita del PIL al 6% per i prossimi 5 anni, rispetto alla doppia cifra del decennio passato). Va ricordato pero' che globalmente la crescita della domanda di gran parte delle commodities rimane comunque col segno positivo.
Alcuni esempi: la domanda globale di alluminio, acciaio e rame e’ cresciuta nel 2012 del 3,5%, 1,2% e 3% rispetto al 2011 mentre il loro prezzo scambiato sull'LME (London Metal Exchange, la borsa dei metalli piu' importante al mondo) e’ sceso rispettivamente del 16%, 14% e 10% (Figura 3).

Allora quali sono le cause di tale crollo? Se la crescita della domanda rimane tutto sommato in territorio positivo, deve esserci un problema dall’altro lato, ovvero dal lato dell’offerta, dovuto all’eccesso di produzione rispetto alla domanda. Infatti in seguito al boom dei prezzi nel 2008 e la ripresa nel biennio 2010-11 sono stati ultimati molti progetti di aumento della capacita' produttiva. In particolare la Cina ha voluto raggiungere l'autosufficienza produttiva laddove possibile, ovvero soddisfare la domanda interna interamente con la produzione domestica, senza fare ricorso alle importazioni.

Ciò' si è verificato nel caso dell'alluminio, dell’acciaio e del nickel e spiega il maggiore crollo dei loro prezzi nel 2013 rispetto ad altre commodities che la Cina deve tuttora importare. Ad esempio se analizziamo i prezzi di rame, ferro e petrolio possiamo notare che, pur essendo scesi rispetto ai massimi storici, sono tuttora sopra alla loro media nei precedenti 5 anni (Figura 4).

Il rallentamento della Cina pone quindi un freno al prezzo delle materie prime, tant’è che la maggior parte degli analisti non ritiene sia possibile rivederle ai massimi raggiunti nel recente passato. Per questo si parla di fine del superciclo delle commodities vissuto nel 2002-2011. Sebbene il rallentamento della Cina ne sia la causa principale, ogni commodity ha a sua volta una serie di fattori che ne influenzano i fondamentali. Prendiamo ad esempio il petrolio. Dai picchi del 2008, sfiorati poi di nuovo nel 2010-11, il WTI (tipo di petrolio prodotto in Texas e indice delle transazioni sull'oro nero) è ora scambiato attorno ai 105$/bbl.

 

Il prezzo di lungo periodo e' pero' previsto scendere verso 80$/bbl in quanto la crescita di capacita' produttiva appare superare la crescita della domanda (Figura 5). Infatti gli Stati Uniti stanno vivendo un vero e proprio boom grazie al petrolio scisto (denominato shale oil) che le nuove tecniche di estrazione (fracking) permettono di estrarre ad un costo inferiore rispetto al passato, rendendone profittevole la produzione.

Gia' nel 2012 la produzione di petrolio negli USA e' cresciuta del 14% sul 2011. Inoltre recentemente sono stati trovati giacimenti di petrolio scisto in molte altre parti del mondo, tra cui Cina, Russia, Polonia e Regno Unito, i quali hanno fatto partire le prime esplorazioni per verificare l'ammontare e la fattibilita' dell'estrazione. Dal lato della domanda invece il consumo di petrolio nei paesi occidentali è in calo dall'inizio della crisi finanziaria in quanto la produzione industriale e i consumi privati sono diminuiti. Inoltre il gas ha sostituito il petrolio nella generazione di elettricità mentre i motori a combustione sono soggetti a leggi sempre piu' stringenti in termini di emissioni, quindi diventeranno sempre piu' efficienti riguardo ai consumi.

Come si traduce questo scenario di prezzi in discesa per i produttori delle commodities? Anche in questo caso la sovraccapacita' produttiva in aggiunta a l'autosufficienza cinese ha un peso enorme sui conti dei produttori di alluminio, acciaio e nickel, il cui prezzo e' sceso al di sotto dei costi di produzione di una buona parte di queste industrie. ArcelorMittal (leader dell'acciaio) e UC Rusal (alluminio) hanno registrato perdite per $3,7miliardi e $337milioni nel 2012 e hanno entrambe un margine EBITDA (EBITDA/Ricavi, l'indicatore che segnala la redditivita' di un'azienda, basato sulla sua gestione ordinaria) assotigliatosi all'8% circa.

Al contrario le multinazionali BHP e Vale che esportano minerale di ferro in Cina, nonostante i profitti in calo, mantengono un margine EBITDA superiore al 30%, sintomo di un prezzo del minerale ancora molto superiore ai costi di produzione.
Va comunque sottolineato che nel complesso le multinazionali del settore hanno accusato il calo dei prezzi delle commodities dovendo cancellare o rimandare alcuni dei loro investimenti piu' costosi.

Viene da domandarsi se i prezzi scenderanno ulteriormente fino a raggiungere i minimi della crisi finanziaria (2009) . Molto probabilmente non sarà così perchè, al contrario di allora, attualmente la domanda globale è ancora in crescita, mentre allora ci fu uno shock della domanda. Inoltre i costi di produzione nel complesso sono in aumento in quanto elettricità, trasporto e salari dei lavoratori sono in aumento nei maggiori paesi produttori di commodities come Australia e Sud Africa.

Inoltre se i prezzi rimarranno così bassi molte aziende subiranno gravi perdite e saranno costrette a chiudere; la capacità produttiva (in eccesso) pertanto si ridurra' e la minore offerta farà si che i prezzi possano invertire il trend ribassista. Comunque sia appare difficile vedere un ritorno dei prezzi ai picchi del passato dato il rallentamento della locomotiva cinese.     

                                                  Luca Ravasio

 

                                       

 

                                         

                                                   

 

                                           

 

                                           

 

                                                 

                                                                          

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