La fine dell'anno in Asia Centrale ha un sapore tutt'altro che natalizio: è in atto, infatti, un'importante battaglia commerciale e strategica.
L'11 dicembre, ad Ashgabat, capitale del Turkmenistan, grande produttore asiatico di gas naturale, è stato firmato l'accordo per una pipeline di circa 1.700 km che dai giacimenti turkmeni porterà gas all'Afghanistan, al Pakistan e all'India. Costerà quasi otto miliardi di dollari e avrà una capacità di 30 miliardi di metri cubi di gas all'anno. È noto come gasdotto TAPI (Figura 1), dalle iniziali dei paesi interessati .

La cerimonia ad Ashgabat conclude una lunga e travagliata gestazione. Il progetto originario risale a 1995. Il TAPI è stato voluto soprattutto dagli Stati Uniti perché riduce la quota di gas turkmeno che verrà esportata via Russia, e soprattutto perché è alternativo al progetto di un gasdotto Iran-Pakistan-India (IPI), con possibile prosecuzione fino alla Cina (IPIC).  Washington ha sempre contrastato la pipeline IPI-IPIC perché essa rafforzerebbe il ruolo regionale dell'Iran e contribuirebbe alla sicurezza strategica degli approvvigionamenti energetici della Cina.

La vicenda del TAPI è una delle tante battaglie della lunga "guerra delle pipeline" in corso dall'inizio degli anni '90 per il controllo degli idrocarburi del Caucaso e dell'Asia centrale ex-sovietica, in particolare per il controllo della loro logistica, che a sua volta ha implicazioni cruciali per gli assetti strategici della regione. La situazione, tuttavia, cambia continuamente.

Lo stesso TAPI, nonostante la firma dell'accordo, presenta ancora molte incertezze per i problemi di sicurezza e stabilità in Afghanistan e, in parte, anche in Pakistan. A Kabul il presidente Hamid Karzai assicura che gli 830 km della tratta afgana del gasdotto saranno difesi da una speciale forza militare di 7.000 uomini. Ma il continuo deterioramento della situazione in Afghanistan non conforta il suo ottimismo. Non è dunque detto che, dopo l'accordo di Ashgabat, per il TAPI  non ci sia più nulla da fare per l'IPI-IPIC. L'India ha ribadito di non voler rinunciare al gasdotto iraniano, tanto più che ha, o sta per concludere, con l'Iran importanti accordi per il petrolio ed il gas naturale.  

Inoltre, riguardo al TAPI, vi è anche l'incognita del Turkmenistan, che ha certamente grandi riserve di gas (è al quarto posto nella graduatoria mondiale) ma ha anche molti impegni sul fronte dell'export. Forse troppi, mentre sulla stima dell'ammontare delle sue riserve di gas vi sono alcune controversie. Il Turkmenistan ha accordi di fornitura con la Russia (che ancora poco tempo fa acquistava l'80 per cento e più del suo export), con l'Iran, e soprattutto con la Cina. Recentemente ha anche detto che, nei prossimi anni, avrà disponibili altre grandi quantità di gas (circa 40 mld mc/a) per l'Europa - uno sbocco assai più interessante e sicuro che non una pipeline attraverso l'Afghanistan.

Ciò può voler dire che il Turkmenistan è disposto ad alimentare (insieme ad altri produttori, come l'Azerbaigian e l'Iraq) il futuro gasdotto Nabucco, che dalla Turchia asiatica si snoderà per più di 3.000 km, attraverso Bulgaria, Romania, Ungheria, fino in Austria (Figura 2).
Per l'Europa, il Nabucco è una pipeline strategica perché permette di diversificare gli approvvigionamenti di gas, oggi troppo dipendenti dalla Russia.  Il Nabucco avrà una capacità di 30 mld mc/a, cioè assai meno di quanto il Turkmenistan dice di voler esportare in Europa. Già questa discrepanza può lasciare perplessi. Inoltre, per allacciarsi al Nabucco, il Turkmenistan dovrà realizzare un gasdotto sottomarino attraverso il Caspio, sino a Baku, in Azerbaigian. Ma occorre l'assenso dei paesi rivieraschi, e si può prevedere che Russia e Iran non lo daranno.

Una soluzione alternativa potrebbe essere un accordo di swap con l'Iran, per cui il Turkmenistan fornirà il gas all'Iran, e l'Iran immetterà nel Nabucco una pari quantità di gas di propria produzione. Vi sono ostacoli politici, per ora insormontabili, perché gli Stati Uniti non lo permetteranno. Per di più, se la cosa fosse politicamente possibile, l'Iran (futuro grande produttore di gas) vorrebbe partecipare in conto proprio al Nabucco e non per conto del Turkmenistan. Dunque, per le possibili forniture del Turkmenistan al Nabucco, vi sono ancora molti dubbi, e ciò alimenta non poche incertezze per il futuro stesso del progetto Nabucco, per il quale sono necessari investimenti per quasi otto miliardi di euro, pari a 11 miliardi di dollari.

 

Alcuni dicono che senza il gas turkmeno sarà problematico far operare il Nabucco a piena capacità.
Lo scorso settembre, però, un portavoce di Nabucco ha affermato che il gas dell'Azerbaigian e dell'Iraq sarà più che sufficiente. Ma l'Azerbaigian potrebbe non essere così sicuro. In ottobre, la compagnia petrolifera nazionale azera, Socar, ha annunciato la ricostruzione di due pipeline che permetteranno di aumentare l'export di gas verso l'Iran e la Russia. E ai primi di novembre, il vice premier azero ha detto che Baku è interessata al progetto Nabucco ma, per ora, sta esaminando «altre opzioni».

La situazione strategica del Caucaso è assai cambiata dopo la breve guerra tra Georgia e Russia nell'agosto 2008.
Baku, che in precedenza aveva scelto di esportare i propri idrocarburi verso i mercati occidentali tramite la Turchia, anziché attraverso la Russia, segue ora una linea assai più cauta verso Mosca, e ha anche migliorato i rapporti con Teheran, dopo che negli anni precedenti si era parlato dell'Azerbaigian come di un futuro membro della Nato e come di una possibile base strategica dalla quale gli Stati Uniti o Israele avrebbero potuto attaccare l'Iran.  In questa situazione, Mosca ripete da tempo che il progetto Nabucco non ha più possibilità di riuscita. Ma si tratta, comunque, di una bordata propagandistica.

La Russia, infatti, propone un progetto rivale, il gasdotto South Stream, una joint-venture tra Gazprom (Russia) e Eni (Italia) alla quale partecipa anche Edf (Francia). per rifornire l'Europa di gas russo seguendo una via strategicamente più sicura (Figura 3), con una tratta sottomarina attraverso il mar Nero che aggira l'Ukraina, attraverso la quale passa ora più dell'80 per cento del gas russo destinato all'Europa. L'Ukraina ha rapporti difficili con la Russia, e negli anni passati le ricorrenti crisi tra Kiev e Mosca hanno messo a rischio l'arrivo in Europa del gas russo. South Stream costerà più di 20 miliardi di dollari e potrebbe essere pronto nel 2015, con una capacità iniziale di circa 30 mld mc/a che raddoppierà a 60 mld mc/a nel 2018. Tutto quel gas "russo" dovrà però venire in gran parte dall'Azerbaigian e, di nuovo, dal Turkmenistan - due possibili fornitori chiave del futuro Nabucco (Figura 4).

L'Azerbaigian, intanto, ha da poco concluso un accordo di "cooperazione strategica" con la Turchia, il che è stato visto come un punto a favore del Nabucco perché la Turchia è il principale fautore del progetto. Ma anche qui vi sono molte incertezze. Il Nabucco consoliderebbe la Turchia nel ruolo di hub energetico dell'Europa. Tuttavia, i rapporti tra Turchia e Unione Europea vanno deteriorandosi a poco a poco, mentre la Turchia cerca di creare una propria area di influenza in Medio Oriente, nel Caucaso e Asia Centrale, e coltiva rapporti sempre più stretti con la Russia (che, tra l'altro è il suo principale partner commerciale, oltre che fornitore di gas naturale) e con la Cina.
La Turchia, tra l'altro, accetta che il già realizzato gasdotto Blue Stream passi anche per le sue acque territoriali.

Sulla scena della "guerra delle pipeline" un attore con un ruolo sempre più determinante è ormai la Cina, che invece, nelle prime fasi di questa "guerra", all'inizio degli anni '90, non era in competizione per il petrolio ed il gas dell'Asia centrale. Oggi la Cina ha crescenti interessi negli idrocarburi del Kazakistan e nel gas del Turkmenistan.
Il Kazakistan fornisce circa 200 mila barili di greggio al giorno (pari a circa 10 milioni di tonnellate/anno) con un lungo oleodotto fino alla provincia cinese dello Xinjiang, la cui capacità sarà probabilmente raddoppiata. E nel dicembre 2009 è stato inaugurato il gasdotto di 1.800 chilometri dal Turkmenistan alla Cina (la Central Asia-China Gas Pipeline), passando per l'Uzbekistan ed il Kazakistan, che contribuiranno ad alimentare la pipeline con gas di loro produzione (Figura 5).
La pipeline arriva anch'essa nello Xinjiang (una provincia sempre più strategica per Pechino) dove si collega al lunghissimo gasdotto Ovest-Est, che attraversa tutta la Cina. Nel 2015 la capacità del gasdotto turkmeno salirà a 40 mld mc/a e potrà soddisfare circa il 50 per cento del fabbisogno cinese. Per quell'epoca la Cina sarà il principale importatore di gas del Turkmenistan.

E' difficile prevedere quali saranno gli sviluppi della situazione in questa zona strategicamente così importante, ma l'anno nuovo porterà presto nuove puntate.  

                                          Giorgio S. Frankel

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