Una recente notizia ha mandato in fibrillazione l'opinione pubblica che si ritiene particolarmente attenta alla difesa dell'ambiente: pare che la Russia stia progettando l'inversione di direzione di tre importanti fiumi che, dopo aver attraversato verso Nord il territorio della Siberia, attualmente sfociano nel Mar Artico.

L'obiettivo sarebbe la riduzione dell'alimentazione idrica della parte russa del Mar Artico, in modo che si assottigli la banchisa polare, facilitando così l'accesso ai giacimenti di petrolio che si trovano sotto il fondo del mare.

La giustificazione ufficiale è però quella di far "tornare" acqua verso le terre asiatiche, appartenenti sia alla Russia che agli Stati ex sovietici, in particolare al Kazakistan. L'idea è di irrigare maggiormente quei terreni, oggi stepposi, per farne dei campi di grano. Salta all'occhio che il Kazakistan è un produttore di petrolio, per cui lo scambio avverrebbe in termini di petrolio contro acqua. Ovvero: oro nero contro oro blu.

In effetti, l'acqua è uno degli elementi più importanti, forse l' elemento cardine in assoluto. Per lo sviluppo dell'agricoltura - quindi dell'intera economia di un Paese emergente - e per la qualità della vita della sua popolazione. Noi siamo abituati a veder scorrere l'acqua quando apriamo il rubinetto nel lavandino di casa e non facciamo caso a questa fortuna, mentre percepiamo l'uscita di cassa quando facciamo il pieno di benzina al distributore. Esistono situazioni completamente opposte: tutta l'Asia centrale, stepposa e semidesertica (spesso ghiacciata in inverno), nasconde estesi giacimenti di petrolio, ma non può essere, oggi come oggi, coltivata in modo ottimale per sfamare le popolazioni locali.

L'episodio dimostra che, nonostante la crisi in atto, l'oro blu non vede sminuito il suo valore, a maggior ragione in un contesto in cui (Figura 1) le riserve costituite dai ghiacciai mondiali si stanno assottigliando.

In occidente è però il settore delle acque minerali, quelle che fanno bella mostra di sè sulle nostre tavole, a brillare  in modo particolare.
La crisi dei consumi (Figura 2) non ha risparmiato il settore delle bevande consumate nei locali pubblici (bar, ristoranti, locali notturni): i dati oggi disponibili per l'Italia, relativi al primo semestre 2008 (quindi prima della debacle finanziaria internazionale) mostrano che il consumo di acqua fuori casa era già diminuito del 4%.

Al contrario, il segmento dell'acqua minerale consumato in casa è ben saldo. La Figura 3 mostra che nel 2008 il consumo di acqua minerale confezionata (naturale+frizzante) è risultato  in Italia di 380 litri pro capite, contro i 300 della Germania, i 250 della Francia, i 200 della Spagna ed i 46 dell'UK. Lo spaccato del dato italiano illustra che dei 380 litri totali, 165 sono di acqua frizzante e 215 di acqua naturale confezionata. Evidentemente la popolazione italiana non ama l'acqua di rubinetto.

Il dato complessivo potrebbe apparire eclatante, ma in fondo 380 litri all'anno corrispondono a poco più di un litro al giorno, entità che, più o meno, beve abitualmente ciascuno di noi. E' bene sottolineare che tale dato si riferisce solo alle acque consumate in casa, per cui vanno escluse dal calcolo le bottigliette consumate al bar, in ufficio o in palestra.

Il costo al litro dell'acqua confezionata sul mercato italiano (Figura 4) è uno dei più bassi nel mondo occidentale (0,21 euro contro 0,73 del mercato britannico ed una media prossima a 0,30 nei Paesi europei continentali).
La peculiarità italiana deriva da una vistosa maggior percentuale (Figura 5) della vendita di queste acque tramite il canale della Grande Distribuzione Organizzata (GDO), che totalizza il 66% contro il 22% del cosiddetto Horeca (distribuzione tramite HOtel, 
R(E)istorazione, CAfè, in pratica le bottiglie da asporto acquistate al bar…..) ed il 12% del Vending (consegna porta a porta).

Nonostante il basso costo unitario di vendita, il mercato italiano dell'acqua confezionata presenta numeri che ben si sposano con la definizione di oro blu. Basta fare due conti: ipotizzando forfettariamente 30-40 milioni di consumatori il dato pro-capite (380 litri/anno) corrisponde a circa 12-13 miliardi di litri. A 0,21 euro al litro, il giro d'affari del settore si pone a cavallo dei 2,5 miliardi di euro.

Non a caso, già da qualche anno, il mercato italiano dell'acqua confezionata ha "fatto gola" alle multinazionali dell'alimentare (Nestlè, Danone, etc.), che, per rafforzare la loro posizione, hanno acquistato molti marchi storici (da San Pellegrino all'Acqua Panna).

 

A dire il vero, proprio nelle ultime settimane, qualche segnale di malumore è giunto anche dal settore delle acque minerali. La San Pellegrino ha deciso di utilizzare gli ammortizzatori sociali, citando un calo del mercato del 3-5%, una percentuale "accettabile" se si pensa che analoghe statistiche affermano che la contrazione francese sfiora il 10%.
Inoltre è da sottolineare che il 5% di 2,5 miliardi di euro cuba per 125 milioni di euro, per cui (al momento) il giro d'affari rimarrebbe intorno ai 2,25 miliardi di euro. Se anche scendesse a 2 miliardi, con un calo di mezzo miliardo di euro (quindi significativo in valore assoluto….), la diminuzione si attesterebbe al 15-20%, decisamente meno ampio rispetto a  molti altri settori industriali, che registrano contrazioni anche del 40%-50%.

Di conseguenza il segmento delle acque minerali italiane è "forte" e lo è già da tempo, a tal punto che non solo le nostre aziende storiche sono riuscite a limitare le acquisizioni da parte delle multinazionali, ma addirittura stanno tenendo testa ai giganti del settore alimentare.

Grazie a particolari caratteristiche geologiche (tipologia di rocce), il suolo italiano fornisce un numero eccezionalmente elevato di fonti, quasi 200, che si ribalta in un ampio raggio di marchi (circa 325), alimentando una notevole concorrenza di mercato a tutto vantaggio del contenimento dei costi.
Il binomio "elevata qualità - prezzo limitato" ha elevato l'acqua confezionata italiana a livello di status symbol in campo internazionale. In pratica, come per la moda o il vino, ormai il metter una bottiglia di minerale italiana in tavola è sinonimo di "raffinatezza di vita" in tutto il mondo e negli USA in particolare. A tal punto che proprio gli USA hanno aumentato al 30% il dazio a carico delle acque minerali europee per tutelare i propri marchi dalla concorrenza straniera.

Infatti è sul mercato americano che si giocherà, a recessione superata, la grande partita nel settore del Food & Beverage. Le multinazionali sono interessate ai marchi italiani per le dimensioni del nostro mercato, ma tali marchi, già ben consolidati negli USA, costituiscono un importate tassello nel Risiko alimentare, così come i brand di whisky, yogurt, biscotti e vino.

Il business è talmente allettante che, oltre alle multinazionali alimentari, si stanno muovendo, alla ricerca di diversificazione dell'attività, player storicamente operanti in altri settori (esempio i big farmaceutici giapponesi) o appartenenti a Paesi emergenti (es imprenditori indiani, che puntano a sfruttare, come canali di distribuzione, la miriade di ristoranti indiani esistenti nel mondo).

Per tornare al mercato USA, è evidente che oltre all'attuale dazio, le acque europee devono anche sopportare i costi di trasporto attraverso l'oceano.
E qui sono i player statunitensi ad andare all'attacco. Una società, con sede nel New Jersey, sta sfruttando una fonte alimentata dal ghiacciaio Hardanger Joekulen, che si trova nell'omonimo fiordo sulla costa occidentale della Norvegia, luogo sfruttato anche da altri marchi internazionali. L'Isbre water (isbre in norvegese significa ghiacciaio) viene al momento imbottigliata sul posto e venduta su internet a 19,85 dollari USA per 12 bottiglie da un litro, cioè 1,65 dollari al litro, pari a 1,30 euro circa, quindi carissima se pensiamo ai prezzi dei nostri supermercati (0,21 euro, come detto), ma si tratta di mercati completamente differenti.

Tuttavia la società Isbre ha elaborato un piano industriale molto ambizioso. Anziché imbottigliare in Norvegia e spedire i container attraverso l'Atlantico, si sta progettando una specie di pipeline fra il ghiacciaio Hardanger Joekulen ed il terminal portuale norvegese di Ulvik. Qui l'acqua verrà caricata su speciali navi cisterna che la trasporteranno fino alle coste della Pennsylvania, dove verrà imbottigliata in un modernissimo ed apposito stabilimento.

Il piano industriale della Isbre conta di trasportare attraverso l'Atlantico dai 18,5 ai 22,5 milioni di litri al giorno, pari a 6,5-8 miliardi di litri all'anno, solo per il continente nordamericano In tempo di scarsità di progetti industriali, il piano ha attirato l'attenzione delle società di private equity, che pare abbiano messo a disposizione della Isbre addirittura 4 miliardi di dollari.

In momenti di scarsa attività per mare, almeno l'acqua andrà in …crociera.

                                                 Carlo Crovella

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