Con una produzione nello scorso gennaio di 4,3 milioni di barili al giorno, l'Iraq del 2018 - secondo produttore di petrolio in ambito OPEC dopo l'Araba Saudita (Figura 1) - appare determinato a riprendere la sua rincorsa nei confronti di Riad.
Un obiettivo ambizioso che il Governo iracheno aveva già dichiarato nel 2012, poco prima del dilagare dell'ISIS nel paese, e che, secondo i piani, avrebbe permesso a Baghdad di raggiungere nel 2017 i 9 milioni di barili al giorno prodotti allora dall'Arabia Saudita.
Un obiettivo che, sebbene ostacolato dall'avanzata dell'ISIS nel paese, dalla sua conquista di alcuni giacimenti di petrolio e dagli scontri che ne sono susseguiti, non sembra essere stato dimenticato dal Governo iracheno.

Risale a fine gennaio 2018 la dichiarazione del Ministro del petrolio iracheno Jabar al-Luaibi secondo cui il paese mira a produrre 5 milioni di barili al giorno prima di fine anno e raggiungere una produzione di 7 milioni al giorno per il 2022.
La dichiarazione, che ricorda con toni più modesti quella del 2012, suggerisce che il "ritorno al futuro" del petrolio iracheno sia già cominciato.
D'altra parte non è la prima volta nella storia recente che Baghdad si trova a dover ricostruire il settore petrolifero dopo situazioni di conflitto; basti pensare ai primi anni '90, con lo stop and go produttivo in seguito alla prima Guerra del Golfo, o agli anni di rallentamento produttivo in seguito all'arrivo nel paese della cosiddetta "coalizione dei volonterosi" e il rovesciamento di Saddam Hussein (Figura 2).
Nel caso più recente, tuttavia, anche negli anni dell'ISIS la produzione è sempre aumentata, pur con un notevole rallentamento nel 2013 e nel 2014, proprio dopo la dichiarazione dei 9 milioni di barili al giorno del 2012, per riprendere a crescere con vigore dal 2015.
E se i dati sulla produzione dimostravano che il ritorno al futuro era già ben avviato nel 2016, +24,7% rispetto al 2015, le ultime dichiarazioni di Luaibi hanno fugato ogni dubbio a riguardo.

Uno scenario che ha attirato l'attenzione dell'OPEC e del suo primo produttore, l'Arabia Saudita, cui l'abbassamento dei prezzi del petrolio (Figura 3) degli ultimi anni, le spese per la guerra in Yemen e alcune problematiche interne hanno affossato il bilancio, con un passivo di 24 miliardi di dollari nel 2016 (Figura 4).
Nel gennaio del 2017 è entrato in vigore un accordo tra l'OPEC e la Russia che mira a diminuire le quote di produzione di petrolio e favorire così un rialzo dei prezzi; un accordo che per l'Iraq si traduce in un taglio nella produzione di 210.000 barili al giorno.
Malgrado l'accordo sia stato successivamente prolungato fino a fine 2018, le esportazioni di petrolio iracheno sembrano aver avuto contraccolpi leggeri, ma non preoccupanti.
I dati raccolti da Iraq Oil Report mostrano che se nel 2016 le esportazioni di Baghdad ammontavano mediamente a 3,80 milioni di barili al giorno, confermate in crescita a dicembre 2017 (3,854 milioni di barili al giorno), il gennaio del 2018 le ha viste in leggero calo - 3,758 milioni – ma subito recuperato lo scorso febbraio (3,791 milioni di barili al giorno - Figura 5)

L'Iraq non sembra intenzionato a rallentare la crescita di produzione ed esportazione. Il Ministro Luaibi ha spiegato come il paese intenda accrescere le proprie riserve di petrolio, che attualmente ammontano a circa 145 miliardi di barili, fino a 250 miliardi, poco meno dei 264 miliardi dell'Arabia Saudita
Prova di ciò sono la ricostruzione delle raffinerie di Siniya, Haditha, Qayyara e Kisk nel nord dell'Iraq, distrutte dall'ISIS e oggi attive con una produzione di 70.000 barili al giorno di petrolio, e la costruzione di una nuova raffineria a Kirkuk capace di produrre 70.000 barili al giorno.
Inoltre, l'accordo dello scorso gennaio tra Baghdad e la Giordania, per la costruzione di un gasdotto e un oleodotto da Basra alla città portuale di Aqaba dimostra come il paese sia già ben avviato verso i suoi ambiziosi obiettivi energetici.

In quest'ottica, il Parlamento iracheno ha votato il 5 marzo il progetto di legge che istituisce l'Iraq National Oil Company, che dovrebbe regolare la produzione e le esportazioni di petrolio e distribuire equamente le sue entrate alle diverse regioni dell'Iraq
Una decisione che è stata definita "storica", in quanto permetterebbe all'Iraq di sviluppare giacimenti, raffinerie e impianti di produzione tramite il lavoro di aziende locali di proprietà dello stato, garantendosi in tal modo la piena sovranità sulle sue vaste risorse e l'indipendenza dalle compagnie straniere, con benefici teorici per gli stessi cittadini, che dovrebbero ricevere il 10% delle entarte petrolifere, secondo quanto dichiarato dal Governo.

 

Commenti