Il Reuters Institute for the Study of Journalism, centro di ricerca inglese dell'Università di Oxford dedicato allo studio globale sull'evoluzione dell'informazione nei nuovi media, ha recentemente divulgato la quarta edizione del suo rapporto annuale sullo stato e il futuro del settore (Digital News Report 2015 – Tracking the future of news).
Il rapporto si basa su una ricerca condotta online su 20.000 persone in 12 paesi: Francia, Germania, Danimarca, Finlandia, Italia, Spagna, Brasile, Giappone, Stati Uniti, Regno Unito e, per la prima volta, Australia e Irlanda.
I dati principali che emergono e consolidano la tendenza degli ultimi anni sono il ruolo ormai centrale degli smartphone, con il contemporaneo declino dei pc fissi, l'uso dei social media come strumento per trovare, condividere e commentare le notizie e la forte crescita dei contenuti video online.

L'accesso all'informazione tramite smartphone è cresciuto significativamente nell'ultimo anno (Figura 1), soprattutto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Giappone, raggiungendo il 46% nell'uso medio settimanale complessivo rispetto al 37% del 2014.
Sorprendentemente i browser mobili risultano tuttora più usati delle app nella ricerca di news, tranne che nel Regno Unito dove prevalgono queste ultime, con la BBC News app che fa la parte del leone raggiungendo il 51%, un livello non riscontrabile in nessun altro paese. Viceversa, è in calo l'uso dei tablet, non più così competitivi con i dilaganti smartphone di nuova generazione con schermi più grandi e più maneggevoli.
In questo scenario, anche il ruolo di computer portatili e fissi sta cambiando e, anche se il 57% continua a considerarli il mezzo migliore per informarsi, la percentuale è scesa dell'8% rispetto al 2014 e il futuro sembra destinarli prevalentemente al lavoro in ufficio.
Nel complesso, il 25% degli intervistati indica lo smartphone come principale strumento per consultare le notizie (+20% dal 2014), ma fra gli under 35 si arriva al 41%; peraltro la tendenza non è di sostituire uno strumento con un altro, ma di usarne due o tre indifferentemente, anche in base al luogo in cui ci si trova.

Nei quattro anni in cui sono stati analizzati i dati di accesso alle informazioni, nella gran parte dei paesi si è riscontrato l'uso prevalente della televisione e degli strumenti online, a scapito della carta stampata, e il crescente ruolo dei social media (Figura 2). Il rapporto ammette che il ruolo della televisione potrebbe essere stato sottostimato a causa della natura dell'indagine (svolta in rete). Ciononostante, alcuni dati paiono incontrovertibili: il numero di persone sotto i 45 anni che seguono i notiziari televisivi è sceso dal 42% al 31% negli Stati Uniti e dal 56% al 46% nel Regno Unito dal 2013 ad oggi; ma altri paesi come la Germania e la Danimarca non registrano un'analoga tendenza.
Se si analizzano poi i dati sull'importanza data ai vari strumenti di informazione (Figura 3), oltre agli accessi, il ruolo della tv risulta ancora il principale in tutti i paesi, tranne Stati Uniti e Finlandia, ma viene confermato il calo di prestigio dei giornali tradizionali. Francia, Germania e Giappone si rivelano i più fedeli ai media tradizionali e i più lenti a seguire le recenti evoluzioni, con l'eccezione dei giovani. Il risultato è confermato anche se si prendono in considerazione criteri quali l'accuratezza e la credibilità: perfino gli abituali utenti dei social media riconoscono il primato alla televisione. I social media sembrano essere considerati più una modalità rapida e comoda di accesso all'informazione che una forma di giornalismo accurata e credibile. Sulla fiducia in generale nelle notizie diffuse dai media ci sono sostanziali differenze fra paese e paese, con Italia, Spagna e Stati Uniti in fondo alla classifica (Figura 4).

Nell'ultimo anno si è registrata un ulteriore crescita nell'uso di Facebook per la consultazione delle notizie, grazie ad alcune modifiche introdotte nel sito, che ha assunto ormai una posizione dominante anche in questo ambito (il 41% lo usa settimanalmente, più del doppio dei suoi competitori), sfruttando anche l'acquisizione di WhatsApp e Instagram, usatissimi dai giovani. Per quanto l'uso dei social network (Figura 5) vari molto in base ai paesi, alle età e al sesso, bisogna anche osservare che i rivali di Facebook nella condivisione di notizie di fatto non esistono, dato che al secondo posto troviamo YouTube (che è principalmente dedicato ai file musicali) e al terzo il deludente Twitter, che sembra in una fase di involuzione, ancora molto usato per cercare informazioni, ma assai poco per l'interazione con gli amici, che resta il punto forte di Facebook, come lo era stato per MySpace agli albori dei social network. WhatsApp non è molto popolare negli Stati Uniti ma si è affermato decisamente in Spagna, Brasile, dove è stato usatissimo durante le ultime elezioni, e Italia. Solo in Giappone Facebook non è il network più usato per l'informazione e solo in questo paese e in Germania ha fatto registrare dati di segno negativo, sembra per la riluttanza degli utenti a usare il loro vero nome.
La mancanza di trasparenza nell'uso degli algoritmi e l'effettivo ritorno che si può ottenere tramite questi social media destano comunque tuttora notevoli dubbi negli editori. La tendenza in maggior crescita è la diffusione e la consultazione di contenuti video (comprese infografiche e foto con testo incluso), strategia che tiene conto della scarsa predisposizione da parte di molti utenti a leggere effettivamente lunghi articoli su pc o peggio ancora su smartphone e dei maggiori introiti pubblicitari che si possono ottenere.

Una caratteristica quasi intrinseca a internet resta pressochè invariata: la scarsa predisposizione degli utenti, a parte una piccola schiera di lettori fedeli, a pagare per accedere ai contenuti (Figura 6). Parallelamente, la pubblicità online, in particolare i banner, sembra in forte crisi, con guadagni in costante calo malgrado i numerosi e indesiderati "click accidentali" soprattutto sugli smartphone: sempre più utenti utilizzano software per eliminare la pubblicità o si limitano a ignorarla e a evitare i siti che ne fanno uso eccessivo, costringendo gli editori a trovare nuove forme come i contenuti sponsorizzati o la cosiddetta "native advertising" (un contenuto sponsorizzato promosso e visualizzato all'interno dei contenuti offerti al lettori).

In conclusione, il sondaggio evidenzia i cambiamenti e la crescente complessità del nostro ecosistema dei media. Nuovi marchi globali stanno emergendo, ci sono nuove piattaforme per la distribuzione e la monetizzazione delle notizie, nuovi dispositivi per accedervi, e nuovi formati per raccontare storie, in cui è possibile fornire notizie più rilevanti, più personalizzate e in modo più interattivo in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo.
Eppure i media tradizionali resistono a questa nuova ondata e la maggior parte delle persone si informa tramite una combinazione di TV, radio, stampa (Figura 7) e on-line e sono gli stessi grandi media tradizionali a dominare anche in rete in quasi tutti i paesi, pur tramite "intermediari" che indirizzano gli utenti.
La maggior parte delle persone sopra i 45 anni utilizzano le notizie digitali come un ulteriore livello di scelta, senza abbandonare le loro abitudini (televisione, radio e stampa), mentre il pubblico più giovane ha comportamenti molto diversi e tende ad aspettare la notizia attraverso i canali on-line e in nuovi formati.
La sfida per i media tradizionali è come gestire questa crescente divergenza nel comportamento, seguendo l'esempio di Facebook e Google che sono diventate fra le aziende più redditizie al mondo.
Il problema principale, con cui già ora gli utenti (Figura 8) di ogni livello si scontrano, sarà come orientarsi in questo flusso sempre più imponente di informazione e come distinguere le notizie reali da quelle più o meno improvvisate o basate su copia e incolla non verificati, quando non del tutto infondate e spesso tendenziose.

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