Wikipedia e la crescita del software Open Source

 

Ogni giorno migliaia di persone in tutto il mondo contribuiscono alla creazione dell'enciclopedia online Wikipedia. Nessuno è pagato per farlo, e d'altronde Wikipedia non è in vendita: è accessibile gratuitamente da tutti. Allo stesso modo, contributi decentralizzati di migliaia di programmatori in gran parte volontari contribuiscono allo sviluppo del software Open Source, creando programmi in grado di fare concorrenza al gigante Microsoft, come il browser Mozilla Firefox. Il software Open Source non è in vendita: ciascuno ha il diritto di copiarlo, modificarlo, redistribuirlo, a patto di garantire gli stessi diritti a chi usufruirà del suo lavoro.

I contenuti sviluppati dai volontari vengono, in entrambi i casi, resi disponibili al pubblico, sottoposti ad una licenza che ne consente la copia, la modifica e la redistribuzione, ma che non ne consente l'appropriazione: ciò che è entrato a far parte di Wikipedia o del software Open Source non può più essere “chiuso”, privatizzato, sottoposto a copyright. Questo principio del “copyright alla rovescia” è denominato copyleft, e trova realizzazione giuridica nelle licenze GPL e Creative Commons.

Wikipedia conta più di due milioni di articoli nella versione inglese, più di quattrocentomila nella versione italiana (Figura 1); questa massa di articoli riceve circa sedicimila interrogazioni al secondo da utenti sparsi in tutto il mondo. Il numero di articoli raddoppia di anno in anno (Figura 2). Wikipedia è ormai redatta in 253 lingue, e il numero di articoli nelle lingue “minori” cresce a ritmi doppi rispetto a quelli delle lingue “maggiori”, in un bell'esempio di catching-up (Figura 3).

Mentre la qualità degli articoli è stata messa in questione, specie in un famoso confronto sulla rivista Nature tra Wikipedia e l'Encyclopaedia Britannica, la capillarità degli stessi è ineguagliata: esistono wikipedia in molti dialetti italiani (Figura 4), con un livello di dettaglio impensabile per qualunque pubblicazione tradizionale.

Il software Open Source ha un'importanza crescente, e un impatto economico superiore a quello di Wikipedia. Open Source significa letteralmente “a sorgente aperta”: i programmatori rendono cioè disponibile il proprio lavoro in un formato (il codice sorgente) che consente a qualsiasi altro programmatore di comprendere a fondo il funzionamento di un dato programma, e non solamente di eseguirlo (codice eseguibile). Circa metà dei server che reggono in piedi il web funzionano grazie a un programma open source, Apache (Figura 5); la maggioranza delle e-mail inviate nel mondo sfrutta un sistema di consegna open source, Sendmail; infine, nel mercato dei browser, per la prima volta in più di dieci anni il prodotto di Microsoft, Internet Explorer, si trova a fronteggiare un concorrente, il prodotto open source Firefox (Figura 6).

Com'è possibile che prodotti di successo, in grado di competere con i primi della classe, siano prodotti in maniera decentrata da migliaia di volontari sparsi sul pianeta e scarsamente coordinati? 

In primo luogo, la tecnologia ha disaccoppiato il contenuto e il contenitore. Fino a pochi anni fa, comprare un libro significava acquistare sia l'accesso alle idee, parole, racconti in esso contenuti, sia il libro stesso, cioè la carta, l'inchiostro, l'edizione e la distribuzione. La digitalizzazione ha trasformato il contenuto in una stringa di dati, una fila di zero e uno; la diffusione di Internet ha reso poi possibile lo scambio di questi dati senza alcun veicolo fisico.

Dal punto di vista della teoria economica, questo processo trasforma le caratteristiche dei beni coinvolti. Un libro è un bene privato: lo stesso libro non può essere sia sul mio comodino sia sul tuo. Ma una stringa di dati caricata su un sito internet è – a meno di restrizioni legali – un bene pubblico: può essere contemporaneamente sul mio e sul tuo computer, e il fatto che io la visualizzi non riduce la tua possibilità di fare altrettanto.

Il copyleft sfrutta la natura tecnologica di bene pubblico di qualunque contenuto digitalizzabile, ribaltando i concetti del copyright e facendo della libera circolazione la regola,  e delle restrizioni collegate all'appropriazione dei diritti d'autore da parte di qualcuno l'eccezione. Il copyleft garantisce quindi agli autori una larga visibilità, e la garanzia che il proprio lavoro non sarà appropriato da nessun altro, al costo però di perdere i diritti esclusivi su ciò che si è prodotto.

Allo stesso tempo, l'abbattimento dei costi di produzione e di distribuzione ha permesso a una moltitudine di persone di farsi autori, e ha ridotto il costo soggettivo di contribuzione: più persone, diverse tra loro, si trovano nella condizione di poter contribuire senza grandi sforzi all'accumulo di conoscenza, allo stesso tempo traendo beneficio dai contributi di tutti gli altri. Dato un numero sufficiente di occhi, ogni problema è semplice.

Per quanto il beneficio di contribuire a queste opere collettive sia basso (o nullo) in termini monetari, il costo è paragonabilmente basso; inoltre, alcune persone ottengono benefici non monetari di stima e riconoscimento tra pari, mentre altri ancora riescono a trarre profitti vendendo servizi “attorno” al bene pubblico, che in sé non è appropriabile, come nel caso di un accademico che pubblica gratuitamente i suoi studi sul web ma poi è pagato per tenere lezioni riguardanti le sue conoscenze.

La produzione di contenuti aperti (Figura 7), da parte di comunità di volontari potrebbe sembrare una piccola utopia moderna, poco importante e destinata a sparire: dopotutto, chi lavora per niente? Ma il volume e l'importanza della produzione di contenuti – conoscenza, software, arte – attraverso la “peer production”, oltre alla sua ormai più che decennale esperienza, come abbiamo visto, raccontano un'altra storia.

                                                Paolo Crosetto

 

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