Uno degli esercizi più utili per comprendere la radicalità e la rapidità con cui il nuovo paradigma tecnologico basato sulla Rete sta trasformando il mondo è la comparazione tra le graduatorie delle prime quindici società Internet based per capitalizzazione di borsa nel 1995, ossia agli albori della rivoluzione digitale, e nel 2015 (Figura 1). La prima differenza evidente è il loro valore complessivo pari a 17 miliardi di dollari nel 1995 e a 2,44 trilioni (migliaia di miliardi) nel 2015, ossia centoquarantaquattro volte in più. La seconda differenza riguarda la composizione delle due classifiche che vede una sola impresa ancora presente a vent’anni di distanza, Apple, all’epoca al secondo posto con un valore di borsa pari a 5 miliardi di dollari, nel 2015 al primo con una capitalizzazione di quasi 750 miliardi. Tutte le altre, in gran parte Internet Service Provider (società che offrono servizi di accesso alla rete), media company e produttori di software, sono scomparse oppure sono scivolate in posizioni marginali in favore di quelle che sono definite “online platform” (piattaforme in rete), spazi digitali in cui si scambiano informazioni, beni e servizi. La pervasività e la vertiginosa crescita delle piattaforme online hanno indotto a introdurre per questo fenomeno la definizione di “platform economy” (economia delle piattaforme) ridimensionando Internet a pura tecnologia abilitante di mutamenti economici, organizzativi e sociali di natura epocale: la rivoluzione digitale, prima ancora di trasformare il mondo, ha già trasfigurato se stessa.

Che cos’è la platform economy?
La platform economy è un modello economico e organizzativo basato su infrastrutture digitali che mediano o re-intermediano, sostituendosi a modalità preesistenti, lo scambio di informazioni (i social network come Facebook e Linkedin sono l’esempio più evidente), di beni (come nel caso dell’e-commerce di eBay, Amazon e Alibaba o delle case di Airbnb) e di servizi (ad esempio i servizi di trasporto di Uber, i servizi domestici su Task Rabbit, i servizi legali su Upwork). Le piattaforme si finanziano applicando delle commissioni sullo scambio, generalmente in capo al fornitore, oppure utilizzando per finalità commerciali le informazioni che derivano dallo scambio, come avviene nel caso dei social newtork. Quando sono di natura commerciale (ossia prevedono il trasferimento di denaro), esse assumono la definizione di digital marketplace (mercati digitali) in cui le transazioni possono avvenire secondo le direttrici tradizionali business-to-consumer (dall’impresa al consumatore, come avviene prevalentemente su Amazon), business-to-business (da impresa a impresa, come nel caso degli scambi all’ingrosso su Alibaba), peer-to-peer (tra privati o tra pari, come avviene su eBay) oppure, sempre più diffusamente, secondo un modello che può essere definito individual-to-business in cui le prestazioni sono offerte da una singola persona. Ciò è possibile perché le piattaforme riducono i costi di transazione (ossia di scambio) a un livello che permette anche gli individui di mettersi in diretta competizione con le organizzazioni. Le ragioni del loro impressionante sviluppo risiedono principalmente in questi due fattori: da una parte, rivolgendosi a una moltitudine di detentori di beni sottoutilizzati o inutilizzati (case, auto, barche) e di potenziali prestatori di servizi (generalmente singole persone), le piattaforme digitali hanno attivato un’offerta che solo pochi anni fa era indisponibile; dall’altra, la natura “snella” del modello organizzativo consentito dalle nuove tecnologie ha permesso loro di scalare i mercati e di far crescere esponenzialmente il proprio valore senza aumentare in maniera proporzionale massa, costi e investimenti. Così si spiegano le stratosferiche quotazioni di borsa raggiunte dai social network o quelle stimate di Uber o di Airbnb: il valore è una funzione degli scambi che amministrano e delle reti e delle informazioni di cui dispongono.

Le labor platform
Una classificazione complementare, utile a comprendere i caratteri e i confini della platform economy, suddivide le piattaforme online in “capital plaform” e “labor platform”. Nelle prime individui e organizzazioni vendono o affittano asset tangibili (case su Airbnb, prodotti su eBay e Amazon), nelle seconde sono intermediate attività di ogni natura basate sul lavoro. Queste attività possono essere realizzate fisicamente, come accade a quelle scambiate su siti come TaskRabbit negli Stati Uniti o Youpijob in Francia, dove è possibile reperire servizi di giardinaggio, facchinaggio, pulizia, assistenza personale o manutenzione, oppure possono essere erogate digitalmente, in quanto immateriali: dall’immissione di dati alle traduzioni, dalla grafica 3D alla programmazione di software, da attività complesse come la consulenza legale fino a compiti elementari (“microcompiti”, come si vedrà oltre) realizzati attraverso uno smartphone. Le principali società specializzate in questa seconda tipologia di servizi sono le statunitensi Freelancer e Upwork (Figura 2) e, con caratteristiche molto diverse, la piattaforma Mechanical Turk.
Osservando il fenomeno da un punto di vista diverso, dunque, l’asset scambiato su molte delle piattaforme online è il lavoro sottostante ai servizi prestati. In che modo? I modelli organizzativi di riferimento sono principalmente due, uno riconducibile alla logica dei mercati amministrati, l’altro a una logica più meccanica. Nel primo modello, attualmente il più diffuso, la piattaforma è uno spazio di incontro tra una domanda e un’offerta di prestazioni relativamente libere di determinarsi. Da una parte il contractor o “freelancer” (prestatore d’opera) può registrare il proprio profilo segnalando titoli, competenze, esperienze, un portfolio di attività, e, successivamente, può presentare una proposta per una posizione o un progetto stabilendone il prezzo a corpo o a misura. Dall’altra il cliente o committente – di fatto il datore di lavoro – pubblica i progetti, seleziona le offerte e, al termine dell’attività, valuta e approva il lavoro svolto. Tra i due contraenti la piattaforma svolge le funzioni tipiche dell’amministratore di mercati: ne stabilisce le condizioni di accesso e le principali regole di funzionamento, favorisce lo sviluppo di una dinamica concorrenziale sui prezzi attraverso la pubblicità e la trasparenza e assume un ruolo di garanzia e di arbitrato tra le parti facendo leva su alcuni strumenti a supporto delle transazioni (ad esempio mettendo a disposizione interfacce di comunicazione, prevedendo procedure di controllo delle prestazioni e gestendo i pagamenti).
In realtà, analizzando i termini e le condizioni di funzionamento dei principali operatori, risulta evidente la loro non neutralità ma, piuttosto, un orientamento favorevole al committente, conformemente alla regola aurea “customer first” – il cliente prima di tutto – che contraddistingue il commercio online. Per comprenderlo si deve prestare attenzione a due elementi in particolare: il primo è la modalità di tariffazione del servizio, che generalmente avviene attraverso una commissione interamente a carico del prestatore, il secondo è la prerogativa attribuita al committente di non pagare la prestazione qualora non sia soddisfatto del risultato, una condizione in alcuni casi mitigata dalla previsione di pagamenti intermedi. È chiaro dunque perché le labor platform siano molto esplicite nel precisare che il loro perimetro di azione è esclusivamente quello del lavoro autonomo in cui l’oggetto della transazione è la prestazione d’opera e non il lavoro necessario per realizzarla, come avviene nel lavoro dipendente. Visto da questa prospettiva il meccanismo è ineccepibile: si tratta di una forma di e-commerce dove la commodity scambiata è una prestazione d’opera.

Il crowdworking
Il secondo modello organizzativo del lavoro online è rappresentato dal “crowdworking” (un neologismo che significa “lavoro della folla”), una forma di impiego basata su un’ulteriore declinazione delle labor platform in una forma molto più standardizzata. Per capire di che cosa si tratti è utile descrivere il funzionamento di Mechanical Turk, il principale operatore mondiale di crowdworking nato da una costola del gigante dell’e-commerce Amazon.
La storia del “Turco meccanico” è famosa tra i giocatori di scacchi. Si tratta di un automa commissionato da Maria Teresa d’Austria nel 1769 in grado di cimentarsi con il più sofisticato dei giochi di strategia e diventato leggendario per la sua capacità di battere avversari in carne e ossa. In realtà il Turco, considerato ancora oggi un simbolo antesignano dell’intelligenza artificiale, non era nulla di più di una marionetta animata da un giocatore piuttosto forte, nascosto sotto la scacchiera. Mechanical Turk, di fatto, non è molto diverso. La piattaforma si è specializzata nell’esecuzione di “microtask” (microcompiti), ossia di compiti elementari indispensabili per garantire il funzionamento di molti servizi Web di uso quotidiano. Allo stato attuale i calcolatori sono in grado di fare cose molto complicate, ma talvolta non riescono a eseguire mansioni semplici per un uomo: riconoscere il tono di una frase, interpretare correttamente un’immagine, scegliere tra due risultati di ricerca ambigui e altre attività indispensabili per far assumere a Internet la forma amichevole che conosciamo: dai motori di ricerca ai traduttori automatici, dai servizi geografici alle interfacce di riconoscimento vocale. Mechanical Turk si occupa di questo genere di mansioni che, dopo essere state scomposte in HIT – Human Intelligence Task (compiti basati sull’intelligenza umana) a risposta chiusa (sì o no) o multipla (scegliere tra a, b e c), vengono assegnati a “folle” di prestatori connessi alla piattaforma – i cosiddetti “turker” – che li eseguono con diversi dispositivi (ad esempio uno smartphone), in qualunque luogo e in qualsiasi momento (Figura 3). Non è dunque mancato il senso dell’umorismo al fondatore di Amazon Jeff Bezos quando ha scelto per Mechanical Turk lo slogan “Artificial Artificial Intelligence”, ossia intelligenza artificiale… artificiale.
Diversamente dalle labor platform, dove le prestazioni possono essere articolate e complesse e dove alle due controparti viene lasciato un ampio margine di autonomia, il modello di Mechanichal Turk (e di altre piattaforme come CrowdFlower, ClickWorker e CloudCrowd) è molto rigido: il requester (commitente) definisce i task, i tempi di realizzazione e li attribuisce ai prestatori sulla base di un criterio di valutazione che tiene conto principalmente della conformità (numero di risposte corrette) e della rapidità delle prestazioni precedenti. Alla stessa maniera la remunerazione del lavoro, rigorosamente per unità di prodotto o “microcompito”, è stabilita dal committente e non è negoziabile. In altre parole, il crowdworking costituisce la forma basilare di lavoro attraverso le piattaforme.

Le dimensioni del mercato delle labor platform
Se la rilevazione dell’occupazione indipendente rappresenta un’attività di analisi impegnativa, la misurazione del lavoro attraverso le piattaforme è, probabilmente, ancora più complessa. La frammentazione, l’occasionalità e la difficile tracciabilità delle prestazioni rendono questa nuova forma di impiego incompatibile con le statistiche convenzionali. La quasi totalità dei dati sino ad ora pubblicati derivano infatti dagli stessi operatori, ed hanno quindi una funzione prettamente gestionale o commerciale, oppure da rilevazioni occasionali che non permettono di comprendere tutte le implicazioni del fenomeno né di formare delle serie storiche. Ciononostante, alcune analisi elaborate dalla Banca Mondiale hanno consentito perlomeno di stimare il giro d’affari globale delle labor platform che, considerando le remunerazioni versate ai lavoratori e le relative commissioni, sarebbe passato dai 2,1 miliardi di dollari del 2013 al 4,8 miliardi del 2016, di cui circa il 90% sarebbe da attribuire al freelancing e il restante 10% al crowdworking (Figura 4). La stessa analisi ha stimato che il numero di utilizzatori registrati avrebbe raggiunto nel 2016 la non irrilevante cifra di 112 milioni (48 milioni nel 2013), dei quali, però, solo il 10% sarebbe regolarmente attivo (Figura 5).
Un ulteriore tentativo di superare la carenza di informazioni è stato realizzato dall’Internet Institute dell’Università di Oxford che ha messo a punto l’Online Labour Index (OLI). L’OLI si basa su una tecnica definita “web scraping” (letteralmente “graffiare” o “sbucciare” la rete) che traccia sistematicamente tutte le attività (per ora quelle in inglese) pubblicate sulle cinque principali labor platform corrispondenti ad almeno il 60% del mercato globale. Anche questa fonte ha confermato una significativa espansione del fenomeno con un tasso di crescita tra il 2016 e il 2017 del 26% (Figura 6). Dal punto di vista geografico, gli Stati Uniti rappresentano l’unica regione in cui questa forma di impiego sembra aver già assunto un ruolo importante con il 52% di tutte le offerte censite, seguiti dal Regno Unito (6,3%), dall’India (5%), dall’Australia (5,9%) e dal Canada (5%). Le attività più richieste riguardano la compilazione di software, a cui corrisponde oltre un terzo delle posizioni (35%), lo sviluppo di prodotti multimediali (24%) e attività d’ufficio come il data entry (18%). Appare invece ancora marginale il peso delle prestazioni professionali più complesse che, evidentemente, richiedono un’interazione tra committente e prestatore più intensa (Figura 7). Questi risultati segnalano che, sebbene la dimensione assoluta del mercato sia ancora modesta, i tassi di crescita sono significativi, soprattutto negli Stati Uniti, e che il numero di persone interessate costituisce ormai una frazione misurabile delle forze di lavoro.

Uovo di Colombo o cavallo di Troia?
Come gran parte dei servizi resi possibili dalle nuove tecnologie dell’informazione, anche le labor platform sono state accolte in maniera molto positiva, un altro “uovo di Colombo” in grado di risolvere problemi complicati. In effetti, esse intervengono in un mercato del lavoro vischioso dove l’offerta (le persone), generalmente sovrabbondante, e la domanda (le imprese), sovente frustrata dalla difficoltà di reperimento delle risorse adeguate, faticano ad incontrarsi. Viste da questa prospettiva, le piattaforme appaiono una novità positiva. Da parte dell’offerta rendono disponibili in maniera trasparente e accessibile delle opportunità, rompendo le barriere della marginalità geografica e sociale. Secondo un’indagine promossa dalla banca americana JP Morgan Chase tra i sui suoi correntisti, il 70% delle persone che utilizzano le labor platform svolgono altre attività, generalmente prevalenti, e utilizzano lo strumento come fonte di reddito complementare. Dal lato della domanda, invece, offrono un input flessibile che consente, in particolare alle piccole e medie imprese, di accedere a competenze di cui non potrebbero farsi carico a tempo pieno.
D’altro canto, non appaiono infondate le preoccupazioni per i potenziali rischi connessi alle labor platform, considerate da alcuni osservatori un “cavallo di Troia”, un ulteriore passo nel processo di destrutturazione dei modelli di impiego, ancora prevalenti, basati sul lavoro dipendente. La posizione giuridica delle piattaforme (ossia il fatto che generalmente non sono il committente formale delle prestazioni d’opera) sommata alla direzione internazionale delle transazioni (ossia il fatto che committente e prestatore si trovano spesso in paesi diversi), rendono molto difficile tracciarne le attività e rilevare delle pratiche improprie. Per le stesse ragioni, le piattaforme potrebbero indurre dei processi di dumping salariale, ossia degli effetti negativi sui livelli retributivi dovuti alla disponibilità di offerta proveniente da paesi a basso reddito. In effetti, osservando le graduatorie delle nazioni da cui proviene la domanda e l’offerta di prestazioni su uno dei principali network, questa ipotesi non sembra inverosimile. Tra i paesi committenti si trovano soltanto economie sviluppate, mentre tra i “prestatori” si registrano prevalentemente economie in via di sviluppo (Figura 8). Un’ulteriore implicazione, più profonda e sfuggente, è connessa alla scomposizione delle attività lavorative in procedure e compiti sempre più dettagliati, fino all’estremo dei microtask, quei micrompiti che costituiscono la struttura elementare dei processi di lavoro (Figura 9). Questa estrema formalizzazione sembrerebbe prefigurare, più che un lavoro “4.0”, una riedizione in forma digitale di un modello ipertayloristico di produzione che, sommato alla remunerazione per unità di prodotto, porta inevitabilmente con sé il rischio di commodification, ossia di riduzione di una relazione complessa come quella lavorativa a mera transazione commerciale.
L’impressione è che questi fattori di rischio siano stati fino ad ora sottovalutati, al pari di quanto è già accaduto, nell’ambito della comunicazione e dell’informazione, ai network sociali. Così come Facebook o Twitter devono oggi fare i conti con le notizie false, il bullismo digitale e la propaganda estremista, non troppo diversamente le labor platform dovranno affrontare conseguenze impreviste (ma storicamente non nuove) delle loro attività. La soluzione, probabilmente, non risiede nell’invocazione di una un po’ ambigua neutralità e non responsabilità, ma piuttosto nel riconoscimento che le piattaforme digitali di qualsiasi genere, oltre a essere delle strutture tecnologiche e commerciali, costituiscono degli spazi sociali, con tutte le complicazioni che spazi sociali comportano. Solo il riconoscimento della non neutralità delle nuove tecnologie consentirà dunque di sfruttarne pienamente le potenzialità positive.

 

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