Se non fosse per lo tsunami borsistico che, più o meno, ha toccato tutti a titolo personale, l'Oscar 2008 sarebbe appannaggio del trend delle quotazioni petrolifere.  Il prezzo del greggio, infatti,notoriamente quotato in USD/barile, è dapprima aumentato del 55% (base gennaio '08) fino al record estivo di 147,7, salvo poi crollare fino ai minimi di dicembre a cavallo di 35 dollari  (Figura 1). I livelli di fine anno, inferiori del 60% a quelli di partenza, registrano addirittura un calo del 77% rispetto alle punte estive.

I continui rincari del primo semestre hanno rischiato di mettere in ginocchio l'Occidente, che è un importatore netto di greggio. Il "caro petrolio" ha innescato una fiammata inflattiva, culminata nei mesi estivi e particolarmente critica per l'Europa continentale.

Chi di spada ferisce, di spada perisce: l'inversione del trend petrolifero ha innescato il "calo petrolio", mettendo in difficoltà i Paesi esportatori, non tanto per il consuntivo 2008, quanto per i rispettivi budget 2009.
Infatti (Figura 2), nonostante l'annata double-face delle quotazioni petrolifere, la media 2008 si pone a cavallo di quota 100 USD/barile, risultando sostanzialmente gradita a tutti gli esportatori di greggio.
I più disparati analisti convergono sulla conclusione che una quotazione media di 70 USD/barile tiene in equilibrio i conti pubblici dei più importanti Paesi esportatori, siano essi compresi nell'Opec (Arabia Saudita e vari Emirati del Golfo) o, al momento, estranei all'organizzazione (Russia in primis).

Tuttavia questo livello di 70 va considerato un vero e proprio break-even aziendale, nel senso che sotto tale soglia i rispettivi governi devono rivedere i piani di spesa pubblica, rimettendo in discussione il tenore di via (quanto meno a livello di servizi pubblici) dei propri cittadini. Immaginando che i governi puntino a migliorare la qualità dei servizi, rispetto al livello di "pura sopravvivenza", e conteggiando un po' di inflazione fra '08 e '09, il break even desiderato sale, secondo le stime a 90-95.

La situazione appare quindi delicata nell'ottica degli esportatori, per due evidenti motivi: la recessione in atto sta già producendo la contrazione della domanda mondiale di greggio e, in subordine, occorre tener conto che il nuovo anno "parte" con quotazioni di mercato in area 40-45.
Affrontiamo subito questo dettaglio matematico: se si desidera una quotazione media pari a 70 USD/barile, per ogni giorno del 2009 in cui il prezzo staziona a 40, occorre che (a parità di barili venduti) se ne registri un altro con una quotazione pari a 100.
Infatti: ((40+100)/2)= 70.

Il punto è che l'eventuale risalita delle quotazioni dai livelli iniziali di 40 a punte di 100 corrisponde ad un aumento del 150%, ovvero cioè oltre il doppio dell'aumento percentuale (Figura 1) fra gennaio '08 e le punte di luglio '08.
Si tratta di un'ipotesi insostenibile in termini di politica internazionale, poiché i Paesi occidentali effettuerebbero delle cospicue pressioni sull'Opec per far aumentare le produzione, calmierando così le quotazioni di mercato.
Tuttavia proprio la "calmierazione" provoca problemi ai conti dei Paesi esportatori: l'equilibrio si potrebbe giocare su inezie matematiche, tipo "mezzo dollaro" al giorno.

Peggio ancora se assumiamo come obiettivo medio '09 il livello di 90. Per ogni giorno iniziale con prezzi di 40, ce ne dovrà essere uno, in corso d'anno, con prezzi di 140.  Infatti: ((40+140)/2)= 90. Ma il balzo da 40 a 140 corrisponde ad un aumento del 250%, insostenibile dalle economie occidentali, a maggior ragione a metà di una severa recessione.

 

Proprio la recessione aggroviglia ulteriormente la problematica, comportando un'inevitabile riduzione della domanda mondiale di greggio.
Al riguardo le stime sono ancora confuse e, a volte, contrastanti. Tuttavia sono efficaci per comprendere il trend.
Secondo l'International Energy Agency (Figura 3), dopo sei trimestri consecutivi di crescita, già nel terzo trimestre '08 la domanda mondiale di greggio dovrebbe essere calata dello 0,5% tendenziale (cioè rapportato allo stesso trim. del '07). La contrazione dovrebbe appesantirsi nel 4 trim. '08, con un calo dell'1,5%.
Tale contrazione appare particolarmente critica, considerato che (come emerge anche dal grafico in Figura 3) l'ultimo trim. '07 fu un periodo di cospicua crescita dei relativi consumi.
Come allora, nel passaggio da '07 a '08, il trend di fine anno condizionò il successivo primo semestre, analogamente (ma in direzione opposta) potrebbe capitare nel passaggio fra '08 e '09.

Allora la domanda da porsi è: a quanto presumibilmente ammonterà la domanda mondiale di greggio del 2009? Per convenzione la richiesta di greggio viene quantificata in numero di barili giornalieri. Secondo le stime, recentemente diffuse dall'Opec stessa (Figura 4), la domanda mondiale di greggio potrebbe ridursi di 810.000 barili al giorno nel primo trim. '09 rispetto allo stesso periodo del '08.

Il calo si estenderebbe, pur attenuandosi, anche al secondo trim. '09 (-360.000 barili/giorno), mentre nel terzo trim. '09 è atteso un segnale di aumento dei consumi (+80.000 barili/giorno), che si irrobustirà nel quarto trim. '09 (+460.000 barili/giorno). Tuttavia il prossimo anno rischia di chiudersi con un saldo negativo di 2,5 milioni di barili/giorno in meno (ad un ritmo di 85,5-86 milioni di barili/gg).

Come gestire tale problema? L'Opec, su iniziativa del suo Paese leader, l'Arabia Saudita, ha già provveduto a ridurre la produzione (a novembre e dicembre) per un calo totale di 4 milioni  di barili/giorno.
Ma potrebbe non bastare, un po' perché il prezzo di mercato finora non si è mosso, un po' perché (pur salendo prospetticamente) deve compensare il minor introito connesso ai barili non venduti. Il che resta un'alea non gestibile a priori, mentre i governi sono invece impegnati a varare i rispettivi budget 2009. Infine l'Opec vede irrobustirsi sempre più l'ala dei Paesi "falchi" (Angola, Libia, Algeria, Iran, Venezuela, cui potrebbe aggiungersi l'Iraq...), quelli che non vogliono fare sconti all'Occidente, anzi…

Per concordare a livello "planetario" la gestione del rapporto produzione/quotazioni del greggio, l'Opec ha elaborato un'altra idea semplice ma ingegnosa, quella di coinvolgere nel cartello altri importanti produttori finora estranei: si tratta in particolare di Russia (principale esportatore mondiale insieme all'Arabia Saudita), Norvegia (uno degli altri principali esportatori internazionali) e Messico (importante fornitore degli USA, per vicinanza geografica).

Ed ecco che la problematica petrolifera sale prepotentemente sul tavolo dei nuovi equilibri internazionali connessi all'avvicendamento dell'Amministrazione USA. Il Presidente russo Medvedev s è subito affrettato a dichiararsi disponibile all'adesione russa all'Opec, dopo anni ed anni di dinieghi. La novità non è solo di natura economica, ma appunto di politica internazionale: dopo i negoziati per un cartello sul gas con Iran e Qatar, l'adesione all'Opec potrebbe costituire la "seconda leva" delle tenaglie con le quali Mosca intende controllare le forniture energetiche dell'Europa continentale.

                                                 Carlo Crovella

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