La tazzina di caffè e quella di cioccolata; le patate; il granturco; lo zucchero. Per gli europei, la prima percezione della globalizzazione fu associata ad alimenti che, grazie al commercio internazionale, erano giunti sulle loro tavole dopo aver varcato i mari.

E, in effetti, la prima globalizzazione fu largamente agricola: a partire dal Cinquecento e fino a tutto il Settecento, in regime dirigistico, spagnoli, inglesi, portoghesi trasportarono la pianta del caffè dall'Arabia all'America e quella del cacao dall'America all'Africa (trasportarono inoltre il «fattore lavoro»-cioè gli schiavi- dall'Africa all'America e una materia prima molto particolare- come l'oro, che serviva per le emissioni monetarie -dell'America all'Europa).

Anche oggi, le produzioni alimentari risentono delle specializzazioni forzatamente imposte allora, oltre che, naturalmente,dei vincoli climatici alla produzione. Emerge chiaramente la forte regionalizzazione.

In Asia, il riso (figura 1) da sempre sostituisce il grano  come elemento base dell'alimentazione - e della produzione agricola - tradizionale.

La localizzazione della produzione mondiale di cacao (figura 2) non si è molto modificata da quella di due secoli fa; il caffè (figura 3), per contro, deve registrare un peso fortemente crescente dell'Asia, soprattutto a seguito della decisa politica del Vietnam che ha scelto di entrare nel novero dei grandi produttori (il che ha favorito condizioni di sovrapproduzione e prezzi bassi).

Le materie prime di base sono largamente prodotte dalle «periferie» , con la sola eccezione del mais (figura 4), un cereale di origine americana la cui coltivazione continua a essere in gran parte concentrata proprio negli Stati Uniti, dove è superprotetta da dazi e sussidi.

Le figure prese in considerazione mostrano una sostanziale staticità delle produzioni di base e un aumento di quelle che possono essere maggiormente considerate come «voluttuarie» (cacao, caffè). È l'indizio di una rapida evoluzione delle abitudini alimentari, indizio che deve essere integrato con l'aggiunta del forte sviluppo di produzione e consumo di carne, latte, uova.

Quando si esce dalla fame, inevitabilmente si varia la dieta. L'abbandono dei cereali comporta un'alimentazione più «costosa» in termini di risorse del pianeta (per produrre carne occorre allungare la catena alimentare; una bistecca richiede una superficie agricola 3-4 volte superiore a una pagnotta che fornisca le stesse calorie) e contribuisce, forse almeno quanto la crescita dell'industria nei paesi di nuova industrializzazione, a pressioni sul sistema ambientale.

                                                Mario Deaglio

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