Dopo aver abbandonato le ambizioni imperialistiche, aver abdicato in favore degli Stati Uniti al ruolo di superpotenza mondiale, aver ceduto il primato industriale a Germania e Giappone prima, e alla Cina poi, nel primo decennio del 2000 la Gran Bretagna sembra aver perso definitivamente anche l'autosufficienza energetica, unico elemento positivo in un declino ormai quasi secolare.

I progetti di pianificazione strategica adottati dall'attuale Governo nel 2010 si basavano sulla previsione che il prezzo del petrolio avrebbe subito un'oscillazione, da qui al 2025, tra i 70 e gli 85 dollari al barile, mentre nello stesso periodo il prezzo del gas sarebbe fluttuato dalle 58 alle 71 sterline per unità termica (BTU).
I dati di giugno 2011 sono stati una doccia fredda: il petrolio ha superato i 100 dollari a barile e il gas sta già raggiungendo le 70 sterline per BTU.

La colpa di tale imprecisione è certamente da ascrivere a fattori esterni e imprevedibili, come ad esempio, e soprattutto, i tumulti di quest'anno nel mondo arabo e la crisi libica.
Tuttavia, diversi analisti accusano il Governo di non aver considerato che a fronte di una domanda di energia sempre crescente, il mantenimento delle medesime quote di produzione e delle stesse fonti di approvvigionamento non avrebbe garantito una fornitura adeguata, con il rischio di carenza di risorse e con il conseguente aumento del loro prezzo.

In realtà, la colpa non è soltanto dell'attuale Governo: è la politica energetica inglese degli ultimi quarant'anni a non aver considerato il rischio di carenza delle fonti energetiche domestiche. Negli anni '70, infatti, le difficoltà di approvvigionamento di risorse, conseguenti allo smantellamento dell'impero e alla crisi energetica del 1973, erano state tamponate grazie al petrolio e al gas del Mare del Nord (Figura 1).
La composizione delle risorse energetiche utilizzate dal Regno Unito era cambiata e dai primi anni '90 aveva visto il calo progressivo dell'uso del carbone, il protagonista della grande rivoluzione industriale, a vantaggio del più economico gas estratto "in casa" (Figura 2). L'aumento vertiginoso delle estrazioni di petrolio e gas, accoppiato al ritardo nello sviluppo di sistemi di approvvigionamento energetico alternativo, stanno causando un rapido esaurimento dei giacimenti in territorio inglese.

Nel ventennio tra gli anni '80 e '90, i Governi che si sono succeduti hanno attuato politiche di liberalizzazione del mercato dell'energia, tramite la privatizzazione di aziende del settore controllate dallo Stato e lo smantellamento del Dipartimento dell'Energia.

 

Una tale liberalizzazione ha di fatto affidato al mercato il controllo delle politiche energetiche, a discapito dello Stato. La quantità di petrolio estratto è aumentata per tutti gli anni '80, per poi scendere alla fine del decennio e risalire costantemente negli anni '90, fino al picco del 1999, quando la produzione annua di petrolio britannico raggiunse la quantità di 128.500 milioni di tonnellate di petrolio. Negli anni seguenti la produzione è diminuita costantemente, fino a 58 milioni di tonnellate nel 2010: si tratta del maggiore calo di produzione mai registrato in alcun paese esportatore di petrolio (Figura 3).

Per quanto riguarda il settore gas, invece, nel 2009 il Regno Unito ha prodotto soltanto il 60% del gas consumato, passando in meno di dieci anni dalla quasi autosufficienza alla necessità di importare il 40% (Figura 4).
Nel frattempo, il paese è diventato uno dei maggiori consumatori di gas al mondo, dopo USA, Russia, Cina e Giappone (Figura 5).

Dal 2004, quindi, il Regno Unito è passato ad essere un importatore netto di idrocarburi (Figura 6).
La dipendenza dalle importazioni è cresciuta da allora ad una media di circa 73 milioni di barili all'anno: se questo trend dovesse continuare, nel 2015 le importazioni nette torneranno ad essere le stesse del 1970, circa 730 milioni di barili all'anno.

Lo sfruttamento delle energie rinnovabili per la produzione di calore, di elettricità e per il trasporto è cresciuto a partire dal 1990 (Figura 7). Tuttavia, nel 2009 influiva soltanto per il 2,9% sulla composizione dell'energia utilizzata nel Regno Unito.
Si tratta di progressi troppo lenti rispetto al ritmo con cui sta aumentando la carenza di risorse energetiche.

Basti pensare che nel 2006 la rivista britannica Research and Markets ha emesso un rapporto in cui sosteneva che per il 2021 la capacità produttiva di petrolio e gas del Mare del Nord sarebbe scesa del 75% rispetto ai livelli del 2005, fino a fornire meno di un milione di barili all'anno.

Il problema dell'energy gap, ossia una disponibilità energetica inferiore al consumo, si fa sempre più pressante, mentre la prospettiva di aumentare l'acquisto di energia a prezzi superiori alle previsioni non fa certo piacere ad un Regno Unito non ancora ripresosi dalla crisi finanziaria e fiaccato da un deficit nella bilancia commerciale che nel 2010 ha raggiunto i 500 miliardi di dollari.

                                          Giovanni Andriolo

 

                                                 

                                                                          

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