Benché disponga di un vastissimo capitale umano e di un territorio sconfinato, la Cina possiede una disponibilità di risorse petrolifere particolarmente limitata, in termini relativi alla popolazione, aggravata inoltre dalla scarsità pro-capite di gas naturali e minerali fondamentali per lo sviluppo industriale, quali rame e alluminio
(Figura 1). 

Lo strepitoso sviluppo economico cinese degli ultimi trenta anni ha causato una notevole crescita del consumo di prodotti petroliferi (Figura 2) e ha portato la Cina a divenire già dal 1993 un importatore netto di greggio. Agli attuali tassi di crescita, è probabile che la dipendenza di Pechino dalle importazioni di petrolio e gas sia destinata a crescere considerevolmente negli anni a venire (Figura 3).

Per questo motivo, dal 2002 la dirigenza cinese ha cominciato a considerare la sicurezza energetica una questione di prioritaria rilevanza per la stabilità del regime. La strategia adottata da Pechino al fine di garantirsi una disponibilità energetica adeguata a sostenere il proprio sviluppo e, soprattutto in caso di crisi, a evitare i rischi e le fluttuazioni del mercato internazionale, prevede la costituzione di una riserva nazionale di petrolio e l'approvvigionamento tramite acquisto di assets strategici (il cosiddetto going out, "andar fuori, uscire", dal cinese 走出去, pron.: zou chu qu) per il controllo diretto della produzione nei paesi ricchi di risorse petrolifere.

L'appoggio diplomatico dato ai tre colossi cinesi del petrolio, CNPC, Sinopec e CNOOC, ha favorito la crescita all'estero delle tre aziende con importanti operazioni che non hanno mancato però di suscitare diverse perplessità nei governi occidentali, di cui l'opposizione nel 2005 del Congresso americano all'acquisto di Unilocal da parte della CNOOC è la manifestazione più nota. Particolarmente significative sono le attività delle compagnie petrolifere cinesi in Sudan, in controtendenza rispetto alle sanzioni imposte da USA e Europa in seguito alla grave crisi del Darfur, che vanno dall'esplorazione di vari blocchi fino al processo di estrazione e di raffinazione, con la costruzione di una raffineria a nord di Khartoum da parte della CNPC in collaborazione con il Ministero dell'Energia sudanese.

Tuttavia, è stato notato che le attività delle compagnie petrolifere cinesi sono solo in parte riconducibili a logiche politiche, e nelle scelte aziendali spesso prevalgono decisioni orientate esclusivamente al profitto, a volte anche a scapito dell'interesse strategico nazionale .  

C'è da aggiungere che in molti guardano con preoccupazione all'aumento osservato in anni recenti delle spese militari cinesi, soprattutto in ambito navale, che appare un segnale della volontà di competere con la flotta statunitense nel Pacifico per il controllo delle rotte marittime, da cui passa gran parte della fornitura di petrolio del Golfo destinata a Pechino, facilmente attaccabili in caso di crisi militare.

Infatti, proprio la vulnerabilità di alcuni snodi marittimi ha spinto Pechino a ricercare vie alternative che permettano di evitare la navigazione attraverso lo Stretto di Malacca (Figura 4), tra cui la realizzazione di svariati progetti di cooperazione per la costruzione di gasdotti e oleodotti che consentano il trasporto del petrolio dalla terraferma.

 

Tra i progetti in corso, il governo ha annunciato l'1 gennaio 2011 l'operatività di un oleodotto di 1000 km che dalla Russia porterà annualmente nella provincia cinese dell'Heilongjiang 15 milioni di tonnellate di greggio. Uno dei più controversi rimane invece quello per la costruzione in Myanmar di una rete di tubature (Figura 5) che una volta ultimata condurrà il petrolio mediorientale dalla Baia di Bengal direttamente a Kunming, capitale della provincia cinese dello Yunnan, particolarmente discusso in quanto coinvolge un duro regime militare contro cui gli sforzi diplomatici compiuti in sede ONU per garantire la tutela e il rispetto dei diritti umani trovano spesso la ferma opposizione di Pechino.

Diversi analisti occidentali esprimono il timore che la costituzione di una riserva strategica cinese farà crescere ulteriormente la domanda globale di petrolio, e garantirà inoltre a Pechino uno strumento di manipolazione dei prezzi in periodi di scarsità dell'offerta.
Occorre tuttavia notare che nel 2009 il totale di importazioni cinesi di greggio e di prodotti petroliferi ammontava, secondo i dati forniti dal World Energy Outlook, a una media di circa 5127 barili al giorno, ovvero meno della metà del totale di importazioni petrolifere statunitensi, stimate intorno agli 11443 barili, e poco più di un terzo della quota totale di importazioni dell'Unione Europea (Figura 6), per una popolazione che supera di gran lunga la somma di quelle di Stati Uniti ed Europa messe insieme.

Inoltre, il vero problema della crescita del consumo energetico cinese risiede nel fatto che la principale fonte di energia cinese rimane il carbone (Figura 7).
Le gravi implicazioni ambientali che ciò comporta costituiscono per Pechino una sfida di estrema importanza e di rilevanza innanzitutto interna. Si tratta infatti di una questione imprescindibile che già da tempo si dibatte nei think tanks cinesi e per cui il governo cinese ha preso diversi impegni - quali quello di generare il 15% dell'energia necessaria attraverso fonti rinnovabili e di ridurre le emissioni pro-capite di CO² del 40-45% entro il 2020 - che al di là della retorica ufficiale, sembra deciso a rispettare. Questa direzione sembra in parte confermata dai dati disponibili per il 2009 sulla produzione di energia rinnovabile, in particolare solare e eolica, di cui la Cina detiene una quota significativa, soprattutto in relazione a Stati Uniti e Europa (Germania e Spagna escluse).

Da quanto emerso appare evidente che, se la crescita economica cinese costituisce certamente una sfida agli equilibri strategici internazionali, è impossibile ignorare l'importanza di coinvolgere Pechino nel dialogo energetico per una ridefinizione necessaria e improrogabile delle regole di governance delle risorse energetiche e delle questioni ambientali globali.

Dal dibattito interno alla scena intellettuale cinese sembrano emergere del resto spazi per una fruttuosa politica di engagement della Cina, a partire da una sua partecipazione più diretta ai lavori dell'International Energy Agency. La creazione e l'adozione di regole chiare di gestione e di trasparenza a livello globale, migliorando l'efficienza del libero mercato, non potrà che favorire il senso di sicurezza energetica di Pechino, disincentivando atteggiamenti aggressivi e poco cooperativi.

                                             Nunzio Donzuso

Commenti

Comments are now closed for this entry