e il prossimo declino del dollaro

Quando il petrolio ha superato la soglia dei 90 dollari al barile per salire poi a 95, si è subito pensato  che ormai non era da escludere l’idea del greggio a 100 dollari. Com’era arrivato a 90 e oltre, così il petrolio poteva facilmente raggiungere i 100. E nell’ipotesi di una guerra all’Iran (per la questione nucleare), che certamente sconvolgerebbe i rifornimenti mondiali dal Medio Oriente, il greggio salirebbe a livelli forse astronomici. Scenari di guerra a parte, quello dei 100 dollari potrebbe comunque  diventare una sorta di nuovo livello di riferimento, anche se poi i prezzi effettivi dovessero tenersi nella fascia dei 90. Come ha osservato qualcuno, ai mercati piacciono le cifre tonde, e 100 dollari a barile è davvero una “bella” cifra tonda.

In termini reali, a 90-100 dollari, il greggio è tornato ai prezzi, allora esorbitanti (40 dollari), del 1980, ai tempi del secondo shock petrolifero (provocato dalla rivoluzione islamica in Iran), che inflissero duri colpi alle economie occidentali. Oggi, ad attenuare i più recenti round di aumenti vi è il fatto che se da una parte il petrolio rincara, dall’altra il dollaro si deprezza rispetto all’euro e ad un gran numero di altre valute. Così, poiché il petrolio è quotato, fatturato e (quasi sempre) anche pagato in dollari, ne segue che per molti paesi importatori, a cominciare da quelli dell’Unione Europea, l’aumento del costo del petrolio in moneta nazionale è inferiore all’aumento del prezzo in dollari. Ecco un vantaggio del cosiddetto “euro forte”.

Ciò detto, c’è forse modo che i prezzi scendano? Potrebbe essere stato un “picco” occasionale, e così, dopo una breve escursione nella fascia dei 90, il greggio potrebbe tornare a livelli normali, ammesso che si abbia un’idea di cosa sia, oggi, un livello “normale”. Tuttavia, col greggio a 90-95 dollari, un esperto ha pronosticato che «esso salirà ancora oltre i 100 prima di scendere verso gli 80». I paesi industrializzati, intanto, chiedono all’OPEC di aumentare l’offerta per calmierare i prezzi. Eppure, essi sanno che i paesi OPEC, e così anche gli altri esportatori non-OPEC, lavorano quasi al massimo (Figura 1): i loro appelli (e impliciti rimproveri) all’OPEC fanno ormai parte del rituale propagandistico.

L’OPEC, da parte sua, sottolinea le responsabilità dei paesi OCSE (per esempio, per gli insufficienti investimenti nel settore petrolifero durante gli anni Novanta) e la crescita della domanda, apparentemente senza freni (Figura 2). «Per favore, non incolpate [l’OPEC] per il petrolio a 93 dollari, – ha detto, a fine ottobre, il ministro del Petrolio del Qatar, Abdullah al-Attiyah – sono cinquant’anni che ci incolpate, ma oggi il mercato è fuori controllo». Allo stesso modo si è espresso il ministro del Petrolio degli Emirati Arabi Uniti e presidente di turno dell’OPEC, Mohammed bin Dhaen al-Hamli: «Il mercato è sempre più condizionato da forze su cui l’OPEC non ha controllo, come gli eventi geopolitici e la crescente influenza della speculazione finanziaria».

Si fa così strada l’idea che, a 90-100 dollari, i prezzi del petrolio non siano più in realtà connessi col rapporto domanda-offerta e altri “fondamentali” del mercato. Per alcuni, come al-Hamli, gli operatori finanziari sono i principali responsabili della fiammata dei prezzi. «Hanno perso molti soldi con le azioni, le obbligazioni e le operazioni immobiliari, così si sono lanciati nel settore delle commodity, tra cui il petrolio», ha detto al-Attiyah. Anche per Pierre Terzian, direttore della rivista Pétrostrategies, il mercato del petrolio è dominato dagli operatori finanziari, e in particolare dagli hedge funds: «Dopo la crisi del mercato immobiliare negli Stati Uniti, vi sono capitali che cercano altri impieghi, ma il dollaro cala e la borsa non va molto bene, mentre il petrolio offre un impiego perfetto». Infine, Daniel Yergin, presidente del Cambridge Energy Research Associates (CERA), ha anch’egli detto che i prezzi si sono ormai “sganciati” dal gioco della domanda e dell’offerta mentre «il mercato del petrolio mostra i segni di una febbre molto alta, alimentata dalla paura di conflitti in Medio Oriente e di possibili interruzioni delle forniture di greggio, mentre a far alzare ulteriormente la febbre vi è un dollaro debole e la previsione di nuove debolezze in futuro». 

Quanto ai “fondamentali”, i continui rincari del greggio degli ultimi anni, dai 25-30 dollari nel 2000-03, non sono bastati a ridurre la domanda né a stimolare l’offerta. A breve termine non si vede possibilità di un calo della domanda mentre la produzione globale rischia una crescita insufficiente (Figura 3). Molti studiosi ed esperti dicono che si è ormai prossimi al “picco” (peak) del petrolio, cioè al punto in cui la produzione mondiale raggiungerà il massimo dopodiché inizierà a declinare abbastanza rapidamente e in modo irreversibile, anche se verranno ancora scoperti e messi in funzione nuovi giacimenti. Invece di un “picco” si potrebbe avere un “altipiano” (plateau), cioè un periodo più o meno lungo di produzione costante, cioè “piatta”,  seguito da un calo improvviso e rapido.

Secondo il consulente petrolifero Sadad al-Husseini, ex direttore delle attività di prospezione e produzione della Saudi Aramco (la compagnia petrolifera nazionale saudita), la fase di andamento piatto è iniziata già da tre anni e durerà altri 15, poi la produzione prenderà a calare. Nel 2030 sarà a soli 75 milioni di barili al giorno (mb/g) contro i circa 85 mb/g  di oggi. Invece, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) dice che vi sono le risorse per soddisfare la domanda futura con una costante crescita della produzione che potrebbe raggiungere i 115 mb/g nel 2030. Tuttavia, lo stesso direttore generale dell’AIE, Nobuo Tanaka, teme che non ci saranno abbastanza investimenti, né personale specializzato né impianti per produrre tutto quel petrolio tempestivamente. In futuro, la capacità produttiva addizionale non potrà ovviare al declino dei giacimenti oggi in attività, e soddisfare i previsti aumenti della domanda. Le difficoltà di mercato potrebbero aumentare già a breve termine, a partire intorno al 2010.

Secondo alcuni studi, tra il 2007 e il 2012, entrerà in funzione, a livello globale, una capacità produttiva addizionale per circa 25 mb/g, di cui 13 nei paesi OPEC (compresa l’Angola, che fa parte del cartello dal 1° gennaio 2007- Figura 4- ) e 12 nei paesi non-OPEC. Ma alcuni progetti potrebbero subire ritardi, e slittare al 2013-14. D’altra parte, sembra non vi siano ancora notizie di nuovi importanti progetti petroliferi per dopo il 2012, salvo un programma nel settore delle sabbie bituminose in Canada. Comunque, i 25 mb/g di nuova capacità prevista per il 2007-12 sono in realtà una capacità addizionale lorda che non potrà tradursi in un pari aumento di produzione effettiva perché bisogna tener conto del concorrente calo della capacità produttiva di vecchi giacimenti in via di esaurimento. Nei paesi non-OPEC questa perdita di capacità, secondo alcune stime, è intorno ad un milione di b/g all’anno. Il dato dei paesi OPEC non è noto. D’altra parte, la domanda globale (Figura 5) è prevista aumentare, a breve scadenza, del 2,2 per cento all’anno, il che si traduce in una domanda addizionale intorno ai 2mb/g, ogni anno. Il quesito è se, già nei prossimi pochi anni, la capacità addizionale netta potrà soddisfare i previsti aumenti di domanda.

Intanto, il mondo del petrolio (e del gas naturale) sembra già ora soggetto a fenomeni che potrebbero portare a cambiamenti di vasta portata, a loro modo storici. Uno di questi, davvero impensabile ancora pochi anni fa, è l’apparente declino delle grandi compagnie multinazionali del petrolio (o IOC, International Oil Companies) e la concorrente ascesa delle compagnie nazionali a controllo statale (o NOC, National Oil Companies) non solo di paesi esportatori (OPEC e non-OPEC) ma anche di alcuni paesi importatori. Negli anni Sessanta, le IOC controllavano la quasi totalità delle riserve petrolifere mondiali. Oggi la loro quota è scesa al 10 per cento del totale, e forse anche meno, mentre le NOC dei paesi produttori hanno circa il 90 per cento delle riserve. Le NOC, sia dei paesi esportatori sia degli importatori, sono sempre più attive e competitive a livello globale. Quali opzioni restano alle IOC? Secondo alcuni, le grandi compagni private, per sopravvivere, dovranno avviare un nuovo round di concentrazioni, con colossali fusioni e acquisizioni, come alla fine degli anni Novanta. Inoltre, le IOC, disponendo di tecnologie e capacità generalmente superiori a quelle delle NOC, potrebbero diventare fornitori di servizi a queste ultime.

Un altro possibile cambiamento di portata storica riguarda il ruolo, fin qui incontrastato, del dollaro  quale moneta per la quotazione, la fatturazione e il pagamento del petrolio. Il continuo deprezzamento del dollaro a livello globale potrebbe spingere, prima o poi, l’OPEC ad un progressivo, o parziale sganciamento dalla moneta americana. Un problema analogo si pose già all’inizio degli anni Settanta, ma all’epoca non vi erano pratiche soluzioni alternative. Oggi, non solo c’è l’euro, ma la Russia (nuovo gigante mondiale del petrolio e del gas) vuole promuovere il ruolo internazionale del rublo, mentre nel prossimo futuro potrebbe essere sempre più importante il renminbi cinese – e la Cina, seconda economia mondiale, ha un peso crescente sulla scena petrolifera globale non solo per il suo import ma anche per il dinamismo delle sue NOC in varie parti del mondo. Inoltre, i paesi asiatici (ormai principale mercato del greggio mediorientale) potrebbero in futuro realizzare una propria unità di conto (o ACU, una sorta di ECU asiatica), nella quale lo yen giapponese potrebbe avere un ruolo molto importante. Nel Golfo Persico, i paesi arabi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, tutti grandi esportatori di greggio, intendono realizzare una moneta comune, anche se il loro programma sembra in ritardo. Infine, anche i paesi dell’America Latina pensano ad un’integrazione economica e monetaria. A tempi relativamente brevi, dunque, il mondo del petrolio potrebbe adottare nuovi strumenti, come ad esempio un “paniere” di monete. Questo sganciamento dal dollaro rifletterebbe non solo il declino della moneta americana, ma anche la nuova geoeconomia e geopolitica connessa al petrolio (Figura 6).

                                          Giorgio S. Frankel

                       

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