Il cotone cresce soprattutto in climi tropicali e subtropicali secchi e  patisce sia le temperature troppo elevate che il gelo, essendo una pianta particolarmente debole che ha bisogno di terreni fertili.
Il raccolto viene svolto sia a mano che con mezzi meccanici, prelevando le tipiche soffici sfere che rappresentano i fiori della pianta. Da queste vengono poi ottenute le fibre di cotone, che devono rispondere a determinati standard di colore, purezza e taglio. La produzione coinvolge almeno 300 milioni di persone in ottanta diversi paesi nel mondo.

I raccolti di cotone sono andati lentamente aumentando dagli anni sessanta ad oggi (Figura 1), ma, mentre nel periodo 1960-80 i raccolti dei paesi sviluppati erano in media più di due volte e mezzo di quelli dei paesi in via di sviluppo, dagli inizi degli anni 80 il gap è diminuito fino a circa una volta e mezzo, soprattutto a causa dell'ascesa della Cina.

Nonostante i progressi del gigante asiatico, gli ultimi anni hanno però fatto registrare un declino delle aree destinate a questa coltivazione, fino ai 30,3 milioni di ettari del 2009/10, ben 400.000 ettari in meno della precedente annata, a causa soprattutto dell'abbassamento dei prezzi (Figura 2) che scoraggia gli agricoltori indirizzandoli verso colture più redditizie in molti paesi tranne India e Australia.

La crisi economica mondiale ha avuto ripercussioni particolarmente gravi per il mercato del cotone, i cui consumi sono crollati del 9,7% nel 2008/9, il maggior calo mai registrato dal settore, che attende ora con ansia la lieve ripresa prevista. I governi cinese e indiano in particolare sono intervenuti con decisione a sostegno dei loro produttori, acquistando cotone per tenere alti i prezzi.

Ciononostante i raccolti della stagione in corso sono previsti in crescita, grazie a condizioni favorevoli nei principali paesi produttori e all'aumento delle varietà coltivate, in particolare quelle geneticamente modificate. Conseguentemente la produzione mondiale 2009/10 dovrebbe toccare i 23,4 milioni di tonnellate contro i 23,3 dell'annata precedente, grazie soprattutto a Stati Uniti, India, Australia e Brasile, mentre la Cina, il maggior produttore mondiale, è ancora in calo (Figura 3).

I prezzi del cotone sono finalmente previsti in crescita dopo anni di declino, in conseguenza di un aumento della domanda mondiale e del parziale superamento della crisi economica, oltre alla diminuzione degli stock dovuta agli ultimi anni di produzione mondiale più bassa.

Dall'introduzione di varietà di cotone geneticamente modificato nel 1996, le aree mondiali coltivate con le nuove tecnologie sono aumentate velocemente e dovrebbero toccare in questa stagione il 51% del totale, pur essendo concentrate solo in una decina di paesi, fra i quali grandi produttori quali USA, Cina, India e Brasile (Figura 4).

USA, Australia e Colombia sono i paesi più avanzati nella coltivazione di varietà di cotone resistenti agli insetti e con geni modificati per aumentare la tolleranza agli erbicidi, mentre Cina e India hanno sviluppato maggiormente la sola resistenza agli insetti.

Per quanto i consumi rimarranno prevedibilmente bassi anche nel 2009/10 (Figura 5), le riserve mondiali caleranno ulteriormente a circa 12 milioni di tonnellate (-7,7%), il livello minimo dal 2003/4.

Gli Stati Uniti restano il primo paese esportatore al mondo, ma nell'ultimo quinquennio l'India ha rapidamente guadagnato una grande fetta di mercato, aumentando la sua produzione che in precedenza veniva consumata interamente all'interno dei suoi confini. Gli altri principali esportatori sono Pakistan, Brasile e Uzbekistan, mentre Cina, Vietnam e la stessa India sono i più grandi importatori.

 

 

 

 

Di fronte alle fibre sintetiche di ogni tipo che hanno invaso il mercato da anni, il cotone è generalmente visto come la fibra "naturale" per eccellenza (Figura 6); in realtà è la seconda fonte di inquinamento agricolo al mondo e pur coprendo solo il 5% delle aree coltivate, inquina per il 25% causando danni non trascurabili all'ecosistema, essendo la coltura agricola che riceve la maggior quantità di pesticidi. Per produrre una T-shirt  occorrono circa 25 litri d' acqua (contaminata da pesticidi ed erbicidi) per la sola coltivazione della pianta: il 70% dell'acqua potrebbe facilmente essere risparmiata usando tecniche di coltivazione biodinamiche (innaffiamento goccia-a-goccia).

Essendo però il cotone un grande business internazionale, pesticidi, erbicidi, fertilizzanti, e semi ogm sono in gran parte  forniti dalle multinazionali che spesso incentivano i contadini con finanziamenti a tempo contro diritto di esclusiva di fornitura. L'attenzione del mercato delle biotecnologie - un mercato di miliardi di dollari - è particolarmente proiettata sul cotone, coltura non alimentare e quindi tendenzialmente meno sensibile alle proteste dei consumatori.

Anche per questo settore, come in altri, è avvertita l'esigenza di indirizzarsi verso tecniche più sostenibili per lo sviluppo del pianeta, in particolare attraverso l'incentivazione  della coltura del cotone organico, prodotto da agricoltura biologica, a volte anche biodinamica, tramite l'utilizzo di metodi e sostanze naturali che non danneggiano l'ambiente. In questa ottica, la produzione del cotone biologico prevede l'uso di fertilizzanti di origine animale e vegetale, l'eliminazione dei parassiti tramite insetti antagonisti, la rimozione delle erbe infestanti tramite trattori, zappe o a mano e l'uso esclusivo di semenze che abbiano subito almeno quattro germinazioni in assenza di trattamenti chimici e, ovviamente, di OGM.
Questo sistema presenta minori costi di esercizio e resa maggiore nel tempo, arricchisce il terreno invece di impoverirlo e può creare opportunità di lavoro in aree povere contrastando l'emigrazione verso i paesi ricchi, come già avviene in alcuni paesi africani (Tanzania, Uganda, Benin).

Da parte loro i paesi ricchi, soprattutto in passato, hanno versato notevoli sussidi  ai propri agricoltori, con il risultato di accumulare un enorme surplus di cotone e di altri prodotti agricoli che hanno rovinosamente invaso il mercato mondiale e che sono stati venduti a prezzi più bassi dei costi di produzione. Ciò ha comportato che i contadini del Terzo Mondo abbiano sospeso la produzione perché incapaci di competere a simili prezzi, con effetti disastrosi in paesi come Mali, Burkina Faso, Ciad, Benin e Camerun, per i quali il cotone costituisce tra il 30 e il 50% dell'export complessivo.

L'aumento dei livelli di reddito nei paesi in via di sviluppo, specialmente in Cina, ha causato una domanda in espansione per il cotone  negli ultimi dieci anni e una parallela crescita dell'industria in questo paese (nel 1999 era al 23%, mentre nel 2009 è salita al 40% del cotone trattato a livello mondiale). Il governo cinese ha finora difeso i suoi contadini sostenendo i prezzi ad un valore superiore alla media del mercato internazionale, imponendo dazi doganali sull'importazione dall'estero. In seguito all'adesione al WTO, la Cina si è impegnata a ridurre queste tariffe del 15%, riuscendo però nel breve periodo ad evitare danni rilevanti, grazie ad alcuni meccanismi in grado di ammortizzarne gli effetti.

La Cina ha un  ruolo chiave, essendo primo produttore e primo utilizzatore mondiale: determina la forbice tra offerta e domanda e anche, in gran parte, l'andamento dei prezzi mondiali a seconda che intenda rafforzare il suo settore industriale e quindi acquisire produzione sul mercato, aumentando le importazioni, o intenda smaltire gli stock aumentando le sue esportazioni.

                                                   Luca Deaglio

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