Nel corso degli ultimi anni, e precisamente a partire dal 2003, il volume delle transazioni internazionali di armamenti convenzionali ha subito una notevole impennata. Questo dato si presenta in controtendenza rispetto al periodo 1986-2003 in cui sulla base dei dati a disposizione vi era stata un'importante contrazione fino a raggiungere nel 2002 il suo livello più basso dal 1960.

Alla fine del 2006 il volume degli scambi era stimato del 50% superiore rispetto al 2002. Dal 1950 la principale fonte statistica in merito per le transazioni di armi convenzionali a livello mondiale è il Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) che pubblica annualmente un rapporto. Il Sipri ha sviluppato un indice del commercio di armi denominato TIV. Esso è espresso in dollari americani ai valori costanti del 1990. Quantunque esso sia espresso in dollari, non rispecchia il valore delle transazioni monetarie ufficiali, ma piuttosto fornisce una stima del volume delle armi trasferite. Infatti, sulla base di una serie di fonti, è lo staff di esperti del Sipri che opera una stima delle armi trasferite nell'anno solare.

Questo procedimento è reso necessario dal fatto che in molti casi i dati ufficiali sono segreti, incompleti ovvero manipolati. Nel contempo si noti che l'indice TIV è calcolato sul volume di armi fisicamente trasferite da un territorio all'altro, includendo pertanto anche il volume di armi che non è oggetto di alcuna transazione monetaria ma che costituisce donazioni o che comunque sono trasferite unilateralmente in seno a più ampi accordi di cooperazione tra paesi. Il dato interessante, inoltre, è che per mezzo di questo collaudato procedimento il Sipri riesce a fornire una stima del volume di armi trasferita anche a soggetti non statuali quali gruppi ribelli e movimenti rivoluzionari.

Sulla base dell'indice TIV è quindi possibile stilare una classifica dei principali attori presenti nelle transazioni di armi a livello mondiale. Come è chiaro dalla Figura 1 nel periodo 2000-2006 i principali acquirenti di armi nel mondo sono state le due economie maggiormente in crescita del pianeta,vale a dire Cina e India, seguiti da Grecia ed Emirati Arabi Uniti. In particolare, si noti poi il dato riguardante gli Emirati Arabi Uniti. A dispetto della piccola dimensione, gli Emirati Arabi Uniti sembrano essere uno dei principali acquirenti di armi convenzionali a livello mondiale. Invero gli EAU costituiscono un 'nodo' all'interno di una più vasta rete internazionale di scambi, in particolare verso gli altri paesi arabi e del Medio Oriente. Per una serie di beni, tra cui le armi, gli EAU svolgono il ruolo di intermediario all'interno di transazioni 'triangolari'.

A parte i casi citati, i principali acquirenti di armi sono paesi che sono coinvolti in conflitti più o meno costanti (Israele, Pakistan) o che comunque si trovano in aree in cui la componente di minaccia rappresenta un dato strutturale (Corea del Sud, Giappone, Arabia Saudita). Nell'analizzare le importazioni  di armi, quindi, possiamo distinguere due categorie: 1) paesi che hanno aumentato le proprie importazioni seguendo un andamento pressoché lineare; 2) paesi le cui importazioni di armi non seguono un andamento lineare ma che rispondono all'emergere di minacce con un amento della propria dotazione militare. La Cina è un esempio della prima categoria. La Figura 2 riporta le importazioni di armi in Cina a partire dal 1977 fino al 2006.

L' Arabia Saudita rappresenta un esempio della seconda categoria mostrando un andamento irregolare (Figura 3) legato all'esistenza di minacce percepite dal governo. Tra il 1992 e il 1993 in seguito alla prima Guerra del Golfo e alle accresciute frizioni con lo Yemen gli acquisti di armi crebbero del 113%, e così un nuovo picco si verificò tra il 1995 e il 1996 in seguito all'esplosione della violenza Jihadista (+75%); nel 2002 (in seguito all'11 settembre), dopo due anni in cui erano precipitati, sono aumentati nel giro di un anno del 800%, pur non raggiungendo in termini assoluti i livelli raggiunti nel 1997. La mega-commessa di armi conclusa in occasione della recente visita del presidente americano Bush conferma la crescita nella corsa saudita agli armamenti. 

La Figura 4 mostra i  dati inerenti ai principali esportatori. USA e Russia si contendono la leadership in questa speciale classifica.

 

Nel periodo 2000-2006 gli USA detenevano circa il 32% del mercato mondiale delle armi convenzionali contro il 28% della Russia. I principali esportatori europei Francia e Germania detenevano rispettivamente  l'8% seguiti da Regno Unito (4%), Olanda (2,5%), Svezia (2%) e Italia (2%).  Anche in questo caso possiamo distinguere due diversi atteggiamenti (Figura 5).

La Russia ha costantemente aumentato le sue esportazioni nel periodo 1992-2006 dimostrando una chiara volontà di riorganizzare e potenziare la sua industria militare, eredità degli investimenti della Guerra Fredda. Discorso differente viceversa si può fare per gli USA, che hanno progressivamente diminuito le loro esportazioni di armi convenzionali fino al 2001 per poi riprendere una tendenza crescente. Quantunque la competizione in termini di quote veda la Russia recuperare terreno rispetto agli USA, non si può dire lo stesso in quanto a diversificazione dei clienti nel mondo. Gli USA possono annoverare ufficialmente 58 paesi clienti mentre la Russia solo 39 (Figura 6).

In particolare si può notare come esistano dei legami commerciali che rispondono in primo luogo alle vecchie sfere di influenza delle Guerra Fredda. Quindi,  non stupisce che gli USA siano fornitori dei paesi latino americani mentre la Russia fornisca i paesi dell'ex-blocco sovietico. Sembra poi che le due potenze commerciali siano in competizione su alcuni mercati. Paesi come India, Kazakhstan, Corea del Sud e Indonesia, localizzati in aree chiave in ragione dei futuri assetti mondiali, sono clienti sia degli Stati Uniti sia della Russia.  

L'antica competizione militare delle Guerra Fredda pare dunque trasformarsi in una competizione commerciale dell'industria militare. La natura della competizione diviene un aspetto cruciale. In particolare, nel caso in cui la competizione avvenga sulla base del prezzo si avranno disponibili maggiori quantità di armi a prezzi più bassi. Nel caso in cui la competizione avvenga in termini di qualità, la notizia sarebbe ugualmente preoccupante poiché implicherebbe un'offerta di armi sempre più sofisticate ed efficaci nella distruzione di vita umane. Questo tipo di situazione non è modificabile nel breve periodo.

Ciò è spiegabile sulla base di un concetto elementare. L'industria militare è strutturalmente rigida sia nella sua evoluzione tecnologica sia nel suo capitale umano: il capitale per anni investito nell'industria militare non può facilmente essere riconvertito ad usi civili. Esso presenta infatti un'elasticità molto bassa. Se quindi si considera come data una rigidità strutturale nell'industria militare,  sfortunatamente non è peregrino pensare che, al pari di altre industrie (che per mezzo di adeguate strategie di lobbying indirizzano le scelte dei policy maker in termini di politica commerciale), quella militare si impegni per aumentare la propria quota di mercato. Il 'peso' dell'industria militare è dimostrato nei fatti dalle esenzioni che sono state concesse in seno all'Organizzazione Mondiale del commercio agli scambi di armi sulla base di un'eccezione di sicurezza nazionale. Questo è ovviamente preoccupante nel caso del commercio di armi la cui domanda è costituita da regimi dittatoriali, stati in guerra, o gruppi ribelli e criminali.

Tornando ai due protagonisti mondiali, se negli USA l'azione di lobbying da parte dell'industria militare è relativamente chiara e trasparente, in Russia il confine tra stato e apparato produttivo militare tende a scomparire mantenendo la memoria dell'industria di stato sovietica. I casi di Russia e USA per quanto diversi tra loro hanno in comune una relativa chiarezza.

Nei paesi europei, che seguono in classifica i due giganti, la situazione è confusa, poco trasparente e paradossalmente più preoccupante. Si pensi al fatto che le principali aziende esportatrici di armi sono partecipate dai governi nazionali. Si ricordi ad esempio che in Francia il 31% del capitale azionario del Thales Group (settimo produttore mondiale di armi) è detenuto dal governo francese e in Italia Finmeccanica è controllata dal governo con un quota pari al 32,45%. Questo compromette decisamente qualsivoglia impegno politico volto alla riduzione di questo distruttivo mercato.   

                                                    Raul Caruso

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