Giunto dal Medio Oriente prima nell'Impero turco e quindi, intorno al 1615, a Venezia e in Europa, il caffè si è affermato come fenomeno di costume e simbolo di socialità in quasi tutto il mondo. Se alla sua apparizione veniva bevuto anche per sfruttare alcune sue proprietà medicamentose e digestive e il suo prezzo era dunque elevato, ben presto si è diffuso come bevanda popolare consumata nelle più o meno eleganti caffetterie e si è imposto nell'immaginario collettivo grazie al suo gusto forte, alle sue doti corroboranti e al suo fascino di elisir intellettuale.

"Il caffè, per esser buono, deve essere nero come la notte, dolce come l'amore e caldo come l'inferno", scrisse il rivoluzionario e filosofo russo Michail Bakunin, riprendendo un vecchio proverbio turco.  

La pianta del caffè cresce nelle regioni tropicali e subtropicali attorno all'equatore e le due varietà più coltivate sono la Robusta e l'Arabica (Figura 1).
Il raccolto avviene manualmente e subisce un primo processo di trasformazione nel paese d'origine per separare il chicco dalle parti che non si utilizzano; questo, nel linguaggio commerciale , prende il nome di caffè "verde" e, in base al metodo di lavorazione usato, si suddivide nelle qualità "Mild" (in genere Arabica) e "Hard" (sia Arabica che Robusta), le quali vengono commercializzate separatamente.

Il caffè viene consumato in gran parte nei paesi importatori (Figura 2), che acquistano il caffè verde in sacchi di 60 kg, destinati alle industrie della torrefazione che lo puliscono ulteriormente, lo tostano e creano le miscele. Al termine del processo l'Arabica è destinata a produrre caffè di alta qualità, la Robusta ai caffè istantanei.

I paesi produttori sono oltre sessanta (Figura 3), quasi tutti in via di sviluppo, e i coltivatori circa 25 milioni, in gran parte con terreni che non superano i dieci ettari di estensione, spesso anche meno, con gestione familiare e ricorso a manodopera salariata solo per il raccolto.

Le grandi piantagioni di centinaia di ettari si trovano in Guatemala, Kenya, Brasile, India e Vietnam, dove la maggiore meccanizzazione e l'utilizzo di tecnologie più moderne hanno ridotto l'offerta di occupazione, a parte il solito periodo delle raccolta.

I paesi produttori guadagnano comunque molto poco dalle vendite dei loro prodotti, in quanto i chicchi di caffè verde, che rappresentano il 95% delle esportazioni, sono un prodotto minimamente processato. Gran parte dei profitti della catena, come sempre, vanno ai grossisti e alle imprese che tostano il prodotto; le multinazionali che controllano il commercio vero e proprio sono cinque: Neumann e Volcafè (con sede in Germania), Cargill (Stati Uniti), Decotrade, braccio commerciale della Sara Lee/Douwe Egberts, e Taloca ,di proprietà di Philip Morris/Kraft (entrambe con sede in Svizzera).

 

Le grandi industrie, al termine di questo processo, tostano e commercializzano il caffè in una grande varietà di prodotti, inclusi il caffè in filtri, quello istantaneo e quello in cialde.
Quasi la metà delle importazioni di caffè verde viene acquisito dalle 5 maggiori industrie che dominano i mercati europeo, americano e giapponese: Philip Morris/Kraft, Nestlè, Sara Lee/Douwe Egberts, Procter&Gamble e Tchibo, le quali hanno ampi margini di guadagno grazie ai prezzi bassi del caffè verde, ai processi di produzione all'avanguardia e a marchi molto conosciuti.

L'affermazione in questi ultimi anni del movimento del commercio equo e solidale ha peraltro costretto le multinazionali ad affrontare i problemi che la catena produttiva comporta nei paesi d'origine e ad adottare standard produttivi e codici di condotta più sostenibili, con un impegno maggiore rispetto ai grandi produttori di tè.

I più grandi bevitori di caffè sono gli europei, che ne consumano quasi 2 milioni di tonnellate all'anno, soprattutto nei paesi del nord (Figura 4). L'Europa raggiunge il  31,3% della domanda mondiale (ma ha sfiorato in passato il 40%), seguono a distanza gli Stati Uniti e il Giappone. Questi mercati, d'altra parte, sono ormai saturi e stagnanti, mentre la domanda cresce maggiormente nei paesi esportatori emergenti, come il Brasile.

Ciò ha fatto sì che negli ultimi anni i consumi mondiali siano sempre stati in rialzo, toccando i 130 milioni di sacchi nel 2008, e ha permesso di mantenere un sostanziale equilibrio tra domanda e  offerta. In Italia il consumo pro capite si aggira sui 6 kg all'anno e il settore della torrefazione è saldamente nelle mani della Lavazza (Figura 5).

I prezzi complessivi del caffè nell'ultimo anno hanno registrato alti e bassi (Figura 6) e sono comunque in lieve aumento, tuttavia con scarso beneficio per i paesi produttori, a causa della svalutazione del Dollaro nei confronti delle divise brasiliana, indiana e messicana; le autorità brasiliane hanno introdotto una speciale tassa del 2% sui capitali in entrata per mitigare questo effetto e stanno dando il via a un programma di aiuto per i coltivatori che dovrebbe portare questi ultimi a vendere il loro prodotto direttamente al governo.

A causa di piogge e condizioni meteo sfavorevoli, in particolare in Brasile, Colombia e Vietnam, la produzione del raccolto 2009/10, iniziato in tutti i paesi, potrebbe essere inferiore a quella dell'anno passato (128,1 milioni di sacchi), quando il totale delle esportazioni ha raggiunto i  97,6 milioni di sacchi rispetto ai 96 del precedente anno.

Vedremo se ciò porterà a una riduzione delle esportazioni e se avrà ripercussioni sui prezzi al dettaglio che, nel periodo giugno 2008/giugno 2009 sono scesi in quasi tutti i grandi paesi importatori.

                                                   Luca Deaglio

 

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