Il 2011 ha quasi certamente rappresentato per l'economia globale e per i mercati finanziari un momento di forte discontinuità.

Fenomeni come la crisi della zona Euro e il movimento Occupy Wall Street segnalano un momento critico per la finanza tradizionale e marcano l'inizio di una riflessione approfondita sulle strutture che hanno guidato finora le economie sviluppate; nel frattempo, anche nel mondo emergente sono apparsi segnali di rapidi cambiamenti: da un lato le cosiddette "primavere arabe", dall'altro i dati relativi alle economie a crescita accelerata in Asia, Medio Oriente, Africa, America latina ed Europa orientale, che costituiscono attualmente quasi metà del PIL globale e, nel 2010, hanno contribuito alla crescita mondiale totale per circa il 70% (Figura 1).

E mentre cresce, il mondo emergente sembra sempre più in grado di poter offrire strumenti di sviluppo alternativi. Un esempio eccellente in campo finanziario è sicuramente quello della finanza islamica.

Secondo un recente rapporto di Ernst & Young, le attività della finanza islamica nel mondo sono previste aumentare del 33% nel corso del 2012 fino a un valore totale di 1.100 miliardi di dollari statunitensi, spinte dai postumi delle rivolte arabe e dall'insoddisfazione nei confronti della finanza convenzionale in seguito alla crisi globale del debito. Un bel risultato, se si considera che nel 2010 il valore delle attività di finanza islamica nel mondo raggiungeva gli 826 miliardi di dollari (Figura 2).

La crescita in Medio Oriente e Nord Africa sarà particolarmente forte, con le attività di finanza islamica che arriveranno a un valore di 990 miliardi di dollari per il 2015, contro i 416 miliardi del 2010               (Figura 3). Ciò sarà possibile anche grazie all'apertura da parte di nuovi paesi agli strumenti della finanza islamica (Figura 4). L'Egitto, per esempio, sta ventilando la possibilità di emettere un sukuk sovrano (un bond islamico), mentre Tunisia e Libia hanno fatto intendere che il sistema bancario conforme alla sharia giocherà probabilmente un ruolo importante nei rispettivi sistemi finanziari, dopo i cambiamenti di regime del 2011.

Secondo Ashar Nazim, direttore dei servizi finanziari islamici alla Ernst & Young, le proteste del movimento Occupy Wall Street negli Usa hanno dimostrato come sia diffusa la rabbia verso la distribuzione ineguale della ricchezza  e dei redditi nei sistemi capitalistici: questo fattore può favorire la finanza islamica, che proibisce l'uso di interesse e la pura speculazione finanziaria.

 

Per la finanza islamica le previsioni del rapporto di Ernst & Young indicano nei prossimi cinque anni una crescita ad un tasso medio annuale del 20%, con il 9% scarso del banking convenzionale.
Una crescita importante per un mercato in espansione (Figura 5) che nel 2010 deteneva il 17,5% degli asset finanziari all'interno dell'area MENA (Middle East and North Africa)..

Tuttavia, la mancanza di un regime legislativo, regolatore e fiscale tra i paesi della Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC) continuerà a mantenere alti i costi delle banche islamiche, ponendo così barriere per l'industria (Figura 6).

La mancanza di una standardizzazione globale tra le istituzioni islamiche è stata una delle maggiori sfide per l'industria finanziaria islamica. Laddove entità regolative come la AAOIFI (Accounting and Auditing Organization for Islamic Financial Institutions) in Bahrain e la IFSB (Islamic Financial Services Board) in Malaysia hanno tentato di fornire parametri comuni per le transazioni conformi alla sharia, si tratta di linee guida piuttosto che di regole.

Inoltre, l'industria rimane frammentata, con la maggior parte delle banche islamiche nell'area MENA che detiene meno di 13 miliardi di attività.
Le banche convenzionali, in rapporto, detengono una media di 38 miliardi di attività.

Tuttavia, la redditività delle banche islamiche, colpite durante la crisi finanziaria globale da più elevate provvigioni e costi operativi, sembra in grado di ritrovare stabilità.
A questo fine, le banche che offrono servizi di finanza islamica saranno tenute nei prossimi anni a riposizionare i loro affari così come a considerare fusioni e acquisizioni, in modo tale da aumentare l'indice di redditività.

Il profitto totale delle banche islamiche dell'area MENA può aumentare fino a 15-19 miliardi di dollari statunitensi nel 2015, dai livelli del 2010 che non superavano i 5-6 miliardi di dollari, se le banche riusciranno a combinare la trasformazione operativa con una più robusta infrastruttura di prevenzione del rischio.

                                            Giovanni Andriolo

 

                                                 

                                                                          

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