Il massimo storico della produzione cerealicola mondiale venne raggiunto nell’annata agraria 1997-98, in periodo di prezzi molto alti ma calanti (Figura 1). In meno di quarant’anni la produzione del cereale più diffuso al mondo era all’incirca quadruplicata, grazie alla cosiddetta «rivoluzione verde», ossia all’impiego di varietà di cereali di maggior resa rispetto a quelle tradizionali, soprattutto nelle produzioni agrarie asiatiche. Venivano così smentite le previsioni allarmanti del “club di Roma”, quel gruppo di scienziati che, negli anni sessanta e settanta, avevano fatto balenare lo spettro di carestie e di carenza di materie prime.

Questa smentita si basava sullo spettacolare aumento della produttività mentre la superficie coltivata, pur con fluttuazioni di breve periodo, è rimasta pressoché invariata fino al 1996-97. Da allora ha cominciato a decrescere in maniera piuttosto cospicua, in buona parte perché il grano è stato sostituito da colture più redditizie ma anche perché le condizioni climatiche hanno cessato di essere ottimali. Le ripetute siccità australiane, in particolare, manifestatesi, tra l’altro, nel corso del 2006 con incendi estesi e rovinosi, hanno giocato un ruolo di primo piano, ma condizioni estreme si riscontrano anche nelle pianure americane dove le anomalie climatiche sono state fortissime.

La Figura 2 mette in evidenza il calo della produzione (circa il 5 per cento negli ultimi due anni, apparentemente modesto ma inusuale in questo settore) e la contemporanea stabilità della domanda nel corso delle annate più recenti; questo ha portato le scorte mondiali a un livello molto basso: un po’ meno di un quinto (21,3 per cento) della produzione mondiale (Figura 3). Solo nel 1972-73 si era registrato un valore percentuale inferiore e questa situazione è vista con qualche preoccupazione.

La popolazione mondiale consuma mediamente una minore quantità di frumento; ciò è dovuto soprattutto alla modificazione dei consumi alimentari dei paesi ricchi e delle classi di medio e alto reddito dei paesi emergenti. Uno dei primi segni dell’aumento del reddito è infatti il maggior consumo di carne e la riduzione del consumo dei cereali.

La flessione di questa componente della domanda è stata in parte controbilanciata dall’aumento legato alla crescita demografica, e così si spiega l’andamento complessivamente molto «piatto» su un arco decennale.
Dietro a quest’apparente stabilità, però, si cela uno spostamento importante del peso dei produttori. Stati Uniti e Unione Europea proteggono pesantemente, con sussidi e dazi, la produzione interna e ciò ha finito per creare, già a partire dagli anni settanta, grandi eccedenze difficili da collocare sul mercato mondiale. Certo, si è incoraggiata la riduzione delle superfici coltivate in queste due aree e anche in Cina e in Russia: qui la riduzione o la fine dei sussidi statali ha provocato l’abbandono delle fasce di produzione per le quali il costo era minore del ricavo.

Insomma, dietro ai segnali di tensione del prezzo del grano ci sono elementi positivi oltre che negativi. Ma una “spia rossa” si è accesa: il mercato mondiale del grano vive così in un equilibrio piuttosto precario. Nella seconda metà del 2006 e nelle prime settimane del 2007 i prezzi sono fortemente cresciuti e la crescita ha interessato l’intero comparto dei cereali, riso compreso. Tale crescita finora non si è tradotta in un apprezzabile aumento del prezzo del pane ma le cose potrebbero peggiorare rapidamente (in anni non recentissimi ci furono numerose “rivolte del pane” in vari paesi poveri).  La logica dell’integrazione mondiale vorrebbe che la produzione si concentrasse nei paesi a più elevata produttività, ma talvolta si concentra in quelli a più elevati sussidi pubblici, come Stati Uniti e Unione Europea, che per questo sono stati duramente attaccati alle recenti conferenze della WTO, l’organizzazione mondiale del commercio.

E se lo spettro delle carestie (e del club di Roma) si rifacesse vivo? Consigliamo a tutti di tenere sott’occhio quegli indici, in genere “noiosi” e privi di storia che segnano l’evoluzione del prezzo dei cereali.

                                                Mario Deaglio 

 

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