Secondo i dati della US Energy Information Administration (EIA), nel 2009 gli Stati Uniti hanno consumato 18,8 milioni di barili al giorno di prodotti petroliferi, confermandosi ancora una volta il maggior consumatore mondiale di petrolio (Figura 1).

Dalla metà del ventesimo secolo fino alla fine degli anni ’70 le importazioni statunitensi di greggio sono cresciute rapidamente, registrando poi una flessione dal 1979 al 1985, a seguito del secondo choc petrolifero.
Dopo il 1985, la tendenza all’aumento della domanda è ricominciata.

Negli anni ’70, le importazioni statunitensi di petrolio provenivano soprattutto dai Paesi OPEC: nel 1977 questi ultimi fornivano il 70% del petrolio importato dagli USA. Nei decenni successivi, le importazioni statunitensi dall’area OPEC sono diminuite, anche per scelte di natura politica, fino a quando, a partire dal 1992, la quantità di petrolio proveniente agli USA da paesi non-OPEC ha superato la quantità proveniente da paesi OPEC (Figura 2).

Negli ultimi anni, il 51% del greggio e dei prodotti petroliferi importati dagli USA è provenuto da America Settentrionale, Centrale e Meridionale, nonché dall’area caraibica (Figura 3). In particolare, gli USA acquistano petrolio ad ottime condizioni da Canada e Messico, con cui è attivo un “accordo di libero scambio” (NAFTA).
Nel 2009, soltanto il 17% delle importazioni statunitensi è giunto dai paesi arabi dell’area del Golfo.
Le maggiori forniture di greggio e prodotti petroliferi sono venute agli Stati Uniti da Canada (23,3% delle importazioni totali) e Venezuela (10,7%). Il terzo fornitore è risultato l’Arabia Saudita (10,4%), seguita da Messico (9,2%) e Nigeria (8,3%) (Figura 4).

La tendenza statunitense, negli ultimi 15-20 anni, a svincolare le proprie importazioni di petrolio dall’OPEC, e soprattutto dai paesi arabi, ha risvolti strategici importanti. L’OPEC, infatti, impone ai paesi membri una quota di produzione, finalizzata a moderare la quantità totale di petrolio disponibile nel mondo e ad influenzarne, in questo modo, il prezzo.
Il fatto che il più grande consumatore di petrolio, gli Stati Uniti appunto, cerchi di ottenere i propri approvvigionamenti in paesi non OPEC rivela come gli USA intendano evitare di incentivare il “sistema-OPEC” con i propri acquisti, dimostrandosi il più possibile indipendenti dalle fluttuazioni del prezzo del petrolio causate dalle manovre dell’OPEC.

 

Tuttavia, i paesi OPEC detengono la maggior parte delle riserve mondiali di petrolio: una tale concentrazione dimostra la crescente importanza che i paesi OPEC hanno sul mercato del petrolio mondiale (Figura 5). Per questo motivo, la politica estera statunitense si è rivelata estremamente attenta, negli ultimi decenni, alle aree geografiche più rappresentative in seno all’OPEC: l’Africa Settentrionale ed il Medio Oriente, dove si trovano ben 8 paesi sui 12 membri dell’OPEC.

Considerando che le più grandi crisi innescate dal “sistema OPEC” sono nate da questioni mediorientali (Guerra del Kippur del 1973, rivoluzione in Iran del 1979, guerra Iran-Iraq del 1980, guerra del Golfo del 1990), risulta agevole comprendere i motivi della particolare attenzione dedicata dalle diverse amministrazioni statunitensi a paesi come Iran, Iraq o Arabia Saudita (Figura 6).

In quest’ottica, si allineano anche le preoccupazioni che attualmente affliggono l’amministrazione Obama riguardo al possibile degenerare delle crisi arabe in corso. Tale interesse, tuttavia, non sembra tanto motivato da timori di influenza diretta sugli approvvigionamenti statunitensi, visto che il peso delle forniture dei paesi arabi sul totale delle importazioni statunitensi non è così rilevante.
Piuttosto, i costi sostenuti ogni anno dagli Stati Uniti per mantenere la propria alleanza con l’ Arabia Saudita, per perseguire la missione militare in Iraq o per arginare la presenza nell’area di antagonisti come l’Iran, sembrano finalizzati al contenimento del “sistema OPEC” attraverso un’influenza diretta sulla sua area geografica più produttiva.

La strategia statunitense sembra pertanto basarsi sul controllo dell’area mediorientale come rimedio per evitare che il “sistema OPEC” si rafforzi e, magari, si allarghi a collaborazioni preferenziali con altre potenze regionali o mondiali.
Un maggiore “controllo” sui paesi dell’OPEC permetterebbe agli USA un certo grado di leverage nei confronti di altre grandi economie, già affermate o emergenti, come il Giappone, la Corea del Sud, la Cina o l’India, che dipendono invece maggiormente dalle forniture di petrolio mediorientali (Figura 7).

                                          Giovanni Andriolo

                                   

 

                                                                          

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