L'importanza che oggi i fondi sovrani occupano nelle relazioni monetarie e nel sistema finanziario internazionale e' in rapida crescita.

Secondo la definizione del Fondo Monetario Internazionale i fondi sovrani sono "speciali fondi d'investimento creati o posseduti da stati sovrani al fine di detenere attività in valuta estera con un orizzonte temporale d'investimento di lungo periodo".  Questi fondi, occorre precisare, non sono proprio una novita' nel panorama finanziario internazionale dato che alcuni di questi - tra i piu' longevi quello del Kuwait, di Abu Dhabi e Singapore - esistono ed operano ormai da decenni.

Tuttavia, le alte quotazioni del petrolio (precedenti al secondo semestre del 2008), la globalizzazione finanziaria e gli enormi squilibri della bilancia dei pagamenti di alcuni paesi (vedi disavanzo delle partite correnti degli Stati Uniti da una parte e, dall'altra parte, consistenti surplus delle partite correnti di molti Paesi asiatici, Cina in prima fila), hanno creato le condizioni favorevoli per la rapida accumulazione di attivita' all'estero detenute soprattutto da paesi esportatori di petrolio e da alcuni paesi asiatici, Cina in primis. Da qui la crescita del numero e delle dimensioni dei fondi sovrani che ne fanno oggi attori prominenti del mercato internazionale dei capitali (Figura 1).

I fondi sovrani possono offrire benefici economici e finanziari sia al paese di origine che ai mercati finanziari internazionali. Per i primi hanno il vantaggio di favorire il risparmio e i trasferimenti intergenerazionali e di contribuire ad attenuare gli alti e bassi del ciclo economico derivanti soprattutto dalle oscillazioni dei prezzi delle materie prime. Permettono anche una maggiore diversificazione del portafoglio e attenzione ai ritorni rispetto alle attività tradizionalmente gestite dalla banca centrale, riducenco così il costo opportunità di tenere ampie riserve (Figura 2). Per i mercati finanziari internazionali, i fondi sovrani possono contribuire ad un'allocazione più efficiente dei surplus generati dalle materie prime (commodities) e migliorare la liquidità nei mercati in tempi di tensioni finanziarie.

Molti però sono gli aspetti critici che la crescita dei fondi sovrani comporta.
Le preoccupazioni riguardano le dimensioni (Figura 3), la trasparenza e la relazione  con le strategie di investimento dei fondi sovrani che potrebbero essere guidate da ragioni non economiche. 
Vi è poi una questione legata al ruolo sempre più attivo e, forse, un po' ingombrante dei governi nei mercati e nelle industrie a livello internazionale (Figura 4).
Un altro aspetto critico è l'influenza che i fondi sovrani possono esercitare sulla formulazione delle politiche degli stessi paesi e l'impatto che i loro investimenti possono avere in paesi  con mercati poco "profondi". Inoltre, paesi con fondi sovrani potrebbero essere soggetti a restrizioni protezionistiche sugli investimenti, imposte dai paesi destinatari (Figura 5).

E' stata l'acquisizione nel maggio del 2007 da parte di China Investment Corporation, il fondo sovrano cinese con una dotazione iniziale di 200 miliardi di dollari, di una partecipazione in Blackstone, gruppo di private equity statunitense in procinto di quotarsi, ad innescare l'attenzione della stampa internazionale sull'attività dei fondi sovrani.

Questa ed altre operazioni simili hanno aperto una vivace discussione sulla scarsa disponibilità di informazioni, il ruolo e le strategie di investimento di buona parte dei fondi sovrani, soprattutto, va detto, per quanto riguarda quelli costituiti da governi non occidentali.

Sia l’Ocse che il Fondo Monetario Internazionale, dietro la spinta dei paesi occidentali, si sono attivati per disciplinare la materia.
L’Ocse ha infatti definito delle linee guida e il FMI ha emanato un codice di condotta di  ventiquattro principi al quale i paesi con fondi sovrani possono aderire su base volontaria.

I principi fondamentali enunciati sono l’indicazione chiara della responsabilità nella gestione dei fondi; la pubblicità delle scelte di investimento, delle relazioni con il proprio governo, della governance interna e delle politiche di gestione del rischio; l’autonomia operativa per fronteggiare il rischio di interferenze politiche; l’informazione periodica sugli investimenti; la trasparenza sull'esercizio dei diritti proprietari; la pubblicità delle regole di gestione e vigilanza del paese di origine.

I sospetti sui fondi sovrani e in particolare su quelli non occidentali scatenati dall’operazione della CIC si concentrano sulle reali intenzioni dell’investimento, sulla possibilità che il fondo sovrano cinese o suoi simili operino investimenti in aziende o settori ritenuti strategici dagli stessi governi al fine di acquisire know-how, possibilmente tecnologico.

Alcuni paesi titolari di importanti fondi sovrani si sono da parte loro riuniti in seno al Fondo Monetario e hanno dato vita all’International Working Group of Sovereign Wealth Funds (SWF) al fine di confezionare un sistema di norme condivise per rendere trasparenti e, dunque, accettabili le operazioni finanziarie condotte sui mercati stranieri.

E proprio sulla scia delle preoccupazioni manifestate da più parti, i membri dell’SWF hanno raggiunto nel settembre 2008 un accordo su 24 principi guida, chiamati Principi di Santiago, dal nome della capitale cilena dove si è svolto l'ultimo incontro per definirli, che costituiranno il codice di condotta dei fondi sovrani aderenti al gruppo.

Nella forma, quindi, tali sospetti dovrebbero essere ormai fugati, dal momento che la Cina ha aderito per prima al codice di condotta del FMI.
In sostanza, poi, il mercato sembra già aver scontato le preoccupazioni sui fondi dato che le loro disponibilità sono già state utilizzate ampiamente, come dimostrano le operazioni delle banche statunitensi per nulla condizionate dai risvolti geo-politici (Figura 6).

Il rischio invece, vista la crisi finanziaria e i problemi di liquidità  (e le modalità con cui si dipanerà la stessa ci daranno presto indicazioni utili) è che attraverso l’aumento delle attività estere dei fondi sovrani si possa assistere ad una “statalizzazione” dei mercati esteri. 

                                              Nicola Strazzari

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