"Finché c'è tè c'è speranza", scrisse una volta Arthur Pinero, drammaturgo inglese del primo Novecento.
E sarà forse perché nel mondo di speranza c'è molto bisogno che gli esseri umani bevono moltissimo tè, una bevanda prodotta da un arbusto sempreverde che preferisce le medie altitudini e i climi tropicali e subtropicali.

Per quanto possa sembrare incredibile, dopo l'acqua il tè è la seconda bevanda più diffusa al mondo; e se l'acqua talvolta può essere erogata gratuitamente, il tè, al contrario, si vende sempre e a prezzi sempre più cari in questi anni, tanto da rappresentare una risorsa di grande importanza per quei paesi in via di sviluppo nei quali  si concentra gran parte della produzione globale.

Dopo processi di lavorazione abbastanza lunghi, le foglie di  tè secco sono commercializzate come "tè nero" (97 per cento della produzione) e "tè verde" (coltivato specialmente in Cina e Giappone). Le varietà di tè sono circa 1500 e i paesi produttori circa 35 ma cinque di loro (Cina, India, Sri Lanka, Vietnam e Kenya) detengono complessivamente l'80% del  mercato (Figura 1).

Come per molte altre materie prime, agricole e non solo, il 2008 è stato per il té un anno di prezzi in costante ascesa (Figura 2). E questo in primo luogo perché la domanda è stata superiore all'offerta - consumi pari 3,85 milioni di tonnellate (+4,8% rispetto al 2007) a fronte di una produzione di 3,78 milioni di tonnellate, in secondo luogo perché la siccità ha colpito duramente le piantagioni di India, Sri Lanka e Kenya (quest'ultimo in difficoltà anche a causa dei disordini politici).

Il prezzo medio del tè, lo scorso anno ha raggiunto i 2,33 dollari al chilo, in impennata rispetto al 2007, con punte di oltre 2,75 dollari. Il che ha causato seri problemi ai paesi grandi importatori, come Russia e Regno Unito, specie quest'ultimo dove, come si può ricavare da calcoli in base alla Figura 3, se ne beve oltre mezzo grammo al giorno, neonati compresi.

La seconda parte del 2008 ha registrato un deciso calo, nonostante la scarsa produzione e la mancanza di riserve, un chiaro segno di come gli aumenti fossero in realtà dovuti in gran parte a speculazioni finanziarie; il 2009 sta registrando però nuovi rialzi.
Dobbiamo comunque tenere presente che negli ultimi tre decenni la produzione era stata sempre stata superiore alla domanda, a danno soprattutto dei piccoli produttori e dei coltivatori.

Non tutti i principali paesi produttori sono peraltro in difficoltà: negli ultimi anni si sono registrati raccolti record in Cina (con aumenti annui del 10% circa) e soprattutto in Vietnam, che ha visto decollare la sua produzione (+28% nel solo 2006), grazie a un programma di riqualificazione e di espansione che ha permesso alle piante di tè di dare rese eccellenti. In Cina, le politiche adottate dal governo per accrescere il reddito delle famiglie rurali e la rilevante razionalizzazione dei sistemi agricoli sono stati i fattori che hanno impresso la forte spinta alla produzione.
A parte l'ultima stagione di siccità, un aumento è stato registrato anche in India, il secondo maggiore produttore e consumatore mondiale, fino all'anno scorso a lungo al primo posto.

Circa la metà della produzione globale di tè è consumata negli stessi paesi produttori e il resto viene esportato verso i mercati internazionali in foglie (Germania e Giappone) o in bustine (in gran parte dei paesi europei e negli USA - Figura 4).  

Il mercato mondiale è sostanzialmente nelle mani delle grandi multinazionali, in particolare Unilever (con il marchio Lipton) e Tata Tea (costola del gruppo indiano Tata, con il marchio Tetley), le quali dominano il commercio, hanno una forte influenza sulle compagnie di trasporto e si riforniscono, in parte, da piantagioni di loro proprietà, a differenza dei settori del cacao e del caffè dove le compagnie operano solo in una specifica parte della catena.

La forte posizione negoziale dei grandi gruppi fa sì che gran parte del valore dell'intera catena resti nelle loro mani, a scapito di produttori, raccoglitori,commercianti e broker coinvolti nel settore, con una conseguente ineguale distribuzione dei guadagni. Questa situazione è ben visibile anche in Italia, dove di fatto il mercato è nelle mani di Lipton e Twinings (parte della Associated British Foods). La sola Lipton ha un volume di vendite a livello mondiale di circa 3 miliardi di euro.

Le conseguenze negative di questa situazione si avvertono anche nelle stesse condizioni di lavoro all'interno delle grandi piantagioni, dove la maggioranza dei lavoratori non ha copertura assicurativa ed è assunta con contratti a tempo determinato e salari molto bassi in paesi dove spesso non ci sono altre alternative occupazionali. Molti sono lavoratori stagionali che non vengono pagati quando si ammalano, sono in maternità o altrimenti inabili, non ricevono assistenza medica, abitazione, istruzione e pensione, né sono tutelati dai sindacati, spesso corrotti o inesistenti.

Trasformare l'industria del tè in un settore economico sostenibile è una sfida da affrontare con urgenza da tutte le parti interessate. Ai fini di monitorare e rendere le condizioni lavorative più sostenibili e responsabili, alcune importanti compagnie hanno dato vita all'Ethical Tea Partnership (ETP), attivo in 12 paesi, un organismo che finora si è distinto soprattutto per le critiche ricevute.

Hanno una fondamentale importanza nel mercato mondiale le Borse del tè, che garantiscono la competizione, salvaguardano la qualità del prodotto e assicurano un corso razionale al settore in quei paesi produttori che hanno economie di mercato. Sono le Borse a stabilire i prezzi in base alla qualità del prodotto e a favorire il buon andamento dei commerci, riunendo insieme molti produttori e consumatori. La prima Borsa fu creata nel 1700 dall'East India Company a Londra.

La vera culla del tè, in particolare del tè verde, è comunque la Cina, dove questa pianta era coltivata già 3000 anni fa. Bisogna però tenere presente che la realtà cinese è ancora basata in larghissima parte su piccole imprese produttrici che si concentrano sulla qualità dell'offerta, ma sono sconosciute all'estero e utilizzano metodi e macchinari antiquati, al punto che nello stesso mercato interno l'81% del volume delle vendite appartiene ad altri soggetti, cioè in gran parte alle grandi multinazionali (Figura 5).

Le aggressive politiche commerciali e la diversificazione dell'offerta per incontrare il favore dei consumatori, unite a quella forza contrattuale derivante da secoli di attività sui mercati mondiali, permettono tutt'oggi a queste imprese di mantenere un dominio assoluto e in apparenza inattaccabile.

                                                   Luca Deaglio

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