Una delle possibili strade per fronteggiare la crescente “fame” di energia del pianeta è il ricorso all’energia atomica: poco inquinante (se ben gestita), assicura una longevità superiore a quella degli idrocarburi. In attesa di padroneggiare migliori tecnologie che permettano di sostituire fonti rinnovabili al petrolio, l’uranio potrebbe rappresentare un valido modo per “prendere del tempo”. Come per tutte le altre fonti di energia, però, occorre valutare anche nel caso di questo metallo nero, quale contesto geopolitico produrrebbe un massiccio ricorso all’energia atomica. 

Nel periodo 1997 – 2004 la produzione mondiale di uranio è cresciuta del 9,6%, a fronte del 19% dell’energia elettrica. Questo significa che mediamente il pianeta ha incrementato il peso delle altre fonti energetiche (ivi comprese quelle rinnovabili). I dati sulla produzione di uranio mostrano che alcuni grandi produttori (Sudafrica, USA e Ucraina) hanno sperimentato nell’arco di tempo considerato un forte decremento produttivo (nel caso del Sudafrica pari all’81,2%) compensato dall’aumento di altri produttori tradizionali (Niger, Namibia e Kazakistan in primis), come mostrato dalla Figura 1.

Canada e Australia hanno mantenuto e consolidato la propria leadership, giungendo a produrre da soli oltre il 51% del totale mondiale. Se da un lato questa è una buona notizia per la stabilità politica dei Paesi in questione e, da un punto di vista più campanilista, per la loro appartenenza al mondo Occidentale, l’elevata produzione in Paesi instabili rende, ma solo un po’, più incerto lo scenario. Rispetto a petrolio (e zucchero) l’approvvigionamento di uranio sembra infatti reso meno incerto dalla situazione politica dei maggiori Paesi produttori, anche se difficilmente l’Australia potrebbe sottrarsi ad eventuali massicce richieste cinesi di questo metallo, a scapito di Europa e Nord America.

A questo si aggiunga che le produzioni autoctone di questi due continenti sono in deciso calo. La distribuzione futura della produzione, poi, non è affatto scontata, né prevedibile, se si tiene conto dei tassi di variazione della produzione in alcuni Paesi (Figura 2). Altre due difficoltà potrebbero nascere poi da politiche volte a sviluppare fortemente il nucleare: l’opposizione ambientalista e il disincentivo ad investire in fonti rinnovabili.

Per quanto riguarda il primo punto, non si deve dimenticare che l’opinione pubblica è particolarmente sensibile al tema nucleare e che un paese come l’Italia ne ha addirittura bandito l’impiego con apposito referendum popolare. Politici scarsamente lungimiranti potrebbero non voler correre il rischio di perdere le successive elezioni a causa di una politica energetica impopolare (ammesso che il testardo continuo ricorso ai combustibili fossili, dato l’incremento dei prezzi, sia popolare). In secondo luogo occorre riconoscere la non completa infondatezza delle obiezioni ambientaliste: se è vero che l’energia atomica non presenta il problema di emissioni inquinanti nel regolare funzionamento delle centrali, è pur vero che rende necessario lo stoccaggio o il trattamento delle scorie radioattive e che incidenti nei siti produttivi possono risultare in danni ambientali e umani di proporzioni enormi.

Il secondo problema rilevato si presenta sotto forma di dirottamento degli investimenti energetici dalle fonti rinnovabili a quella atomica; a questo va aggiunto che una maggiore longevità delle riserve di combustibile potrebbe indurre a differire nel tempo anche la ricerca sulle fonti rinnovabili, creando così solo un ritardo nell’utilizzo di queste ultime.

In conclusione possiamo quindi affermare che se oggi il contesto geopolitico dei Paesi produttori di uranio appare favorevole ai Paesi Occidentali e alla Cina (principale “affamato” alla mensa dell’energia), il trend produttivo degli ultimi anni (Figura 3) fa propendere per uno spostamento dell’equilibrio a favore dei Paesi in via di sviluppo nel corso dei prossimi due/tre decenni. In più non vanno dimenticate le difficoltà politiche di un piano energetico sviluppato sul nucleare (non a caso, forse, l’unico Paese che sta davvero investendo nel potenziamento del parco elettrico atomico è la Cina, dove il consenso popolare non gioca la parte del leone nel processo decisionale), i rischi ambientali ad esso connessi (e qui varrebbe la pena chiedersi se la Cina stia effettivamente adottando i sistemi più sicuri nella costruzione delle proprie centrali) e le possibili ripercussioni (negative) sulla ricerca nel campo delle fonti rinnovabili.

Da ultimo si aggiunga che gli USA non vedono affatto di buon occhio che alcuni Paesi del mondo (tra cui alcuni molto popolati e relativamente sviluppati e quindi grandi consumatori di energia come l’Iran) si dotino di centrali nucleari, all’interno delle quali si può potenzialmente sviluppare il combustibile necessario per le bombe A.
Futuri piani di sviluppo energetico fondati sul ricorso all’atomo, quindi, non paiono raccomandabili.

                                                Matteo Migheli

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