Bernie Ecclestone dichiarò pochi anni fa che la Formula Uno, di cui è stato a lungo grande capo e nel cui ambiente è tuttora personaggio di spicco , una volta era uno sport, quindi è diventato uno show-business negli anni novanta, per poi trasformarsi ai giorni nostri in entertainment. Lo stesso concetto può essere applicato coerentemente all’attuale calcio, che nella variante italiana, arricchito di scandali, truffe e intrecci politici, affaristici e bancari, ha quasi raggiunto lo status di fiction.

Sconvolto come altri settori dall’ideale della globalizzazione, il calcio moderno si è trasformato in un’industria dalle molte sfaccettature, il cui centro di gravità rimane l’Europa. E’ infatti il vecchio continente lo scenario dell’industria dell’intrattenimento cresciuta nell’ultimo decennio soprattutto in quei paesi dove questo sport ha sempre avuto un ruolo di spicco, cioè Italia, Regno Unito, Spagna e, in misura minore, Germania e Francia. Qui la convergenza di interessi economici, sviluppo di nuove tecnologie e scelte politico-sociali hanno trovato un “bacino di utenza” vasto e ben disposto di fronte alla nascita del “prodotto” calcio. All’interno di questi stessi paesi si è poi verificato un ulteriore stadio evolutivo, che ha portato all’affermazione delle grandi squadre economicamente più importanti, sostenute da investimenti impossibili da affrontare per le altre, diventate negli anni una sorta di casta privilegiata impegnata a disputarsi le vittorie nei campionati nazionali e in Champions League. Questa manifestazione, in passato riservata alle sole vincitrici dei vari campionati, è diventata dal 1997 un grande torneo continentale ricco di sponsor e di premi, che in base alle odierne tendenze di mercato finiscono per arricchire i club già ricchi. E’ così di fatto nata una super Lega europea, sostanzialmente frequentata ogni anno dai soliti club, quasi privi di concorrenza esterna. Questa situazione è diventata oggetto di analisi finanziaria da parte della società Deloitte, che ogni anno compila una Football Money League per misurare la forza finanziaria delle diverse squadre europee (figura 1).

Giunta alla sua nona edizione, l’analisi ha visto i guadagni collettivi dei team di vertice crescere da 1,2 miliardi di euro nel 1996 a 3,1 miliardi di euro nel 2005. Il boom economico è dovuto in larga parte alla rivoluzione nel campo delle telecomunicazioni e dei diritti televisivi, in continua crescita in ogni parte d’Europa. In secondo luogo è notevolmente aumentato lo sfruttamento commerciale dei marchi gestito direttamente dai club stessi;

le sponsorizazioni, commerciali e tecniche, sono ormai oggetto di vere e proprie gare fra le imprese interessate ad apporre il loro logo sulle prestigiose casacche delle grandi squadre europee che assicurano un ritorno pubblicitario quasi impareggiabile.
Gli introiti dovuti agli incassi delle partite sono generalmente  in calo e non rappresentano comunque la fetta più importante, tranne alcuni casi in Inghilterra (figura 2). Il generale aumento dei prezzi dei biglietti e la concorrenza televisiva non invogliano gli spettatori a frequentare gli stadi come in passato (figura 3).

Questo nuovo assetto economico  si è sviluppato in gran parte dopo l'apparizione della cosiddetta legge Bosman del 1996 che, in sostanza, equiparava il calciatore agli altri lavoratori, escludendo quindi che una squadra potesse ricevere soldi  cedendolo ad un'altra, come era costume nel mondo del calcio.  Venuta meno quella che fino ad allora era stata la principale fonte di entrate per i club, è scattata la ricerca di valide contromisure per garantirne la sopravvivenza economica.  Ecco quindi, come detto, la Champions League allargata già nel 1997, la possibilità per i club di essere equiparati a società commerciali di capitali e di essere  quotate in borsa, i contratti pluriennali principeschi ai calciatori, spesso legati a clausole miliardarie per contrastare eventuali rescissoni.

Osservando la percentuale di occupazione degli stadi europei (figura 4) e la media degli spettatori per gara (figura 5), il calcio come spettacolo da seguire dal vivo sembra godere di buona salute solo in Germania e Inghilterra. Forse altrove è diventato più facile vendere una maglietta a un ragazzino a Manila, piuttosto che portarne uno allo stadio in patria.

Se lo scenario del calcio moderno è ancora europeo, gli attori impegnati  sono ormai a livello planetario: delle quattro squadre semifinaliste della scorsa edizione della Champions League, tre erano inglesi, ma due  di proprietà americana e una russa.  Un allenatore era portoghese, uno spagnolo e le formazioni includono giocatori da tutto il mondo. A loro si opponeva il più autoctono Milan, la squadra di un ex primo ministro….

                                                 Luca Deaglio

 

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