L'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) starebbe per entrare in una nuova era di dominio del mercato, secondo quanto risulta dal rapporto "Energy Outlook 2030" presentato all'inizio del 2011 dalla compagnia britannica BP.

Le previsioni della BP mostrano come nei prossimi 20 anni l'OPEC raggiungerà gli stessi livelli di influenza sul mercato mondiale che aveva raggiunto durante gli anni '70, quando una serie di crisi petrolifere e di limitazioni alla fornitura del petrolio aveva messo in ginocchio le maggiori economie mondiali (Figura 1).

Secondo i dati BP, la quota dei paesi OPEC nella produzione globale è destinata a salire dal 40% al 46% nel medio periodo, portando i paesi OPEC a detenere, nei prossimi due decenni, il 75% della crescita delle riserve petrolifere mondiali (Figura 2).

Il meccanismo del "Sistema OPEC" è noto: il prezzo del greggio può essere controllato e influenzato dai paesi OPEC, che hanno facoltà di negoziare con le compagnie petrolifere i livelli di produzione. Il sistema diventa efficace nel momento in cui i membri dell'OPEC si accordano affinché nessuno di loro superi determinate quote di produzione.

Tuttavia, il rapporto "Energy Outlook 2030" non ha considerato una variante importante, poiché all'epoca della sua elaborazione ancora non esisteva: le rivolte arabe.
Da gennaio 2011 (mese di presentazione del rapporto) ad oggi, molte cose sono cambiate, nel mondo arabo e, da lì, negli equilibri internazionali. Il rovesciamento dei Governi di Tunisia ed Egitto, il disastro della questione libica, il quasi collasso yemenita e siriano, le tentate rivolte in Bahrein e Arabia Saudita sono elementi che hanno infiammato la regione mediorientale e hanno portato ad una radicalizzazione delle fratture già esistenti al suo interno (Figura 3).

Così, anche in seno all'OPEC, composto per la maggior parte da paesi dell'area araba (Figura 4), stanno emergendo contrasti che potrebbero minare, alla lunga, il roseo futuro previsto dalla BP per l'Organizzazione.

Un esempio lampante di questo pericolo si è avuto in occasione dell'incontro di Vienna dell'8 giugno scorso tra i membri dell'OPEC. All'ordine del giorno, la discussione sull'aumento della produzione del greggio per calmierare i prezzi sul mercato. La manovra era proposta dall'Arabia Saudita, spalleggiata da Emirati Arabi e Kuwait, e prevedeva l'aumento della produzione di 1,5 milioni di barili al giorno.

 

Al momento, i paesi OPEC stanno osservando una quota di 24,85 milioni di barili al giorno (anche se in realtà, tale quota è già superata dalla produzione reale, che raggiunge circa i 26,15 milioni). L'aumento proposto dall'Arabia Saudita, sommato ai circa 2,7 milioni prodotti dall'Iraq (che è escluso dal meccanismo delle quote), avrebbe elevato la produzione a circa 29 milioni di barili al giorno, un record toccato solo nel 2007, prima dello scoppio della crisi finanziaria, (Figura 5) e avrebbe attestato il prezzo del greggio sugli 80 dollari al barile.

Una tale istanza non poteva che scaturire dai più forti alleati degli Stati Uniti nella regione, in un momento in cui i loro stessi Governi, terrorizzati dal moltiplicarsi delle rivolte popolari in altri paesi vicini, si stanno avvicinando ulteriormente all'abbraccio occidentale in chiave difensiva. Una diminuzione dei prezzi del petrolio, infatti, non potrebbe che favorire le affannate economie dei paesi più sviluppati, Stati Uniti ed Europa, nonché un Giappone fiaccato dal disastro di Fukushima.

A questo piano, tuttavia, si sono opposti a Vienna Iran, Venezuela ed Ecuador, tre paesi notoriamente indipendenti dalla tutela statunitense. Secondo questo gruppo, il prezzo attuale del greggio sarebbe equilibrato e risponderebbe alla congiuntura del mercato. Inoltre, si teme che un aumento della produzione di petrolio, combinato con un minor utilizzo di energia da parte delle economie sviluppate, già fiaccate da crisi finanziarie, bancarie, monetarie, da disastri naturali e dalle incertezze riguardo la stabilità della regione araba (Figura 6), porterebbe in breve tempo il prezzo del greggio ben sotto gli 80 dollari al barile.

L'incontro di Vienna si è così risolto senza che fosse raggiunto un accordo, ed è stato descritto da Ali al Naimi, Ministro del petrolio saudita, come "uno dei peggiori a cui abbia mai partecipato".
Tuttavia l'incontro, seppur infruttuoso per le istanze saudite, ha giocato un'importante funzione di avvertimento per tutto l'Organizzazione: a quanto pare, infatti, nell'attuale situazione politico-economica mondiale, le dinamiche internazionali globali stanno entrando prepotentemente anche nell'OPEC, e stanno intaccando il clima di intesa che caratterizza la fortuna dell'Organizzazione.

La forza del cartello sta nell'accordo tra i suoi membri. Qualora questo venisse a mancare, l'intero sistema OPEC potrebbe vacillare pericolosamente.
Su questo, più che su recriminazioni e accuse reciproche, dovrebbero riflettere oggi i Governi dei paesi OPEC.

                                          Giovanni Andriolo

                                                 

                                               

                                        

                                   

 

                                                                          

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