Il 25 settembre 2016 la compagnia statale giordana NEPCO (National Electric Power Company) e Israele, rappresentato da Avner Oil and Drilling, Derek Drilling e Ratio Oil Exploration con la partecipazione della compagnia americana Noble Energy, hanno firmato un accordo che prevede la fornitura alla Giordania di gas naturale estratto dal giacimento israeliano Leviathan. Questo garantirebbe al paese arabo circa 45 miliardi di metri cubi (bcm) di gas per un periodo di 15 anni, con un costo complessivo per le casse giordane di 10 miliardi dollari.
Sebbene l’americana Noble Energy detenga la maggioranza relativa delle quote di sfruttamento del giacimento (40%), gli altri tre partner sono israeliani, e il fatto che il gas si trovi in acque ad accesso esclusivo israeliano per quanto concerne lo sfruttamento di risorse naturali, ha provocato immediate, sostenute e ripetute proteste in tutto il regno hashemita. Al momento in cui scriviamo (novembre 2016), tali proteste non si sono ancora del tutto fermate, e i media locali, per quanto sostanzialmente allineati al regime, hanno sfruttato lo spazio di critica concesso per esprimere una ferma opposizione a tale accordo.

E’ dalla stagione delle Primavere Arabe nel marzo-aprile 2011 che non si assisteva a dimostrazioni tanto estese ad Amman e in altre città giordane come Irbid, Karak e Ma’an.
Proprio la Primavera Araba egiziana ha colpito più duramente gli approvvigionamenti di gas giordani. Dopo il caos della rivoluzione del febbraio 2011, e l’intensificarsi della guerriglia islamista nella penisola del Sinai, le esportazioni di gas egiziano da quella regione si sono parecchio ridotte (Figura 1) a causa di ripetuti attacchi alle condotte di gas. Ciò ha reso la posizione della Giordania (che importa il 97% del proprio fabbisogno energetico) estremamente precaria in quanto proprio il gas del Sinai rappresentava una delle principali fonti per Amman.
La scoperta di vasti giacimenti al largo delle coste israeliane è relativamente recente (2010) ed è avvenuta nel contesto dell’esplorazione di tutto il bacino del Mediterraneo orientale (Figura 2). Paesi come Egitto, Cipro e in misura minore Autorità Palestinese (anche se lo sbocco sul mare a Gaza è sotto il controllo dei rivali di Hamas) hanno individuato riserve considerevoli. Nel caso egiziano, in particolare, si è trovato il più ricco di questi giacimenti, lo Zurh, con una capacità di 850 bcm, dove l’ENI è peraltro l’unico partner del Cairo.

Anche il Leviathan è di dimensioni considerevoli, con circa 500 bcm (Figura 3). Già nel 2014 si era siglato un accordo di massima tra Amman e Tel Aviv, che andava ad aggiungersi ad una precedente intesa per esportazioni di gas verso la Giordania per un valore di 500 milioni di dollari da un altro e già funzionante giacimento di gas israeliano, il Tamar (con riserve stimate di 200 bcm). Dal 2014 ad oggi è stata soprattutto l’opposizione interna israeliana che ha rallentato l’accordo con la Giordania: membri della Knesset, il Parlamento israeliano, eccepivano sul fatto che il consorzio che controlla il Leviathan avrebbe acquisito una posizione monopolistica sul mercato del paese (Figura 4 e Figura 5), provocando un aumento dei prezzi per i consumatori. Al momento, non è chiaro quando il gas verrà effettivamente esportato verso la Giordania: alcune stime parlano già del 2016, altre del 2019. Resta il fatto che un gasdotto deve ancora essere costruito: di soli 26 chilometri, per lo più in territorio giordano, per un costo di 70 milioni di dollari (non è chiaro chi pagherà, ma probabilmente gli USA forniranno sostanziali aiuti in questo senso, essendo comunque Israele e Giordania rispettivamente il primo e il terzo paese in termini assoluti come beneficiari di aiuto economico americano).
Peraltro, le relazioni tra i due paesi, a livello ufficiale e diplomatico, sono alquanto buone al di là dell’accordo sul gas. Israele ha recentemente rilasciato circa 1.500 permessi di lavoro per cittadini giordani per la città israeliana di Eilat, sul Golfo di Aqaba di fronte al confine con la Giordania. Ancora più importante è l’intesa a livello militare e di sicurezza. Incontri tra i rispettivi apparati militari sono molto frequenti – per quanto non pubblicizzati – e rispondono alla necessità di salvaguardare i confini giordani con Siria ed Iraq, possibile via per infiltrazione di gruppi armati e cellule terroriste.

Ad ogni modo, come accennato precedentemente, a livello di opinione pubblica l’opposizione verso una più stretta cooperazione (economica, politica, militare) con Israele è molto forte in Giordania, paese al 65% composto da Palestinesi. Al di là del Giordano, Autorità Nazionale Palestinese e Hamas hanno entrambe manifestato contro l’accordo; ed al di qua, numerosi membri del Parlamento (le elezioni per il cui rinnovo si son tenute esattamente nel giorno della firma dell’accordo), la Fratellanza Musulmana e giornalisti di varie tendenze hanno criticato il governo in maniera anche aspra. Si è in particolare contestato il fatto che molti paesi arabi (in primis, Iraq e Qatar) abbiano ampie riserve di gas e che quindi vi era un’alternativa al gas israeliano; e che Israele, per di più, stia beneficiando della Giordania come stato cuscinetto, subappaltando, in altre parole, il controllo di possibili minacce appunto da Siria e Iraq. La firma dell’accordo non è stata accolta bene, nonostante una situazione economica difficile: alto costo della vita, disoccupazione, influsso di rifugiati.
Si tenga poi presente che negli ultimi anni in Giordania si è andato espandendo e rafforzando in vari ambienti della società civile il movimento per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzionamento (BDS, ‘Boycott, Disinvest and Sanction’) verso Israele. In questo clima, le proteste contro l’accordo recitavano slogan come “Il gas del nemico è come l’occupazione” (facendo riferimento ai Territori Occupati della Cisgiordania) e “No alle importazioni di gas dal nemico sionista.”
Per quanto riguarda Israele, la scoperta e commercializzazione di importanti riserve energetiche potrebbe rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante nel Levante e più in generale nella regione. E’ tuttavia ancora troppo presto per capire se vi siano effettivamente ulteriori giacimenti di gas o anche di petrolio: sembra probabile, ma dato il livello attuale del prezzo del petrolio ulteriori esplorazioni in zone oltre i 2.000 metri di profondità non sono economicamente convenienti; ed in ogni caso, non sembra possibile che vi siano ancora giacimenti vergini tali da competere con quelli dei paesi del Golfo, dell’Iran e della Russia.

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