Per molti lettori le immagini che sovvengono agli occhi a proposito del Vietnam (Figura 1) sono di distruzione e guerra. Se proviamo a impostare una ricerca su Google, digitando la parola "Vietnam", i  primi risultati riguardano scene di guerriglia: bambini in fuga, militari feriti, assassinii. Questo è il passato.

Oggi il Vietnam è una potenza agricola che inonda il mercato mondiale con i suoi raccolti: è il secondo esportatore mondiale di riso dopo la Thailandia, il terzo produttore di caffè dopo Brasile e Colombia, il secondo di  noccioline dietro l'India e uno dei maggiori produttori di .

L'agricoltura è quindi un settore cruciale per l'economia del Paese e occupa più della metà della forza lavoro attiva
(Figura 2). Il Vietnam è un nuovo bacino di manodopera a basso costo per l'economia globale: conta circa 85 milioni di abitanti, l'età media è molto bassa (27 anni contro ad esempio i 37 degli USA, i 43 dell'Italia e i 34 della vicina Cina), e i salari sono inferiori del 30% rispetto a quelli, già bassi, dei cinesi.

Il Vietnam si può considerare da qualche anno - la consacrazione del nuovo status si è avuta nel 2006 con l'ingresso nel WTO - il nuovo Dragone asiatico con performance inferiori solo alla Cina.
Il tasso di crescita del Pil (Figura 3) si attesta nel 2009 intorno al 5%, dopo avere galoppato a ritmi molto sostenuti negli anni precedenti con valori maggiori dell'8%. Il paese è inondato di investimenti stranieri: non solo gli occidentali lo hanno scoperto come nuova frontiera della globalizzazione, ma anche le grandi imprese cinesi del tessile, dell'abbigliamento e del calzaturiero delocalizzano qui.
Produrre con l'etichetta made in Vietnam consente infatti di aggirare dazi e barriere, oltre ad approfittare di costi ancora più bassi di quelli cinesi. Alcuni esempi di aziende straniere impiantate in Vietnam? Nel campo dell'abbigliamento Adidas, Nike e Levi's; la HSBC tra le banche, FIAT, Denso e Valeo nel settore automobili e trasporti, Coca Cola e Heineken nel beverage e così via.

Per quanto riguarda il commercio internazionale (Figura 4) le importazioni - oltre a semilavorati per la produzione in loco anche macchinari, fertilizzanti, cemento etc. - sono costantemente maggiori delle esportazioni.  
La conseguenza è un saldo dei conti correnti (Figura 5) di segno negativo, che si è attestato nel 2008 a quota -12% rispetto al Pil e nel 2009 si è portato a quota 9% grazie a un rallentamento più marcato delle importazioni (la variazione tra il 2008 e il 2009 è stata di -11%) rispetto a quello delle esportazioni (-10%).

Per quanto riguarda l'interscambio commerciale (Figura 6), i principali Paesi da cui importa il Vietnam sono limitrofi: Cina (circa 20%), Singapore (12%), Corea del Sud (9%) e Thailandia (6%). Dal lato esportazioni - gran parte delle quali sono prodotti agricoli, ma anche prodotti finiti e petrolio -, gli USA sono il principale partner assorbendone circa il 20%, seguiti da Giappone (14%) e Cina (7%).

 

 

La Borsa (Ho Chi Minh Stock Index), istituita nel luglio del 2000, ha un ruolo in rapida espansione, ma ancora non centrale nell'economia vietnamita.
Le imprese quotate sono passate da 50 a fine 2005 a 407 a metà ottobre 2009, quando avevano una capitalizzazione di mercato pari a circa 12 miliardi di dollari.
Il mercato azionario è contrassegnato da poca trasparenza per quanto riguarda le informazioni di carattere economico - finanziario delle società quotate, non essendovi una normativa adeguata in tema di revisione dei conti.
Da marzo 2009 (Figura 7) gli indici sono tornati a crescere - dopo il 2007 di montagne russe, e un 2008 "orso".

Il superamento del socialismo egualitario ha sprigionato energie eccezionali, ha favorito lo sviluppo economico e una maggiore diffusione del benessere, ma, malgrado il miracolo economico, le diseguaglianze sociali sono notevoli: ricchezza e povertà convivono nella periferia di Saigon.

Il tasso di inflazione (Figura 3) ha fatto registrare una forte accelerazione nel 2007-  portandosi a quota 8,5%- e un brusco rallentamento a partire da settembre 2008, per tornare ad accelerare in modo più modesto nel 2009 (+4,6%). Sul rallentamento della crescita dell'inflazione hanno inciso la stretta creditizia e il rialzo dei tassi di interesse messi in atto dalla Banca Centrale Vietnamita fin da marzo 2008, non solo per contenere i prezzi ma anche per arginare il rapido aumento del deficit di bilancia commerciale.

In conclusione, sono stati di rilievo i risultati che il Vietnam ha conseguito in questi ultimi anni di riforme volte all'apertura dell'economia (importate l'ingresso nel WTO). Il Vietnam ha beneficiato di elevati tassi di crescita economica che hanno portato la riduzione dell'indigenza: la popolazione al di sotto della soglia della povertà è diminuita tra il 1993 e 2008 dal 58% al 15% (Figura 8).

Una delle grandi ricchezze del Vietnam è la propria forza lavorativa, buona parte della quale al di sotto dei 30 anni, il cui tasso di alfabetizzazione è del 96% e i cui redditi medi sono inferiori di 1/3 rispetto a quello dei lavoratori della vicina Cina.
Ciò dovrebbe consentire nei prossimi anni ad avere benefici in termini di crescita di produttività, mentre il mondo già sviluppato e alcune parti dell'Asia - seppur con manodopera mediamente più qualificata - sta già invecchiando.

Vent'anni fa il Vietnam era isolato e sprofondato in una miseria peggiore degli anni di guerra. Oggi Hanoi, così come aveva fatto Pechino, ha adottato una serie di riforme per traghettare il Paese verso il mercato. Sempre più aziende dei Paesi occidentali, ma anche orientali, posizionano qui una base produttiva, attratte da a un basso costo della manodopera. Il Vietnam , con tutte le sue contraddizioni interne e le problematiche descritte, è un "nuovo Dragone asiatico low cost".

                                              Rocco Paradiso

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