Sia dal punto di vista economico che politico, per l’Ungheria il 2007 è stato un anno dal segno decisamente negativo. Sebbene il rallentamento economico sembri essere in via di superamento, alcuni segnali non consentono di affermare con certezza che il 2008 sarà l’anno dell’attesa ripresa.

Situata pressoché al centro del continente europeo (Figura 1), l’odierna Ungheria è il risultato storico del sovrapporsi di diverse influenze: romana, asburgica, balcanica, ottomana, e sovietica. Proprio questo ruolo di ‘cerniera’ tra oriente, Balcani ed occidente, ha fatto si che l’Ungheria fosse il primo paese appartenente all’URSS a sperimentare forme di liberalizzazione economica, già a partire dal 1968. Con la fine dell’era comunista, l’Ungheria si è quindi distinta dagli altri paesi dell’Europa centro-orientale per una transizione particolarmente ‘morbida’, sancita nel 2004 dall’ingresso nella UE. Tuttavia, nel corso dell’ultimo decennio, il paese ha visto erodersi progressivamente questo vantaggio iniziale.

In particolare, il 2007 è stato l’anno che ha fatto registrare le peggiori performance economiche. Con un tasso di crescita del Pil del 1.7%, l’Ungheria si attesta infatti come l’economia meno dinamica nel quadro dei nuovi entrati nell’UE (Figura 2). Un tasso di inflazione del 6.8%, la disoccupazione stabile al 7%, un debito pubblico nell’ordine del 70% del PIL, completano un quadro economico non proprio roseo (Figura 3).  Se tale situazione dovesse persistere, date anche le oscillazioni del fiorino ungherese nel corso dell’estate 2007 (in parte legate alla crisi USA), il paese vedrebbe probabilmente allontanarsi la prospettiva di un ingresso nell’area euro entro il 2011.

In verità, il rallentamento dell’economia ungherese era ampiamente prevedibile, e può essere direttamente ricondotto al programma di riforma e risanamento fiscale messo in campo dal governo del primo ministro Ferenc Gyurcsány. Riottenuta la fiducia dalle camere nel gennaio 2007 – dopo che una registrazione aveva rivelato che nella passata campagna elettorale il governo mentito in materia economica e le proteste erano culminate in scontri di piazza – il leader del MSZP ha infatti impegnato il paese in un piano di rigore basato sul taglio della spesa pubblica. Tra le altre misure, una discussa riforma della sanità – con l’introduzione di ticket per servizi che erano sempre stati gratuiti – ha provocato un deciso risentimento nella popolazione. La crisi economica quindi segue ed alimenta la crisi politica.

Le difficoltà economiche – comunque relative e probabilmente momentanee – si innestano nel quadro di una più ampia debolezza politica, riflesso della scarsa ‘qualità democratica’ del sistema politico ungherese. Se nessun attore politico (nemmeno la formazione di estrema destra Jobbik, promotrice del discusso movimento xenofobo ‘Guardia Ungherese’) sembra mettere

seriamente in dubbio le procedure di democrazia formale, altri fondamentali elementi per il corretto funzionamento di un sistema democratico, quali l’effettiva separazione dei poteri, la trasparenza degli atti pubblici, lo stato di diritto, la neutralità dell’apparato burocratico, appaiono decisamente deficitari. La vita politica ungherese è infatti caratterizzata dal continuo emergere di casi di corruzione a tutti i livelli, di distorsione di fondi pubblici, speculazioni, abusi di potere. A questi si sono poi aggiunti, nel corso del 2007, alcuni episodi di violenza che hanno visto per protagoniste le forze di polizia e che hanno fortemente colpito l’opinione pubblica. Invitabile per molti vedere in questo intreccio di potere politico, economico e coercitivo i segni di una sostanziale continuità con il passato regime.

La conseguenza di tutto ciò è un profondo rifiuto della politica da parte del paese – ed in particolar modo una significativa disaffezione dei giovani, anche ad alti livelli di istruzione – che si traduce in una preoccupante mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni. Se la partecipazione elettorale degli ungheresi si attesta su livelli mediamente alti, in rapporto agli altri paesi dell’area, recenti sondaggi evidenziano come l’intera classe politica venga percepita come fondamentalmente disonesta, prona agli abusi ed alla corruzione (Figura 4). In tale quadro, i due principali partiti vengono messi sostanzialmente sullo stesso piano: mentre il Partito Socialista Ungherese (MSZP) di Ferenc Gyurcsány è percepito come  un’organizzazione politica «disonesta, ma di successo», la maggiore forza di opposizione, FIDESZ, è vista come «aggressiva e dinamica», ma non degna di maggiore fiducia.

In tale quadro, aggravato dalle difficoltà economiche e dall’incertezza generata dai continui rimescolamenti del governo, il paese si avvia verso un referendum – fissato dal Presidente della Repubblica László Sólyom per il prossimo 9 marzo – relativo alle riforme operate dal premier Gyurcsány. Nonostante osservatori e agenzie internazionali sembrino evidenziare i segni di una possibile ripresa economica, è altamente improbabile che lo sforzo di riforma intrapreso dal governo venga premiato dall’elettorato. Il rischio, piuttosto, è quello che accanto ad un’affermazione dell’opposizione – con conseguente, ulteriore indebolimento del governo – tale appuntamento veda imporsi altre logiche, molto più dannose per la salute democratica del paese; se l’astensionismo, il distacco, l’indifferenza sembrano infatti essere le risposte del paese nei confronti della classe politica, quest’ultima potrebbe essere a sua volta tentata di abbandonare posizioni finora tutto sommato moderate, per cercare seguito e voti attraverso il ricorso ad appelli populistici, xenofobi o nazionalisti – come già avvenuto in altri paesi dell’area.

                                                     Enrico Fassi

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