Con la nomina a primo ministro del fido Azarov, il neopresidente Yanukovych conclude l'avvicendamento seguito alle elezioni presidenziali del 2010.
I due turni di voto hanno visto un'affluenza alta, del 70%, rara per i Paesi post-comunisti e non sono stati viziati da brogli, secondo l'OCSE. Una valutazione, questa, rigettata da Yulia Tymoshenko, che sconfitta al ballottaggio per 48 a 45, ha continuato a presentare ricorso fino a pochi giorni prima dell'insediamento della nuova amministrazione. 

Pare una nemesi: regolari elezioni portano alla presidenza Yanukovych, proprio colui che venne dichiarato vincitore nel 2004, grazie a una palese manipolazione operata dal suo mentore, l'ex presidente Kuchma. Costui, già aparatchik del PCUS, aveva fatto dell'Ucraina post-sovietica una satrapia ligia ai desiderata di Mosca e dei suoi oligarchi, che il delfino avrebbe dovuto ereditare. L'ennesima frode diede il "la" alla rivoluzione arancione, dal colore adottato dai sostenitori dell'inedita coalizione tra il filo-occidentale Yushenko e la nazionalista Tymoshenko, quest'ultima premier in caso di vittoria.
I manifestanti ostili a Yanukovych si riversarono nelle piazze e pretesero una terzo turno senza brogli che si tenne il 26 Dicembre con la vittoria di Yushenko (Figura 1).

Di quella vittoria non restano che ricordi.
I vincitori si divisero poco dopo le elezioni, quando nel settembre del 2005 il gabinetto Tymoshenko fu fatto dimettere per corruzione. Le due successive crisi politiche del 2007 e del 2008, cui seguirono altrettante elezioni legislative anticipate, portarono a governi instabili, inadatti a far fronte alla crisi che nel 2009 sconvolse l'economia del Paese, con una perdita secca tra i 15 ed i 20 punti di PIL  - 15 per il WTO e 20 per il governo americano -  rispetto al 2008 (Figura 2). Questa infausta concatenazione ha indebolito Yushenko, che ha ottenuto un modesto quinto posto alle presidenziali di quest'anno, col 5,5% dei voti (Figura 3).

L'inettitudine spiega in parte il successo di Yanukovych. Già nel 2004, al netto delle truffe, questi ottenne il 44%, contro il 52% del vincitore, a testimonianza di un consenso che gli ha permesso di formare un governo già tra il 2006 ed il 2007, a pochi anni dalla "rivoluzione arancione". Le forze pro e contro Yanukovych si equivalgono, ma si polarizzano non tanto su basi  ideologiche quanto geografiche, con la parte orientale del Paese a fare da serbatoio elettorale dei pro, come avviene tradizionalmente per i candidati filo-russi (Figura 4).

Il rapporto con la  Russia è la discriminante tra i due raggruppamenti principali, il Partito delle Regioni del neopresidente, che fu già di Kuchma, e Patria panucraina della Tymoshenko, che per il resto sono piattaforme carismatiche, cooptative nella scelta della classe dirigente. Sono deboli invece i partiti ideologici, che fiancheggiano l'una o l'altra fazione, nel caso di comunisti e liberali, mentre i socialisti fanno da ago della bilancia.     

La storia spiega un'identità nazionale ancora oggi lontana dal compiersi. L'occidente ucraino faceva parte della Mitteleuropea ed era conscio della propria identità, mentre l'oriente veniva assimilato dall'Impero zarista, che cercò e in parte riuscì a distruggerne tradizioni, lingua e religione. L'Unione Sovietica tentò di correggere questo sbilanciamento dell'Ucraina facendo della zona centrale, con le sue fertili terre nere, un granaio, e dislocando i  distretti industriali  simmetricamente ad est e ad ovest.
Al crollo dell'URSS, i distretti orientali, integrati coi bacini produttivi della Russia meridionale sopravvissero e trainano a tutt'oggi l'economia del Paese nei settori dell'industria pesante, energetica ed alimentare. 

 

Per converso, le regioni occidentali languono nell'attesa di tornare ad essere snodo commerciale col resto dell'Europa centro-orientale, di cui sono state parte per settecento anni e da cui sono separate oggi dalle barriere di Schengen.

I flussi di lavoratori ucraini attraverso le frontiere e quindi le politiche transfrontaliere dei paesi vicini hanno una parte decisiva nel presente dell'Ucraina, un paese per il quale è vitale trovare una valvola di sfogo oltre confine per la sua forza lavoro in esubero.
Diverso è il ruolo delle frontiere per Mosca e Bruxelles. La prima ha una politica immigratoria intesa come una porta attraverso cui mantenere la propria influenza sulle Repubbliche ex sovietiche; queste in cambio riflettono sulla Russia la propria politica energetica internazionale, strumento di recupero di potenza.

Bruxelles intende invece le frontiere come paratie stagne da serrare di fronte al flusso di manodopera a basso costo; ricordate lo shock da "idraulico polacco", ossia la paura dei piccoli artigiani europei di dover fronteggiare l'invasione di una  nuova e temibile concorrenza, in seguito agli allargamenti ad est del 2004 e del 2007? Lo stagnino ucraino, che si profila minaccioso aldilà della frontiera, proviene da un Paese con più abitanti della Spagna e mette paura. La paratia rimane tuttavia alzata quel tanto che basta per mantenere buoni rapporti con l'Ucraina e poter continuare a fruire delle risorse energetiche russe a prezzo di favore.

Nelle crisi del gas dovute alla morosità degli ucraini rispetto alla Gazprom russa, tra il 2005 ed il 2009, l'Europa è stata un'osservatrice interessata, in quanto Kiev è allo stesso  tempo consumatrice e fornitrice per la parte centrale e meridionale del Vecchio Continente. 

L'arroganza della Russia che trattò da colonia l'Ucraina per correggerne la leadership "eretica", ne provocò un indebolimento sul piano interno ed internazionale.   Ciò condusse l'allora premier Tymoshenko ad incontrare  Putin per cercare un confuso rappezzamento alla controversia sul finire del 2009, che sapeva di mossa pre-elettorale.
La vicenda ha forse trovato una soluzione definitiva nel marzo di quest'anno con un accordo, non meno nebuloso nei contenuti, siglato dall'attuale primo ministro Azarov ed il potente collega moscovita. L'Europa, in seguito a questa vicenda,-ha comunque mantenuto  tariffe favorevoli, importanti in un settore dove dipende dalle fonti russe per il 32% (fonte: Oxford Institute for Energy Studies, 2009), senza dover ripensare la propria politica energetica. 

Nel contempo, Bruxelles ha allargato le distanze da Kiev;  dopo gli entusiasmi iniziali per la vittoria arancione, l'Europa non ha saputo infatti approfittare della leadership ucraina più filo-occidentale degli ultimi novant'anni. Il  Vecchio Continente ha chiesto continui esami del sangue sul fronte delle libertà economiche e civili, ma non ha nemmeno ipotizzato un processo di avvicinamento dell'Ucraina all'Unione. Ugualmente ondivaga la posizione di Francia e Germania circa l'ammissione del grande Paese slavo nella NATO.

L'Ucraina è dunque definitivamente persa alla causa occidentale? I prossimi cinque anni saranno cruciali per una correzione di tiro da parte di Bruxelles, ma tutto fa propendere per un cauto ottimismo. L'Europa non può non cogliere il capitale umano e geo-strategico del colosso "strabico".

                                          Alessandro Milani

Commenti

Comments are now closed for this entry