In questo periodo di crisi, diversi Paesi stanno avanzando richieste di assistenza presso le varie istituzioni finanziarie mondiali.

In questo quadro, il FMI è in prima linea nel tentativo di tamponare le ferite. Uno fra i più importanti di questi Paesi è l’Ucraina, la quale, già ad ottobre del 2008, ottenne dal FMI la promessa di un prestito per circa  16 miliardi di dollari.

L’erogazione di questo aiuto è stata bloccata prima dell’invio della seconda tranche di  1,84 miliardi di dollari per il non rispetto dei vincoli di bilancio.
Nelle ultime settimane, il governo ucraino (presidente e primo ministro all’unisono per la prima volta dopo molto tempo) ha incominciato a sollecitare l’elargizione della restanti tranche del prestito.

La comunità internazionale, tuttavia,  si trova di fronte a un bivio: continuare sulla strada dell’intransigenza e del liberismo puro, lasciando andare in bancarotta Paesi in difficoltà, oppure cercare di arginare la situazione sperando che passi la tempesta.
In questa occasione vorremmo ricordare i motivi a causa dei quali l’Ucraina avrebbe un così urgente bisogno di appoggio da parte del FMI, poichè solo disegnando un quadro dettagliato si può avere una reale idea delle condizioni economiche del Paese.

Innanzitutto, si può prendere in considerazione il PIL ucraino (Figura 1 -
in azzurro le barre che indicano la crescita del PIL con valori cumulativi mensili e la linea rossa che indica il ritmo di crescita della produzione).

La produzione industriale ha subito una caduta libera (dovuta per lo più alla chiusura delle grandi industrie siderurgiche nell’est del Paese), mentre gli indicatori del PIL sembrano essere più confortanti; nonostante ciò, bisogna notare che sono valori cumulativi e da ottobre a dicembre del 2008 la crescita si è letteralmente dimezzata.

Il debito pubblico ucraino (Figura 2) negli ultimi anni si è alzato in maniera per lo più costante raggiungendo una percentuale di rapporto con il PIL di circa il 35% (dato in ulteriore peggioramento). 

Questi dati sono inoltre appesantiti dalla svalutazione della moneta nazionale, la Grivna, nei confronti del dollaro e dell’euro (Figura 3): dall’inizio della crisi, cioè da fine ottobre,  la moneta ha perso più della metà del suo valore, aggravando anche la situazione di molti paesi che guardavano all’Ucraina come interessante sbocco commerciale; questa svalutazione non ha fatto che peggiorare la situazione generale del debito pubblico, peggioramento che non è stato ancora del tutto registrato dalle statistiche ufficiali.

Il debito pubblico non sembra destinato ad abbassarsi nel breve periodo, a causa anche del minor gettito ottenuto dall’imposta sulle persone giuridiche: in Ucraina anche aziende medio-grandi stanno riducendo la produzione, se non addirittura avviando la procedura di bancarotta o amministrazione straordinaria (come le banche Nadra, Ukrgasbank, Prominvestbank e altre).

Tutto questo, a catena, sta causando un fenomeno di cui, negli ultimi 10 anni, l’Ucraina non aveva più sofferto: la disoccupazione.

La Figura 4 mostra i primi peggioramenti, a partire dall’anno 2008: diminuzione della crescita reale dei salari (ciò che aveva permesso un boom dei consumi e di crescita del Paese), diminuzione degli occupati, aumento della disoccupazione sulla popolazione attiva.

Inoltre, nel caso l’Ucraina dovesse dichiarare di non poter più soddisfare gli obblighi nei confronti dei suoi creditori , si creerebbero ancora maggiori difficoltà per i Paesi che hanno i maggior crediti con l’Ucraina (Germania, Austria, Usa, Russia, Francia, Giappone, Italia e altri).

Quindi il salvataggio di un Paese così grande (se dovesse andare in default sarebbe il primo Paese di tali dimensioni a farlo), assume anche un significato politico. Sono di pochi giorni fa le dichiarazioni di Medvedev sull’intenzione di salvare l’Ucraina dalla bancarotta; in questo caso l’Europa e l’Occidente perderebbero l’ultima occasione di dimostrare agli ucraini euro e NATO-scettici la validità della prospettiva europea senza il giogo e l’influenza politica e militare di Mosca.

                                                      Alan Vartuli

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