La Turchia fino a  dieci anni fa era un Paese in profonda crisi finanziaria. Nonostante i rallentamenti dell'ultimo biennio, è oggi un Paese  dall'economia in ri-partenza, di importanza strategica - al crocevia tra Est e Ovest (Figura 1) - e un modello per i Paesi musulmani della Regione poiché è una democrazia in una nazione a maggioranza islamica.

L'economia turca - che si sta negli anni sempre più allineando per quanto riguarda il contributo dei vari settori al Pil ai Paesi più avanzati (Figura 2) - ha beneficiato della ripresa internazionale. Il Prodotto Interno Lordo (Figura 3) dopo i rallentamenti del 2008 (+0,7%) e l'indietreggiamento del 2009 (-4,7%) ha mostrato segnali incoraggianti già nel corso del quarto trimestre dello scorso anno con una crescita pari al 6% e un incremento su base tendenziale dell'11,7% grazie soprattutto alla ripresa delle export nazionali e all'aumento della produzione industriale. Il settore creditizio turco inoltre si è rivelato uno dei più solidi dei Paesi in via di sviluppo con un buon rapporto prestiti/depositi, un'alta capitalizzazione e un basso finanziamento esterno.

La crisi di dieci anni fa è stata causata da una spesa pubblica fuori controllo e tassi di inflazione conseguenti molto elevati (54% nel 2001), oltre che da  sistemi bancari, finanziarii e industriali poco efficienti che causarono un calo del Pil di circa il 4%, fiducia dei cittadini ai minimi, capitali in fuga.

Ma il Governo turco ha attuato un programma di risanamento economico concordato con il FMI ed ha conseguito risultati tali da rendere in questi anni l'economia turca più robusta e stabile. Il salvataggio internazionale del Paese è stato effettuato grazie a un prestito del Fondo Monetario Internazionale che nel 2002 ha concesso 16 miliardi di dollari e della Banca Mondiale che ha erogato circa 3 miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti nel settore sociale. Il governo ha attuato un programma fiscale di medio termine che ha portato nel 2009 a un deficit di bilancio pari al 7,1% del Pil che andrà a ridursi, secondo le stime, progressivamente nei prossimi anni.

Grazie alle riforme economiche, al supporto degli Istituti Internazionali e a una conseguente ritrovata fiducia, gli investitori internazionali "hanno permesso di allungare il passo" investendo miliardi di dollari.
Tra il 2006 e il 2009, la Turchia ha attratto investimenti esteri (Figura 4) per circa 70 miliardi di dollari (è la 15a Nazione al mondo). Inoltre tra il 2001 e il 2009 il numero delle aziende con capitali esteri operanti in Turchia è passato da 5.100 a circa 30.000 e di queste 2/3 sono state fondate negli ultimi sette anni.

Nel corso del 2009 l'economia turca è stata messa in difficoltà a causa del rallentamento globale che ha portato a un minore afflusso di IDE. La riduzione è stata di circa il 50%, passando da 18 a 8 miliardi di dollari a causa sia delle turbolenze dei mercati finanziari che di una situazione politica interna particolarmente "invelenita", tanto che i media locali hanno parlato di "Watergate turco". Nell'ultimo trimestre 2009 e nel primo 2010 , però, il Paese ha dato già segnali di recupero.

I principali Paesi ad investire nella terra turca sono i Paesi Bassi (15% del totale), seguiti da Francia (10%), Germania (7%), Regno Unito (6%) e Italia (5%). I settori di maggiore interesse (Figura 5)  sono il manifatturiero con il 29% sul totale (in particolare prodotti in metallo, tessile, automotive, chimici e alimentari), il settore immobiliare e l'energetico con il 29%, in forte crescita negli ultimi tre anni. Proprio quest'ultimo settore è interessante per la posizione strategica tra i Paesi produttori e i Paesi consumatori che rende il territorio turco un passaggio quasi obbligato nell'interscambio energetico tra est e ovest.

Il commercio internazionale (Figura 6) negli ultimi anni ha fortemente risentito del rallentamento dell'economia globale, registrando una contrazione di quasi il 30% tra il 2008 e il 2009. Più accentuata risulta la contrazione delle importazioni (Figura 7) (- 32%) a causa di una minore domanda interna e del calo dei prezzi dei beni energetici, rispetto alle esportazioni
(-23%) (Figura 8). Ciò ha comportato un miglioramento della bilancia commerciale (da -53 a -24 miliardi di dollari).

Il posizionamento dell'Italia (Figura 9) conferma il buon andamento delle relazioni bilaterali sul versante economico e commerciale. Nel 2009 il saldo commerciale è stato di - 1,8 miliardi di euro, contro i 3,2 miliardi dell'anno precedente a causa di un rallentamento più accentuato delle import (- 30%) rispetto alle export (-25 %). I prodotti maggiormente importati dalla Turchia sono quelli relativi alla meccanica strumentale (20% delle export), autoveicoli e altri mezzi di trasporto (13%), metallurgia e prodotti in metallo. 

 

Negli ultimi anni, però, i rapporti economici tra Italia e Turchia mostrano due tendenze apparentemente contrastanti secondo gli ultimi dati dell'ICE. Da una parte, gli scambi commerciali tra i due Paesi sono calati del 31% (cifre aggiornate al  Novembre 2009); dall'altra, gli investimenti diretti italiani in Turchia sono cresciuti del 4,6% rispetto allo stesso periodo del 2008. L'aumento degli investimenti diretti italiani, tuttavia, certifica il ruolo strategico della Turchia per il nostro Paese. Ankara è non solo un mercato importante per l'export nazionale, ma offre anche ricche opportunità per investimenti a lungo termine, collaborazioni e alleanze sempre più strette tra le aziende dei due Paesi. Sono 750 le imprese italiane presenti stabilmente in Turchia pari al 3,3% del totale delle imprese estere (23.057). Il Paese che conta il maggior numero di imprese operanti in Turchia è la Germania (3.955), seguita dal Regno Unito (2.163) , Olanda (1.760), Iran (1.195), USA (1.001) e Francia (845).

Tra i principali problemi che la Turchia dovrà risolvere vi sono diverse questioni di carattere internazionale che dovranno essere risolte affinché i negoziati di adesione alla UE - iniziati formalmente il 3 ottobre 2005 - possano andare a buon fine. La prima riguarda Cipro. Dal 1974 Cipro è divisa in due parti: quella turco - cipriota a nord e quella greco - cipriota a sud, riconosciuta internazionalmente. La divisione dell'isola avvenne il 20 luglio del 1974, quando le truppe turche invasero l'isola fino a controllarne il 40%. Da questo momento solo la Turchia riconosce lo stato cipriota del nord, ma non quello del sud. Al governo turco è richiesto ora di riconoscere, per entrare nell'UE, tutti gli stati membri, tra cui lo stato cipriota del sud.

La seconda riguarda Israele. Su questo fronte, il governo turco - per bocca del proprio Ministro degli Esteri Davutoglu - ha chiesto formalmente le scuse israeliane e una commissione di inchiesta che indaghi sull'attacco del 31 maggio dei marines israeliani contro un convoglio navale con aiuti umanitari diretto a Gaza in cui rimasero uccisi nove cittadini turchi.

Oltre a questioni di carattere internazionale (quelle descritte non sono le sole), vi sono secondo l'Ocse altre priorità su cui porre attenzione: il miglioramento del sistema scolastico, la riduzione del costo del lavoro, l'incremento del peso del settore privato, il taglio della burocrazia per le Pmi.
La mancanza di lavoro (Figura 10) è, come in USA e in Europa, il tallone d'Achille della ripresa economica, minando il contributo dei consumi alla crescita. I redditi medi sono pressoché invariati da anni e la soglia della popolazione al di sotto della linea di povertà si attesta al 17% (2009).

La Turchia si trova frenata nel clima di difficoltà che stiamo attraversando: i suoi prodotti di media qualità e a basso valore aggiunto fanno più fatica a trovare mercato. Ne sono una riprova le previsioni di SACE che per gli anni 2010 e 2011 prospettano sì un sostanziale incremento dei valori relativi alle esportazioni, ma non ancora l'allineamento al periodo pre - crisi. Dall'altro lato la ripresa degli IDE - i segnali sono positivi in questo senso - potrà dare nuova linfa al "sistema Turchia"  e in particolare le infrastrutture in espansione  (soprattutto in chiave "energetica") possono garantire una buona operatività agli investitori internazionali.

Infine il 12 settembre la Turchia è chiamata ad esprimersi attraverso un referendum sulla riforma costituzionale approvata recentemente dal governo turco guidato dal partito Akp di Erdogan. Tra le modifiche proposte ricordiamo - tra le altre - il ricorso individuale alla Corte Suprema; il diritto del contratto nazionale di lavoro, il diritto allo sciopero nel pubblico impiego; la legge sulla privacy.

Intorno al "pacchetto" però sono state diverse le critiche e le contrapposizioni sia da parte della Corte Suprema che dell'esercito e dei partiti dell'opposizione. Secondo questi ultimi in particolare le riforme sarebbero volte a controllare il potere giudiziario e favorire uno stato di ispirazione islamica.
Il clima politico intorno alla questione referendaria è a dir poco "vivace" e anticipa di qualche mese la campagna elettorale che porterà alle elezioni nell'estate 2011.

Gli attuali segnali sembrano orientati verso una vittoria del sì al quesito referendario  che avvicinerebbe secondo diversi analisti internazionali la Turchia all'Europa e che rafforzerebbe il partito di Erdogan in vista delle elezioni. Nel frattempo, gli investitori vedono di buon occhio questi segnali (Figura 11) tanto da far toccare proprio in questi giorni i massimi storici alla borsa turca da cinque anni a questa parte.
I mercati, di certo, non stanno a guardare.

                                              Rocco Paradiso

 

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